Paolo Baratta nel libro Dal Mezzogiorno. Riflessioni e convinzioni dall’interno della SVIMEZ spiega lo sviluppo (mancato) e come gli esecutivi (di ogni colore) non abbiano risanato, potenziato le infrastrutture, corretto la disparità.
Questo bel libro ripropone vividamente il clima, il pensiero, l’impegno altamente civile che animò i meridionalisti. Paolo Baratta fa rivivere con passione il meridionalismo da lui stesso vissuto nella Svimez.
Con la eccellente squadra interna, alla Svimez collaborarono economisti fra i maggiori. Napoleoni tenne lezioni di alta teoria. Garegnani scrisse il saggio sulla domanda effettiva nell’economia italiana come economia diseguale.
L’idea di fondo dei meridionalisti era chiara. Al Sud la forza-lavoro si concentrava in agricoltura e vi erano disoccupazione e sottooccupazione diffuse. Lo Stato doveva attrezzare e industrializzare una regione in prevalenza di contadini spesso privi di acqua corrente, elettricità, strade. Occorrevano investimenti e produttività.
Nel ventennio 1951-1971 il motore del “miracolo” furono gli investimenti: balzarono dal 14 al 25% del Pil. E il risparmio fu nazionale. L’apporto degli aiuti Marshall nel 1948-1953 non superò il 2% l’anno del Pil. Inoltre gli aiuti vennero in parte appostati a riserva valutaria dalla prudenza di Menichella. Per il Sud il Governatore si avvaleva di Salvatore Guidotti, che con Cenzato sollecitava una industria meridionale. La quota del Mezzogiorno sugli investimenti del Paese salì dal 20 al 37 per cento. Il 45% delle fondamentali opere pubbliche venne rivolto al Sud. Oltre all’Eni per l’energia, l’Iri fece molto per l’industria: Taranto, Alfasud, Selenia, Sgs-Ates, Sit-Siemens. Gli investimenti dell’Iri al Sud, ad alta intensità di capitale, crebbero di 10 volte, gli occupati di cinque volte, da 20mila a 100mila. La quota dell’industria sulla popolazione attiva meridionale salì dal 22 al 32 per cento.
Nel ventennio del “miracolo” il Pil pro capite del Mezzogiorno – valutato, come oggi si può, alla parità dei poteri d’acquisto – progredì del 6,3% l’anno, superando con ritmo quasi giapponese il 4,9% del Centro-Nord. Solo per mezzo punto percentuale il recupero di reddito del Sud dipese dalla bassa dinamica della sua popolazione residente: essa crebbe dello 0,3% l’anno, meno dello 0,8% del Centro-Nord. L’emigrazione dal Sud fu biblica: 2,5 milioni di persone, più di metà degli emigrati, si diressero al Centro-Nord. Le strutture recettive furono inadeguate, i costi umani pesanti. Studiavo, allora, a Torino, alla Fondazione Einaudi. Ho visto gli immigrati trascinare la valigia di cartone in abitazioni miserrime.
Negli ultimi cinquant’anni il divario di reddito del Sud ha smesso di ridursi. Ciò che è più grave, il Mezzogiorno condivide il problema di fondo del Paese: una crescita ferma da oltre vent’anni allo “zero virgola per cento”. Di recente l’occupazione è aumentata. Ma è aumentata ben più del prodotto, a scapito della produttività del lavoro. I salari sono stati bassi, quindi le imprese hanno investito poco e con tecniche ad alta intensità di manodopera, spesso precaria.
La latitanza della politica per il Mezzogiorno è la concausa del più generale blocco dello sviluppo nazionale. Se la crescita dell’intera economia non uscirà dalla trappola dello “zero virgola” il Sud non conoscerà rinnovato progresso. Sono chiamate in causa le responsabilità del mondo delle imprese e quelle dei governi, di ogni colore, che si sono succeduti.
Le imprese non hanno cercato il profitto nell’accumulazione di capitale, nell’innovazione, nel progresso tecnico. Si sono adagiate sugli utili assicurati dal tasso di cambio sottovalutato dopo il crollo del 1992, dai salari moderati sin dall’accordo “Ciampi-Trentin” del 1993 e soprattutto dai danari – circa duemila miliardi, cumulati nel tempo – ottenuti dallo Stato per più vie: oscena evasione delle imposte, forniture, appalti e concessioni a condizioni di favore, contributi a pioggia.
Per parte loro i governi, oltre a dimenticare il Sud, non hanno risanato la finanza pubblica, potenziato le infrastrutture, corretto la diseguaglianza e una povertà prossima al 10% dei cittadini, promosso la concorrenza. Hanno subìto l’assurda regola allora voluta dai tedeschi a Bruxelles che nei pubblici bilanci equipara gli investimenti alle uscite correnti. Ora si pensa di esentare dalla regola le spese militari per accrescerle, con conseguente inflazione e recessione.
Le scelte delle imprese sono private. Si può solo sperare che risollevino una produttività totale delle risorse inchiodata al 1995. Ma il governo dovrebbe almeno darsi un programma organico di investimenti per il Sud, estesi al turismo. Con infrastrutture acconce il Mezzogiorno può proporsi quale Florida d’Europa. Al di là dei fondi Pnrr non ancora utilizzati, questi investimenti non creano debito pubblico se con effetto moltiplicativo nel medio periodo generano reddito e quindi gettito fiscale che copre la spesa iniziale. È la lezione di Keynes, ma anche quella messa in pratica dal meridionalismo post-bellico, animato dalla Svimez.
Al di là della piacevolezza della lettura, la testimonianza di Paolo Baratta ha valore storiografico. Il suo libro ha altresì il merito di riproporre la questione cruciale, che la classe dirigente del Paese da decenni continua a eludere: il rilancio dell’economia, il progresso del Mezzogiorno.
Davvero, il futuro non attende.
Articolo di Pierluigi Ciocca sul Corriere della Sera


