GLI UOMINI DEL FARE

Manchiamo di maestri!, lamenta un amico che pensosamente contempla le cose del mondo.

E’ un intellettuale, è stato un professore di italiano e latino in un liceo, è naturale che più che il cuore o le mani laboriose egli metta al primo posto il pensiero. Chissà se ha la nostalgia di quando entrando lui in classe gli studenti si alzavano in segno di rispetto. Ma era poi, per tutti, vero rispetto o solamente osservanza riluttante di consuetudini e spirito gregario? In ogni caso, il ’68 ha spazzato via tutto ciò, nel bene e nel male. Coerentemente hanno poi tolto dalle materie d’insegnamento le ore di “educazione civica”, cosicché oggi possiamo così essere tutti liberamente incivili. Ma pare che da quest’anno dovrebbe riprendere, oltre alla Costituzione il cyberbullismo, Covid permettendo.

Più che di maestri credo che abbiamo bisogno di “operai dello spirito”, cioè di persone in grado di cambiare il mondo, affinché il suo destino sia disegnato dalle idee migliori. E per cambiare il mondo occorre rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani, più che discettare. Disporre di progetti e opere in una cornice in cui realizzarli, ispirata alle elementari regole dell’uguaglianza, della misericordia e della libertà. Non serve nessuna metafisica sull’essere o l’avere, un’ermeneutica interpretativa che dia senso al mondo, quando il senso è in ciò che realizziamo concretamente, testimoniando nelle opere la profonda spiritualità che ci unisce come esseri viventi al mondo.

I grandi uomini sono sempre quelli del fare. Un amico, ex bancario, che ha fondato circa 40 anni fa un centro di accoglienza e assistenza per poveri e sbandati, allergico ai grandi discorsi, esorta sempre così gli interlocutori: fate! fate! Opere non parole. E ammonisce: il Bene va fatto bene!

In questo il Capitalismo avrebbe potuto essere, se l’avesse avuta meglio sul Mercato, la migliore delle religioni: quella del lavoro, inteso come agire consapevole nelle opere finalizzate alla produzione di beni e servizi, nello stesso tempo individuali e collettivi.  

Non è andata così, oggi disuguaglianza, sfruttamento e povertà sembrano inevitabili conseguenza del capitalismo. Esiste ancora un capitalismo sociale o etico? Esso appare e scompare periodicamente nel dibattito pubblico, come i funghi dopo ogni acquata. Ma il tramonto delle ideologie ha colpito anche l’idea dello sviluppo buono perché illimitato. La tecnica predomina, il capitale segue, senza un possibile fine se non accumularne altro. L’idea della creazione distruttiva e dello sviluppo illimitato, tanto criticato da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato sii, come si superano? Non c’è riuscita la Terza via auspicata da molti, che era sembrata a portata di mano con la caduta del Muro di Berlino, ma questa caduta anziché l’affermazione delle socialdemocrazie europee ha portato al loro arretramento e favore di un sovranismo triviale e senza bussola.  

Maestro, più che magister andrebbe semmai declinato in mastru, o meglio ancora in sum’mastru, cioè grande maestro, maestro dei maestri. Così venivano chiamati nel Sud Italia gli artigiani padroni del loro mestiere, in cui la pratica si elevava a paradigma di bellezza e il problema tecnico in creatività applicata. Unito, tutto ciò, ad una innata attitudine alla pedagogia educante, in cui l’acquisire l’abilità al lavoro veniva dopo che non quella alla vita. Imparare sì, ma per conoscere e fare, non solo per l’istruzione canonica. E non crediate che questa sia un’esortazione da piccolo mondo antico, perché questa è la visione che si sta imponendo nelle scuole di formazione e nei settori produttivi più avanzati e responsabili.

I grandi uomini ( o donne, naturalmente) sono sempre quelli del fare. Si somigliano tutti, che siano stati santi o laici, hanno tutti certe caratteristiche, le stesse attitudini.

Prendete San Francesco o San Benedetto. Il primo pregava agli uccelli, ma non a scapito dell’aiuto per i poveri e i malati, anzi né praticò “l’imitazione”. Nonostante una salute malferma fondò monasteri e girò in lungo e in largo per dare l’esempio e aiutare i bisognosi.

San Benedetto, nel 540 d.c. diede la regola: Ora et labora. Un equilibrio che regge ancora oggi.

Ma per venire a tempi più vicini a noi, Santa Teresa di Calcutta non rappresenta un buon esempio di fede nelle opere? Malati e lebbrosi hanno bisogno di medicine e pane, meglio se accompagnati da una carezza.

Madre Teresa di Calcutta

Gesù stesso non era artigiano, un falegname? Prima di plasmare le coscienze ha imparato a levigare il legno.

In campo laico, prendete Adriano Olivetti, precursore nostrano e convinto del capitalismo solidale. Da idealista pratico costruì in Ivrea una Città del sole che, ahimè, morto lui, svanì in pochi anni. Fabbrica a dimensione umana, asili per i figli, biblioteca aperta a tutti, mutua per una sanità d’eccellenza, benefit di varia natura, stimolo alla crescita di iniziative imprenditoriali locali, ecc. Praticità odiosa per i vetero capitalisti alla Valletta o ai sciòr lombardo-veneti.

Adriano Olivetti nella fabbrica di Ivrea

Ecco perché sogno un’Italia di artigiani, con le loro botteghe, animate da una comunità di tanti giovani creativi che immaginano e costruiscono un mondo migliore. O meno peggio di come glielo stiamo lasciando.

In copertina: Joan Mirò: Materialità e metamorfosi.