IL MONDO SI SCIOGLIE

Quando Erik il Rosso «scoprì» la Groenlandia nel 986, nel pieno del periodo caldo medievale, non sapeva che il nome con cui battezzò l’isola più grande del mondo sarebbe stato un – infausto – presagio. Nome omen, Grønland, Terra verde. Un paradosso per i moderni che, figli della piccola era glaciale, in quell’ammasso di ghiaccio che ricopre l’83% del suo territorio, di verde ne hanno sempre visto poco. Almeno fino a oggi.

La vasta calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo a una velocità mai vista prima. Per la precisione, mai vista da 12.000 anni. Questa settimana in un solo giorno la quantità di ghiaccio sciolto dal calore è stata abbastanza da ricoprire – calcola il Polar Portal – l’intera Florida con 5 centimetri d’acqua. Martedì 27 luglio abbiamo perso 8,5 miliardi di tonnellate di ghiaccio, due giorni dopo, giovedì 29, altri 8,4 miliardi di tonnellate. La temperatura record registrata è stata di 19,8 °C . Tutto questo ghiaccio che si scioglie in Groenlandia diventa acqua che si riversa negli oceani, che si «diluiscono» (l’acqua di disgelo è acqua dolce e diluisce il contenuto di sale dell’oceano), e provoca un ulteriore innalzamento dei mari. Una reazione a catena innescata dai cambiamenti climatici prodotti dall’uomo. Oltre a devastare interi ecosistemi, il rischio che migliaia di città e zone costiere finiranno prima o poi per «affogare» non è più un’ipotesi fantascientifica. Il ghiaccio della terra di Erik il Rosso dovrebbe interessare tutti, dai super-inquinatori del pianeta alle popolazioni che vivono vicino al mare. Ma solo in prima battuta, perché – come noto – gli effetti sul breve e medio termine avranno un impatto globale. E basta scorrere i numeri per comprendere il volume del possibile disastro: oltre un miliardo di persone vive a meno di 10 metri al di sopra delle attuali linee di alta marea, di questi 250 milioni vivono al di sotto di un metro sul livello del mare. Se, per assurdo – ma non troppo – l’intera calotta glaciale della Groenlandia si sciogliesse, il livello del mare aumenterebbe di sei metri. E le rassicurazioni degli scienziati non sono affatto rassicuranti: l’obiettivo sarebbe almeno di ritardare l’ineluttabile e dare il tempo a 600 milioni di persone che vivono vicino alle coste di spostarsi. Il fenomeno che da almeno un ventennio spaventa gli scienziati ha infatti una variabile di rischio in più: la velocità. Il ghiaccio non solo si scioglie, ma lo fa più rapidamente. …

E naturalmente il problema non riguarda solo l’isola degli Inuit e di Erik il Rosso: la crisi climatica sta riscaldando tutto l’Artico a una velocità doppia rispetto alle latitudini più basse e lo scioglimento della calotta glaciale è il principale fattore a contribuire all’innalzamento del livello del mare, che mette in pericolo le coste di tutto il mondo. Mentre il mondo si riscalda, il ghiaccio immagazzinato ai poli e nei ghiacciai si scioglie e il livello del mare si alza. Il tasso di crescita è accelerato negli ultimi decenni ed è ora stimato in 3-4 mm all’anno e la calotta glaciale si è ridotta di 532 miliardi di tonnellate in un anno…..

«Non è solo l’aumento delle temperature il problema che affligge la Groenlandia, ma anche lo sviluppo di condizioni anticicloniche che favoriscono l’assenza di nuvole e quindi l’aumento della radiazione solare in grado di raggiungere la superficie dei ghiacci accelerandone lo scioglimento».

A formulare la diagnosi è Marco Tedesco, geofisico della Columbia University e ricercatore aggiunto alla Nasa.

Cosa sta accadendo in Groenlandia?

