IL CONTE ROCK

20 Nov 2025 | 0 commenti

“Volentieri, però, se posso darle un consiglio, non dica più quell’orrida parola”. Il conte-professore Andrea Carandini risponde così quando gli dico che vorrei andarlo a trovare perché sono fan. E’ stato presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, del Fai, autore di libri e scoperte fondamentali, ma andrebbe messo sotto tutela dell’Unesco lui, forse l’ultimo vero radical “alto-borghese” d’italia (“Sì, così, non scriva chic! Chic è uno che vuole apparire”). Lui invece ha le stesse flanelle dal ‘55. Sublime aristo-archeologo e scopritore d’ogni segreto (di scavo e non) di Roma, all’alba degli 88 anni è in quella fase dell’età in cui si sente libero di dire ciò che vuole. E lo dice. Veneratissimo maestro, è apparso al programma di Barbareschi su Rai 3 (“siccome sono timido ho usato il trucco che mi aveva insegnato Giovanni Sartori, due sorsate di whisky prima”). Ha un nuovo libro appena uscito e presidia il suo “gruppo di famiglia in un interno” nel palazzo in coppa al Quirinale dove negli anni arrivavano personaggioni che niente avevano da invidiare a Silvana Mangano e Helmut Berger.

Siamo infatti (di nuovo) nel famoso grattacielo romano di via XXIV Maggio, altro che Terrazza Sentimento! Qui Netflix dovrebbe fare una serie di 9 o 90 episodi. Sui muraglioni che proteggono questo fortino dall’esterno una targa ricorda che tra qualche giorno saranno cent’anni dal (o da uno dei, ce ne sono così tanti) mito fondativo della famiglia del conte professore (e pure un episodio mica tanto secondario per la povera Italia). La cacciata del nonno, Luigi Albertini, dominus del Corriere della Sera, e antifascista inviso a Mussolini. “Il nonno Gigio era l’incarnazione della rivoluzione industriale”, dice il conte professore, in flanella. Self made man anconetano, Albertini si trasferì a Milano e, entrato al Corriere da manager, ne diventa azionista e direttore, quando ancora i giornali contavano. La tiratura passò da 75 mila a 750 mila copie dal 1900 al 1925. Introdusse tecnologie moderne per l’epoca, come la linotype, inventò la Domenica del Corriere, la Lettura, il Corriere dei piccoli, prese come collaboratori D’annunzio e Pirandello.

La cacciata avviene non solo a causa del fascismo ma per troppa fiducia nelle élite di questo paese. “C’era un accordo con gli industriali Crespi, il nonno Gigio aveva un terzo delle azioni e loro gli altri due. Ma non pensò mai di andarlo a registrare da un notaio, erano pur sempre i Crespi. Risultato, loro lo impugnarono e lo costrinsero a vendere, spinti da Mussolini”. Curioso che lei dopo molti anni succederà proprio a Giulia Maria Crespi alla guida del Fai. “Ah, Giulia Maria. Mi diceva: si accomodi lì, sulla poltrona di mio padre. E io: no grazie, preferisco uno sgabello piuttosto che sedermi dove stava chi aveva cacciato mio nonno. Lei si raccomandava: ‘porti al Fai tanti iscritti quanti ne aveva il Corriere della Sera di Albertini’, ma a me toccava ricordarle che loro l’avevano cacciato”.

