IL POETA DELL’EDUCAZIONE

Educare gli ineducabili- Il metodo di Fernand Deligny che voleva liberare i ragazzi problematici, senza costringerli alla “normalità”- Troppo presto trascurato, il suo pensiero va riproposto per lo spazio che assegna all’agire spontaneo dei ragazzi autistici rispetto all’orizzonte pieno di vincoli e finalità con cui la società organizza la nostra vita.

Alle scuole elementari avevo in classe un bambino problematico. Un po’ più grosso degli altri, impacciato nei movimenti, rissoso, lentissimo nell’imparare. Erano anni in cui non ci si curava molto dei bambini problematici: stavano lì. Massimo stette lì un paio d’anni, tra la terza e la quarta, poi sparì, finì da qualche altra parte, non saprei dire dove, e non ricordo che nessuno se lo chiese, tolse semplicemente l’incomodo, e la vita in classe, rimosso quell’ostacolo, continuò più spedita di prima. In quel libro bellissimo che è Nati due volte, Pontiggia racconta dell’atmosfera di solidarietà tra i compagni di scuola che si crea attorno a una ragazza “che soffre di un disturbo” (la ragazza non riesce ad articolare bene le parole, non le esce la voce). Ma la ragazza è un’adolescente con lunghi capelli biondi, il suo difetto è quasi impercettibile, i compagni sono ragazzi ormai grandi, che fanno a gara – non importa se per bontà di cuore o per sfoggio di virtù – per mostrarsi gentili e comprensivi. Massimo era diverso: brutto, aggressivo, sgraziato, tonto; e noi otto-novenni non avevamo nessuna vocazione alla gentilezza. Non vederlo più fu un piacere per tutti (l’ho ritrovato anni dopo, per caso, in treno, accompagnato dal padre anziano, imbambolato davanti al finestrino, già senile anche lui, e solo allora ho capito che Massimo era handicappato: di handicap si parlava spesso, in classe e fuori, ma non avevamo mai fatto il collegamento, pensavamo che la formula fosse quella che aveva pronunciato un giorno la maestra, “molto caratteriale”).

Fernand Deligny (1913-1996)

Alle medie invece avevo in classe un paio di delinquenti in erba, Giacomo e… forse Gianluca, piccoli spacciatori, rampolli di generazioni di spacciatori, pluribocciati e quindi noti anche nel quartiere per gesta che si tramandavano da fratelli maggiori a fratelli minori. Anche loro a un certo punto li perdemmo di vista, forse perché, bocciatura dopo bocciatura, avevano raggiunto finalmente l’età della fabbrica o dello spaccio professionale, o forse perché erano andati a fare “tre anni in uno” in una di quelle fantastiche scuole private che cominciavano a spuntare in certi pianterreni del centro. Sta di fatto che un giorno vennero a scuola e il giorno dopo non vennero più, dopodiché solo di tanto in tanto ci arrivava l’eco di qualche impresa criminale che suonava plausibile, anche se non era proprio vera, e che accoglievamo con l’orrore e il sollievo di chi, ormai sicuro sulla riva, contempla lo spettacolo di un naufragio.

Massimo e Giacomo erano delle eccezioni, piccoli strappi in un tessuto sociale relativamente compatto. Ma cosa succede quando Massimo e Giacomo, il ritardato e il delinquente in erba, sono l’unica cosa che c’è, quando il tessuto, l’ambiente, è fatto soltanto di ragazzi come loro? Ragazzini problematici, sottodotati, devianti, delinquenti: sono difficili da gestire anche singolarmente, diluiti in mezzo ad altri venti ragazzini della loro età. Ma tutti insieme? Cos’è una classe in cui tutti i ragazzini sono problematici sottodotati, devianti? E soprattutto: chi, potendo scegliere, vorrebbe finire in un simile ambiente come educatore, insegnante, chi vorrebbe avere a che fare per ore, anni, con esseri umani del genere?