«Ci sono due fenomeni in atto. Il primo è legato all’aumento delle temperature. Sia di quelle globali, cresciute di un grado centigrado dall’era preindustriale, sia di quelle specificamente artiche, cresciute a una velocità doppia rispetto al resto del Pianeta. Il secondo è ciò di cui mi occupo, lo studio del legame tra le dinamiche che riguardano la Groenlandia e il resto del Pianeta».

Di cosa si tratta?

«L’aumento della temperatura e l’impatto che esso ha nelle differenti zone del globo incide sulla circolazione atmosferica creando scompensi. Uno di questi è l’indebolimento del Polar Vortex, l’area di bassa pressione che staziona in modo semi-permanente sopra il Polo Nord. L’indebolimento è legato alla differenza d temperatura tra le zone equatoriali e il Polo stesso che agevola la stagnazione di alcuni processi atmosferici come accaduto alla fine di luglio. Processi che ci sono sempre stati ma che ora persistono a lungo e aumentano infrequenza».

Quali effetti hanno?

«Sono condizioni anticicloniche che favoriscono l’assenza di nuvole e l’aumento della radiazione solare che raggiunge la superficie dei ghiacci della Groenlandia aumentando il processo di fusione. Ma non è tutto, perché questi fenomeni anticiclonici, attraverso la circolazione dei venti da cui sono interessati ,incontrano aria calda che proviene dalle fasce temperate, che viene inghiotta e trasportata sul versante Est. Ed è questo che ha favorito l’aumento delle temperature che abbiamo visto con i nuovi record. Si chiamano “atmospheric blocking” e in ultima istanza favoriscono lo scioglimento dei ghiacci».

C’è dell’altro?

«Purtroppo si. Quando la neve fonde e ricongela i grani di ghiaccio diventano più grandi, questo si chiama metamorfismo costruttivo. Così anche se la neve appare bianca ai nostri occhi in realtà assorbe sempre più radiazione solare in alte frequenze e diventa più scura ai raggi infrarossi. Questo agevola impulsi di fusione estrema come abbiamo visto nei giorni scorsi e come è successo nel 2012 e 2019. Si tratta di fenomeni che si registrano all’inizio della stagione calda e agevolano l’assorbimento della neve innescando una reazione a catena assai pericolosa».

Quali sono i nodi da risolvere?

«Il primo elemento di debolezza è che i modelli climatici attuali non riescono a catturare la durata e l’intensità dei fenomeni atmosferici a lungo termine che caratterizzano questi eventi di fusione. Possiamo fare una stima a tre o quattro giorni, ma già a sei mesi risulta complicato muoversi. Il secondo elemento è che questi fenomeni favoriscono anche l’immissione di acqua dolce negli oceani andando ad alterare gli ecosistemi e le correnti oceaniche. Un altro elemento di turbativa è il fatto che si verifichino fenomeni simili anche nella parte orientale dell’Antartide, oltre che in Groenlandia. La combinazione delle alterazioni dei due giganti può avere un effetto molto incisivo sull’innalzamento dei mari con alcune zone più esposte rispetto alle altre».

Cosa si può fare?

«Occorre buon senso, ognuno di noi si deve rendere conto che l’attuale stile di vita non è più sostenibile, solo un sacrifico comune ci potrà salvare. Bisogna poi tagliare a zero le emissioni di anidride carbonica, metano e gas serra il prima possibile, senza obiettivi intermedi. Occorre agire aggressivamente. Bisogna infine investire per sviluppare tecniche in grado di catturare l’anidride carbonica già presente nell’aria. Anche se smettessimo domani di immetterla nell’atmosfera quella già presente persisterebbe comunque per alcuni decenni causando danni. Infine, bisogna sviluppare sistemi di gestione dati e puntare su educazione e istruzione per creare consapevolezza anche tra le comunità locali. Conferendo alle istituzioni che si adoperano per la difesa dell’ambiente maggiori poteri, al di là della visione politica e della necessità del momento».

Estratti dall’intervista, apparsa sulla Stampa, di Francesco Semprini e Roberto Viglianisi a Marco Tedesco, Columbia University.