Al Duce infatti non piacevano gli articoli scopertamente critici verso il regime. Quando Albertini è costretto a lasciare, i giornalisti del Corriere si dimettono in massa. Il Times di Londra parla di “una perdita seria per la civiltà europea”. “Lascio ciò che ho di più caro, ma salvo la vita e la dignità” scrive in prima pagina nel suo commiato il 28 novembre 1925. “Quel discorso è il motivo per cui siamo qui”, dice oggi Carandini. “Un’amica di mia madre le disse: tu sei figlia di un traditore. Così mio nonno scelse di andarsene per l’atmosfera irrespirabile della borghesia milanese che era tutta asservita, tranne Pirelli”. E quindi Roma. “Roma è una grande prostituta che accoglie tutti. E sono venuti qui”. Come un antico senatore romano in esilio, come nell’ultimo libro di Carandini, un dialogo immaginario tra Seneca e Faust, pubblicato da Rubbettino, il senatore Albertini si rifugia non a Capri ma a Roma, provincia o capitale dell’impero, di sicuro diversissima e lontanissima da Milano capitale dell’industria. Compra questo palazzo da una certa famiglia Mengarini e una tenuta con antico castello a Torre in Pietra, vicino Fregene. “E’ un classico. Prima fai i soldi con le rivoluzioni industriali, poi ti prendi la terra. Ma non era certo una speculazione. Sennò avrebbe comprato al Nord. No, nel Lazio i pastori vivevano come nel medioevo, una civiltà non lontana dall’età del bronzo. Quelle terre non erano mai più state arate dai tempi dei romani” dice Carandini mostrandomi fotografie di un idillio contadino, un Novecento – in senso bertolucciano – sul litorale romano. “Mio nonno portò l’ipermodernizzazione, le mungitrici automatiche”. Ma il centro del carandinismo sarà il palazzo, questo palazzo. “I Mengarini erano una famiglia molto interessante, ricevevano Mommsen (importante storico tedesco dell’800, n.d.r.) nel loro salotto, poi credo avessero un po’ ecceduto nelle spese”. Come vicini i principi Colonna i cui giardini confinano con questi. “Coi Colonna i Mengarini erano in causa, capirà, gli avevano comprato un pezzo di terra per farci un cottage, e invece ci hanno costruito un grattacielo”. Modello Milano! Chi di grattacielo ferisce, di grattacielo perisce (avranno fatto tutto con la Scia?). Di fronte, oggi, un altro palazzone, la famigerata torre Inail che sorge su via IV Novembre, e che la leggenda vuole ordinata da Mussolini in persona, per impallarvi la vista. Effettivamente blocca lo scorcio su piazza Venezia. “Sì, così me l’hanno sempre raccontata, questa storia. Storia oltretutto senza senso, perché dentro la torre non ci sono né uffici né abitazioni, e non è un’altana, e neanche un monumento: è un guscio vuoto, guardi”, mi indica quelle logge fatte per nessuno dall’immaginifico architetto Brasini, autore anche dello zoo di verdoniana memoria. Nonostante l’abuso edilizio mussoliniano, la vista su Roma resta incredibile. La città è lì giù, in una strana dimensione, distesa ai nostri piedi, acquattata, e silenziata dal bordello. Chissà la vista sopra dagli attici. A volte i tassisti lo chiamano palazzo Agnelli. “Cosa vuole che le dica. Era fatale, dato il personaggio”, alza il sopracciglio il conte-professore.

Al primo piano, un giardino rigoglioso. “Il Napoli”. Cioè casa De Laurentiis. Altri rapporti di vicinato: i Colonna? “Persone perbene”. Ninni Pallavicini, la fu decana della nobiltà nera più conservatrice, con formidabile palazzo di fronte al vostro? “Era politicamente infrequentabile”. E coi dirimpettai presidenti della Repubblica? “Con Napolitano eravamo molto amici, venne qui per i miei ottant’anni. Ho effettuato diversi scavi nei giardini del Quirinale, ne conosco le cantine come le mie tasche. Poi in passato mi aveva fatto responsabile cultura del Pci, ed era amico del mio maestro Ranuccio Bianchi Bandinelli”. Il conte rosso! Quello che accompagnò Hitler nella famosa visita archeologica del ‘38 a Roma e poi se ne pentì diventando comunistissimo. Anche lei è un conte rosso. “Lo sono stato, rosso, adesso sono più che altro centrista, ho votato Calenda”. E come sindaco di Roma? “Gualtieri. Ma mi ha molto deluso. E poi questa cosa della Tor dei Conti, crollata ai Fori Imperiali; ci volevano mettere un bar sopra, con tutti i lavori fatti in fretta per il Pnrr, e poi adesso invece dopo il crollo la vogliono abbattere. Lo trovo allucinante. Così come allucinante che abbiano tolto tutti gli alberi attorno al Mausoleo di Augusto. Quegli alberi erano l’unica cosa bella in quell’orrenda piazza. Poi prima hanno detto che erano malati, poi han detto che no, non erano malati. Una figuraccia incredibile. Non so poi perché vogliano tagliare tutti gli alberi a Roma, con questa fretta del Pnrr”. Adesso il Mausoleo “sembra una torta”. E la piazza? Carandini non è contro il razionalismo a prescindere. “L’architettura mussoliniana è bella quando non è di regime, ma quella piazza è proprio di regime”.