Fernand Deligny

La storia della pedagogia non manca di personaggi eccentrici, ma Fernand Deligny era di un’altra categoria. Nato a Bergues, a un passo da Dunkerque, nel 1913, perde subito il padre, ucciso in battaglia, e viene allevato con molti sacrifici dalla madre e dal nonno materno. Studia Filosofia e Psicologia a Lille, ma più che ai libri s’interessa al cinema, al giornalismo, e ai metodi della pedagogia attiva (niente quaderni, uscite all’aperto, apprendimento attraverso il gioco e il lavoro manuale). Si iscrive alla Gioventù comunista (più tardi prenderà la tessera del partito), partecipa a scaramucce contro le Croci di fuoco, inizia la carriera di insegnante. Nel 1939, ventiseienne, accetta un posto di istitutore al manicomio di Armentières, vicino Lille. Da quel momento in poi, per mezzo secolo, Deligny non smetterà più di occuparsi dell’educazione degli ineducabili, o perché gravemente ritardati o perché socialmente devianti o perché autistici. Il verbo occuparsi però non rende l’idea. La sera, Deligny non stacca. Vive con gli internati, prima, coi giovani delinquenti poi, infine – in una specie di comune nella campagna delle Cevennes – con gli autistici. Gira in lungo e in largo il nord della Francia, apre e chiude scuole e centri di recupero, o meglio lui li apre e qualcuno periodicamente glieli chiude, allarmato dai suoi metodi educativi eccentrici: Deligny non punisce, non costringe, non dà ordini, antepone il lavoro allo studio, piuttosto che far leggere libri preferisce far girare cortometraggi, arruola come istitutori e sorveglianti gente del posto che non ha alcuna esperienza pedagogica, fa casino. Quando gli echi del casino si sentono anche fuori dall’istituto, le autorità lo chiudono disperdendo gli allievi-pazienti; e allora lui se ne prende tre o quattro in casa, gli dà da mangiare, gli trova lavoretti. Sperimenta, fallisce, ci riprova, risorge.

Osteggiato a lungo in gioventù, nella seconda parte della sua vita s’innamora di lui un pezzo dell’intellighenzia francese: conosce Guattari, conosce André Bazin, collabora con lo psichiatra Henri Wallon, entra in contatto con François Truffaut, che gli chiede una consulenza per i 400 colpi e per Il ragazzo selvaggio – e gliela paga in questo modo delizioso: “E’ quindi in qualità di collaboratore dei Quattrocento colpi che troverete in allegato un assegno di 25.000 franchi, che vi chiedo di accettare semplicemente come abbiamo detto. Non è molto, ma se ricordo bene è il prezzo di una capra di discreta qualità” (29 ottobre 1958).

Deligny a Cevennes

Adesso Luigi Monti ha curato per le Edizioni dell’asino un bel volume che contiene i suoi scritti più importanti, tradotti da Chiara Scorzoni, ed è l’occasione per fare la conoscenza con un uomo strano ed eroico, un uomo che ha scelto di vivere nel modo opposto a quello in cui quasi tutti noi scegliamo di vivere, compresi quasi tutti gli educatori democratici a mezzo servizio, cioè senza mettere una parete tra sé e i Massimo e i Giacomo difettati che io ho evitato con tanta cura. Un uomo, anche, simpaticissimo, i cui suggerimenti pedagogici, anche se testati su un pubblico un po’ borderline, suonano infinitamente più ragionevoli di quelli somministrati dalla pedagogia universitaria che negli ultimi decenni ha invaso il discorso sull’istruzione. Chi ha nelle orecchie anche solo un po’ di questo gibberish trapuntato di “competenze interpersonali e interculturali”, di “implementazione dei percorsi educativi”, di “processi relazionali globali”, apprezzerà la scabra semplicità di questo buonsenso delignyano: “Educatori… ? Chi siete? Formati, come si suole dire, in tirocini o in corsi nazionali o internazionali, istruiti senza esservi posti il problema di sapere se avete nella pancia un minimo di intuizione, di immaginazione creativa e di simpatia verso l’uomo, imbevuti di terminologia medico-scientifica e di tecniche superficiali, vi si abbandona, in molti casi figli immaturi della borghesia, ancora tutti inconchigliati in voi stessi, in piena miseria umana”. Ecco: al posto di questi piccolo-borghesi inconchigliati Deligny preferiva reclutare, per i suoi esperimenti educativi, operai tessili disoccupati, artigiani, e anche qualche ex detenuto. Non ci si può meravigliare se gli inconchigliati a un certo punto hanno cercato di vendicarsi.

