GATTA CENERENTOLA

La tradizione popolare nella voce della Gatta Cenerentola. Facce dispari. Dal conservatorio alla Nuova Compagnia: Fausta Vetere si racconta. Napoli un po’ingrata, l’amicizia con Pino Daniele e il canto, sempre.

Fausta Vetere è nata sopra la spiaggia di Mergellina, dove la Madonna di Piedigrotta in una notte di tempesta smarrì uno scarpino. La leggenda si fuse con la fiaba di Cenerentola, anzi della “Gatta Cenerentola”, come la intitolò Giambattista Basile e la rimodellò Roberto De Simone tre secoli e mezzo dopo. E Fausta, forse per destino di nascita, fece la Cenerentola sin dalla prima di quell’opera teatrale al Festival di Spoleto nel ’ 76. Anima storica della Nuova Compagnia di canto popolare, è lei l’emble – matica voce femminile della musica tradizionale campana. L’anno stesso della “Gatta” en – trava nella compagnia Corrado Sfogli, giovane virtuoso chitarrista: i due s’innamorarono e assieme avrebbero trascorso 44 anni fino alla morte di Corrado nel 2020. I tre figli di Fausta sono tutti musicisti, due per passione, uno per professione: Marco, già chitarrista del cantante canadese James Labrie, è membro della Pfm dal 2015.

Fausta Vetere, voce e anima della Nuova Compagnia di canto popolare

Fausta, quando le venne voglia di cantare?

Forse già nella pancia di mia madre sentendo cantare lei.

Aveva una voce bellissima che rimase inespressa: a quell’epo – ca la vita castigava un po’ le donne. Affinché ciò non si ripetesse con me, sin da piccola m’invo – gliò a cantare e a non aver paura del pubblico. La mia prima esibizione, chiamiamola così, avvenne un giorno che ci trovavamo in un parco di Milano. A un certo punto i miei non mi videro più, perché ero attorniata da un capannello di adulti a cui cantavo “Guagliona”. Poi fui selezionata per la trasmissione della Rai “Il nostro piccolo mondo” e persi un anno di scuola: dovendo andare in tv ogni giovedì saltavo la lezione di matematica. La professoressa insisté che fossi bocciata. Ma ne valse la pena.

E la scoperta della chitarra?

Una zia pianista, consigliata dall’amica Maria Calace concertista di mandolino, m’indirizzò al maestro Manlio Santanelli, che poi sarebbe diventato un drammaturgo. Quindi proseguii gli studi con il celebre Mario Gangi e mi diplomai in canto al Conservatorio.

Come si avvicinò alla tradizione popolare?

Grazie all’incontro con Roberto De Simone, nacque tutto con lui. Quando cominciai a studiare il patrimonio popolare fu uno choc: educata a essere un soprano belcantista, il canto spontaneo della tradizione mi era del tutto nuovo.

Qual è la differenza?

Nel belcanto c’è la rigorosa concezione della pulizia, nel canto popolare quella dell’emo – tività. Giravamo la Campania per studiare le feste tradizionali, dalla più triste del Venerdì Santo alla più gioiosa delle Lucerne, dedicata alla fertilità e ai raccolti. Scoprii che il canto si fonda sempre su un’esigenza precisa: una grazia ricevuta, il complimento a un uomo o a una donna, l’omaggio a una Madonna, l’inaugurazione di una casa.

Nella formazione della Nuova Compagnia di canto popolare si succedono nel tempo nomi come Carlo D’angiò, Eugenio Bennato, Peppe Barra, Patrizio Trampetti, Corrado Sfogli. L’anno scorso vi è stato assegnato il Premio Tenco. E’ raro che un gruppo musicale viva dopo più di cinquant’anni.

Per Napoli potremmo pure non esistere: resistiamo grazie a grossi sforzi personali, nessuno ci aiuta. Se promuovono una rassegna dove non ci sono i soldi, ci chiamano; se i soldi ci sono invece no. I miei musicisti sono costretti a suonare anche con altri gruppi per tirare avanti, sarebbe impossibile vivere solo dei nostri concerti. Sarà un destino: grandi successi della critica ma mai economici. Fu anche per l’impronta di De Simone. Quando c’invitavano a “Canzonissi – ma” minacciava: “Se ci andate vi lascio”. La musica popolare era una cosa sacra.

Lei non solo ha suonato con Pino Daniele, ma è stata assieme a Corrado tra i suoi migliori amici.

Parlavamo pochissimo di musica, molto delle nostre vite. Era costretto a vivere lontano da Napoli perché in città non sarebbe potuto uscire di casa: era braccato dal successo. Ci chiamava perché andassimo a trovarlo: si sentiva solo. Un giorno mi confidò che una volta, credo fosse il ’ 73 o ’ 74, venne a sentirci nella “Cantata dei pastori” alla Galleria Umberto. Poi sul palco si alternarono a suonare Edoardo Bennato, Tony Esposito… Pino era un ragazzo che s’era portato la chitarra e chiese agli organizzatori se poteva salire anche lui. Lo cacciarono.

Lei ascolta anche i Maneskin o soltanto villanelle?

Nuova compagnia teatro popolare

Il loro non è il mio genere ma la musica la ascolto tutta. Sono stati un fenomeno inatteso, molto bravi ma non eccezionali perché ci sono tanti gruppi rock allo stesso livello che hanno meno fortuna. I Maneskin sono entrati in quel Sanremo al momento giusto e con un tanto di trasgressione che bastava, ma è positivo che riavvicinino i giovani all’ascolto in un’epoca in cui la discografia non esiste più, sostituita da processi di velocissimo consumo.

Non le passa mai la voglia di cantare?

La musica è più di una patologia: farla è una felicità così grande che ti lascia solo quando chiudi gli occhi. E’ parte del presente, del passato e di me. Spero di far emozionare ancora qualcuno e che un giorno i miei nipoti siano fieri di questa nonna, giudicandola superlativa malgrado sia un po’ eccentrica.

Francesco Palmieri per Il Foglio Quotidiano