In fondo anche questa dove ci troviamo è una torre dei conti. Ma qui nessun bar in progetto (però forse una Terrazza Agnelli con dj set e cocktail a tema richiamerebbe appassionati e feticisti). E’ vero che questo palazzo è più alto del Quirinale, e dunque di tutta Roma? “Mah, non so, forse uguale, forse più alto” dice il conte professore con nonchalance. Palazzo Carandini sì che è una torta, ma multistrato, una grande Saint Honoré dove sbucano storie a ogni pianerottolo. “Qui si riunivano anche quelli del Mondo”, il leggendario giornale di Pannunzio, “di cui mio padre era azionista al cinquanta per cento”. Il Mondo è anche il motivo per cui l’appartamento al quinto piano venne venduto a Gianni Agnelli. “Sono sei appartamenti e noi fratelli eravamo in cinque, dunque ne avanzava uno, e poi credo gli fosse riconoscente perché Agnelli l’aveva aiutato col giornale”. Quel giornale che sopravvisse pochi anni, dal ‘49 al ‘66, entrando però nel mito. Ecco che Carandini mi mostra una foto d’epoca con uno young Scalfari, e poi Pannunzio, Mario Ferrara, Pannella. “E Nina Ruffini, mia cugina, storica segretaria di redazione. Aveva un aspetto un po’ mascolino, e i capelli da uomo, con la sfumatura dietro. ‘Giansenista e kantiana’, si definiva. A un certo punto chiesi a un mio cugino: ma non è che le piacevano le donne? E luimi risponde: certo. Avevamo tutto un carteggio andato perduto che aveva tenuto con una ignota scrittrice francofona. Non ne sapevamo molto. Un giorno incontro Alberto Arbasino e mi dice: si ricorda zia Nina, con quelle sue cenette con la Yourcenar? Allora ricollego. Capisce? Abbiamo bruciato tutto il carteggio con la Yourcenar! Le famiglie sono distruttrici”. Così Carandini si è sempre trovato sostituti di famiglia soprattutto paterni, Bianchi Bandinelli ma anche “il maggiordomo Giovanni”, e il “cuoco Giovanni”, le cui foto campeggiano in pareti che sono un grande albero genealogico interclassista – “a un certo punto venne qui una mia vecchia amica, una che ha fatto un matrimonio un po’ noioso” (Paola del Belgio). Siamo oltre lo snobismo, altro che radical chic, qui le Black Panthers ci fanno una pippa. E’ proprio superiorità soprattutto culturale, di un’epoca perduta in cui aver letto tutti i libri costituiva un blasone più che principesco. Nessun brivido dunque ad avere la prima famiglia italiana sopra, un po’ in proprietà e un po’ in affitto; “con Edoardo Agnelli nostra figlia Cosima si parlava di finestra in finestra, lui stava lì sorvegliato da un cameriere che doveva impedirgli di farsi del male. Poveretto. Essere figlio di Agnelli era una maledizione. L’avvocato era bello, aveva come un’aureola in testa, emanava una luce, aveva un suo charme. Mi sono sempre chiesto perché avesse voluto abitare proprio qui. Mi sono risposto che era come i feudatari che costruivano i castelli vicino ai ponti, per esigere il pagamento del pedaggio. Lui veniva qui a ogni passaggio di governo a prendere le decime. Non hanno lasciato poi molto, come famiglia, all’italia. Almeno Palazzo Grassi potevano lasciarlo a Venezia. Non c’è molta etica protestante in quella famiglia”.