“Per Deligny – osserva Monti – si è sempre trattato di evitare ai ragazzini la prigione e il manicomio; di adottare il loro punto di vista piuttosto che quello delle pedagogie o delle terapie, anche progressiste, che si sforzavano di formare o che pretendevano di curare; di farsi guidare dall’invenzione e dalla sperimentazione piuttosto che dalla compassione filantropica: “Intendo soltanto creare circostanze favorevoli perché loro ne traggano beneficio e perché vivano”. In questo orizzonte, l’attività che salva, se li salva, i ragazzi di Deligny non è lo studio ma il lavoro, il fare qualcosa con le mani, guadagnandosi la pagnotta. Di qui l’alleanza con gli artigiani del circondario, di qui la rete di contatti con generosi datori di lavoro di mezza Francia; ma di qui anche le frizioni con chi non capisce più bene il confine tra un istituto di cura e rieducazione (la Grande Cordata) e un ufficio di collocamento, e vuole mettere le cose a posto: “Al ministero di non so bene cosa – scrive Deligny – avevano scoperto un cortocircuito: dato che la Grande Cordata percepiva una retta giornaliera, non era ammissibile che i ragazzi lavorassero in determinati luoghi e venissero remunerati, stipendiati, dichiarati lavoratori quando invece erano ‘malati’.

“Si è sempre trattato di evitare ai ragazzini la prigione e il manicomio; di adottare il loro punto di vista piuttosto che quello delle pedagogie” (Luigi Monti)

Forse è questa la cosa che fa più riflettere e fa meglio percepire il passaggio del tempo, i decenni che separano noi oggi dagli esperimenti di Deligny. Ragazzi problematici – cioè con deficit intellettivi, o delinquenti, o psicotici, o autistici – continuano ad essercene, ma ora la cura prevede la scuola, lo studio: devono avere tutto ciò che hanno gli altri. Ma avere tutto ciò che hanno gli altri significa educarli alla norma alla quale i “normali” sono assoggettati, cioè assegnare all’istituzione il compito di correggere la loro anormalità, un po’ nello spirito di questo terribile motto di Droysen, anch’esso riferito da Pontiggia in Nati due volte: “Tu devi essere come io ti voglio, perché solo così io posso avere un rapporto con te”. La risposta di Deligny era diversa, ed era una risposta a cui non sconverrebbe troppo la qualifica di liberale.

Deligny era comunista, perché in quegli anni solo i comunisti osavano mettere in discussione la pedagogia tradizionale, ma il suo metodo – lo spiega molto bene Monti – non aveva niente a che fare con quelli dell’educatore sovietico Makarenko, al quale Deligny è stato spesso avvicinato. In lui nessun culto della produttività, della vita comunitaria, nessun proposito di forgiare il buon cittadino, men che meno il buon comunista. “Non ho mai avuto gusto, né talento – scrive Deligny – per modellare dei caratteri. So bene che, in giro per il mondo, degli educatori si ingegnano a modellare questo ‘uomo nuovo’ secondo la richiesta o il comando dello Stato…”. In tutto ciò che ha scritto (e presumibilmente in tutto ciò che ha fatto) si avverte sempre che l’ideale al quale era più devoto non era né l’eguaglianza né la fraternità bensì la libertà, e che ogni astratta norma di metodo, ogni collaudato protocollo educativo doveva piegarsi all’infinita varietà delle indoli umane. Non credo che abbia mai letto Mill, non era un autore particolarmente apprezzato nei circoli dei quali Deligny entrò a far parte nella seconda parte della sua vita, ma Sulla libertà gli sarebbe sicuramente piaciuto. E insomma, lettore del Foglio, questo comunista era uno di noi.

Articolo di Claudio Giunta Il Foglio Quotidiano.