L’etica protestante soffia invece sul secondo piano e il terrazzino, apriamo la finestra: “venga a vedere. Quello è uno dei più grossi blocchi architettonici di Roma, viene dal Tempio di Serapide”. In giardino. E invece, in salotto, un organo e un clavicembalo che il conte-professore suona solo a Natale, poi resti di parentele sterminate, un busto del cardinal Consalvi, “Segretario di stato di Pio VII. Ha perso tutti gli stati della Chiesa e poi li ha riconquistati tutti con la restaurazione. Era un personaggio formidabile”. Poi Giuseppe Giacosa, vari Carandini (“la famiglia più importante del ducato di Modena. Radici nel Dodicesimo secolo, ma io non mi sento per niente aristocratico, non ho la passione per la nobiltà, mio padre fu l’ultimo a usare il titolo. Io mi sento borghese fin nel midollo”). E ancora Tolstoj, parente in qualche complicata maniera. Manca solo Dracula, già, perché c’è pure un ramo Carandini-lee col famoso attore Sir Christopher Frank Carandini Lee che interpretò tra gli altri il vampiro. E poi oltre al cuoco Giovanni, e al maggiordomo Giovanni libri, documenti, foto, bronzi e bronzetti, residui di una civiltà della conversazione che temo non esista più là fuori. “Il Mondo si riuniva qui, in questa sala. Ma non come redazione, come gruppo. Quello che manca oggi è il tessuto, è pieno di persone interessanti ma non si parlano. L’altra sera sono stato a una cena, e si è parlato tutto il tempo di cronaca nera. Cronaca nera, capisce?”. Che volgarità! Chissà Mommsen che avrebbe detto. E i Mengarini! “Direi che in questo la lotta di classe è avvenuta, non è riuscita in termini politicieconomici, ma come costume sì. Si è livellato tutto verso il basso”. La tv la guarda? “Sì, guardo la Gruber. La detesto. La trovo una cosa insopportabile di presunzione, di puzza sotto il naso, eccetera, eccetera. Ma ammiro soprattutto quei poveracci dalla destra che vanno lì a immolarsi”. Ma perché la guarda se la detesta? “Perché io ho antipatia per quelli che la pensano abbastanza vicino a me e ho simpatia per quelli con i quali non concordo. È una forma di perversione”. Barbero le piace? “Almeno lui è uno storico, ma si occupa di troppe cose. Ormai gli intellettuali non ci sono più, gli specialisti non ci sono più, ci sono solo questi divi del giornalismo con uno stile che definirei bombastico”. Altre foto. Il presidente americano Harry Truman a Torre in Pietra. Quelli sì che erano tempi bombastici. Il padre, conte Niccolò Carandini, a Londra, bello come un attore americano. “Primo ambasciatore italiano in Gran Bretagna, subito dopo la guerra. Partì da Ciampino con un bimotore, non era stato ancora costruito infatti l’aeroporto di Fiumicino. A Londra non c’è nessuno del governo inglese ad attenderlo come si dovrebbe. Avevamo da poco perso contro gli alleati. All’ambasciata, che arredò con qualche pezzo degli Uffizi, dopo un po’ si fece vivo qualcuno del governo di sua Maestà: pensavano di trovarsi di fronte un italiano coi baffi e il mandolino. Come il predecessore, il famoso fascistone Bastianini”. E si trovò invece il conte coll’occhio azzurro e i boccoli biondi. “Pare che il sottosegretario agli Esteri, Lord Curzon, disse: impossible. Mio padre era come Gary Cooper, anzi più bello. Come padre, fu del tutto assente, perché aveva i suoi impegni, prima ambasciatore, poi presidente dell’Alitalia per vent’anni”. Si dice che il Mondo a un certo punto chiuse le pubblicazioni perché Pannunzio nel suo infinito snobismo sceglieva lui le pubblicità da mettere e quelle che no. E tra le prime, l’alitalia by Carandini. Così, niente più Carandini, niente più Mondo. “Può essere”, dice il nostro archeo-star. “La vera passione di mio padre era la politica, e per un po’ fu nel Partito radicale. Era sempre impegnatissimo, e la massima intimità che mi era concessa era potergli dare un bacio su una voglia che aveva sulla fronte. Per il resto i miei contatti erano con il personale di servizio, col maggiordomo Giovanni che mi allungava qualche spicciolo, perché a casa non mi davano mai una lira. Così, quando mi misero in un collegio inglese pensai: che pacchia. A parte qualche punizione corporale, ma più che altro simbolica. Ma del resto, si stava benissimo, pillow battle, e se sgarravi, colpi di spazzola sul sedere”. “Era un mondo diverso da oggi, un mondo darwiniano, non tutti dovevano farcela per forza. Andavano avanti quelli bravi”. E oggi? “I miei giovani colleghi all’università mi dicono che insegnare è diventato un incubo burocratico. Io gli faccio da assistente volontario, gratis naturalmente, passo ore su Zoom con gli allievi, perché i professori non hanno più tempo per farlo”.

C’è una frase bellissima che nel commiato dal Corriere scrive Alberto Albertini, fratello meno noto di Luigi: “Dura vita, vita d’onore, e non c’è nessuno tra noi che non vorrebbe averla vissuta”. Ma c’era qualcuno di non talentuoso in questa famigliona? Che vi danno da mangiare? Il conte professore guarda giù dalla finestra. Ma non è ancora stufo di Roma? “No. Ne conosco le più intime viscere”. Spunta elegante la moglie, Mara Fazio, storica del teatro, e tra i libri e le sculture di questo paradiso perduto ci mettiamo a guardare dal balconcino questa stupenda e misera città. Andy Warhol diceva che Roma è la dimostrazione di ciò che succede quando le rovine durano troppo a lungo. “Ma Andy Warhol non sapeva che a un certo punto, tra il 1100 e il 1140, i romani hanno detto basta. E hanno seppellito le rovine di Roma in cui avevano abitato, per tutto l’alto medioevo, sotto 5 metri di terra. Hanno costruito una nuova città sopra. Quindi noi non siamo la Roma dei romani, ma siamo una nuova Roma costruita su questo seppellimento. Tra la fine dell’impero romano e questo seppellimento passano un numero inverosimile di secoli. È una decadenza lunghissima”. Come la nostra, sembra dire Carandini. Poi un maggiordomo riaccompagna alla porta, ma non si chiama più Giovanni.

Articolo di Michele Masneri per Il Foglio Quotidiano

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