PRESAGIO DELLA FINE O PROFEZIA CHE SI POTRA’ EVITARE? COSI LA PENSA GEPPETTO

La violenza non paga. Almeno alla lunga. Nonostante ciò essa è connaturata con la storia dell’uomo. Bel dilemma, che la dice lunga sulla razionalità del nostro agire. Umberto Galimberti ne indica le radici antropologiche: l’istinto di conservazione e l’impulso sessuale. Su ambedue ci sarebbe molto da approfondire, soprattutto nelle loro declinazioni violente. Ma non è questo il momento, qui.

Geppetto

Se il paradigma violenza vale per il singolo individuo, cessa di esserlo quando parliamo di Stati?

Il rapporto fra cittadino e Stato è sempre stato problematico, fin da quando l’individuo non era ancora persona né cittadino, qualifiche che implicano un riconoscimento etico e un apparato di diritto.

Gli Stati totalitari odierni, paradossalmente nati da “rivoluzioni” che promettevano libertà e diritti a tutti, sono apparati repressivi in cui l’uso della forza, la violenza dei pochi sulla moltitudine è connaturata.

Spesso ci lamentiamo, specialmente in Occidente, delle troppe cose che non funzionano, delle diseguaglianze, della invadenza dello Stato nel suo volto burocratico, insensibile e ottuso.

E’ sempre il caso di ricordare le parole di Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” (1947).

La tentazione dell’Uomo forte, di vivere in uno Stato dove tutto promana e si identifica da/con Lui non funziona, anzi è peggio, come tutte le dittature dimostrano.

Nei regimi autoritari lo Stato prevale sempre, se il rispetto dei diritti individuali lo mette in pericolo.

Le democrazie oggi sono fragili perché siamo fragili noi: individualisti, consumisti, ignoranti, egoisti, decadenti. E’ urgente una conversione di rotta, a cominciare dall’Europa.

Dobbiamo reagire. L’Occidente, come origine delle società aperte, è essenziale come modello culturale di riferimento per i diritti universali. La sfida del mondo multipolare voluto da Putin nega l’universalità di tale modello, la guerra in Ucraina è solo il primo passo. Ecco perché bisogna fermarlo.

Dobbiamo capire che, con tutti i suoi difetti ed errori, lo Stato di diritto rimane una conquista irrinunciabile.

Fra uno stato in cui i cittadini sono liberi e uno stato poliziesco, non possiamo avere tentennamenti: la violenza, finalizzata alla repressione e al sistematico soffocamento del dissenso, non entra nel dna dei sistemi democratici parlamentari, ma delle dittature autocratiche.

Le quali sono più fragili nella misura in cui la violenza e la repressione crescono. Questi Stati vivono perennemente su un piano inclinato, al fondo del quale c’è la loro dissoluzione.

Nel vano tentativo di evitarla sono solo capaci di portare la violenza oltre l’indicibile, trasformandola da deplorevole mezzo in fine perverso. A quel punto il dissolvimento è prossimo, oltre che certo.

Gli Stati totalitari si uccidono con le loro mani, in pratica si suicidano.

E’ quanto succederà al regime religioso komeinista in Iran. E, prima o dopo, anche alla Russia post-sovietica e imperiale di Putin.

Ma soffermiamoci sull’Iran. Le proteste di questi giorni, l’impiccagione di uno studente per il reato di “inimicizia con dio”, il vergognoso trattamento che la “polizia morale” riserva alle donne, con spari e percosse al seno e ai genitali, ecc. sono il segnale che preannuncia la crisi del regime teocratico?

In apparenza nulla di nuovo o di diverso oggi rispetto al 1978 per le strade di Teheran: allora c’era la polizia dello scià Reza Pahlavi, poi venne Rohollah Khomeyni con la sua rivoluzione e la sua Repubblica Islamica ad instaurare la legge di Dio.

Per l’islam vale questo ragionamento: se Dio è la fonte della sovranità, la legge è la legge di Dio, l’esercito è l’esercito di Dio, e anche i nemici sono i nemici di Dio.

Naturalmente, la Sinistra europea, almeno quella radicale, si illuse circa la reale natura del komeinismo. L’antiamericanismo bastava e avanzava.

C’è chi ha avuto il coraggio retrospettivo di ammetterlo. Leggete queste parole di Massimo Boffa:

Trent’anni fa fui tra coloro che sostennero ardentemente la rivoluzione khomeinista, e qualche amico bonariamente ancora mi rimprovera. Tanto più che non mi dissuase nemmeno la deriva subito feroce degli eventi. Anzi. Per me era evidente che il khomeinismo apparteneva, per molti versi, allo stesso genere di fenomeni del giacobinismo e del bolscevismo. E non mi era certo ignoto il fondo nichilista e totalitario delle altre due grandi rivoluzioni. Ma all’epoca ero comunista, e per giunta piuttosto dottrinario. Mi sembrava dunque naturale, a dispetto dei costi umani, aderire al corso “tragico” dell’evento, secondo una scelta che oggi mi appare sciaguratamente estetica assai più che politica o morale. Aprire gli occhi sul carattere atroce della Rivoluzione iraniana e prendere distanze critiche dal comunismo, dalla rivoluzione russa e da quella francese fu per me tutt’uno (Il Foglio 7.2.2009)

Khomeyni si appoggiava a una solida tradizione: nell’islam la distinzione fra tra sfera religiosa e quella politica è vista come una aberrazione da correggere.

Vale la pena ricordare che Maometto fu l’unico fra i fondatori delle grandi religioni ad avere esercitato direttamente il potere di fare le leggi, dichiarare la guerra, amministrare lo Stato.

Oggi le manifestazioni hanno il segno opposto a quelle che portarono il komeinismo a trionfare: non più antioccidentali ma per una società aperta, laica, che riconosca i diritti fondamentali della persona e del cittadino/a.

La nomenclatura religiosa e l’apparato di vertice certamente reagiranno, incuranti delle morti e dei disordini, fino a quando la violenza si rivolgerà verso esse stesse. Quindi il regime cadrà, è incerto solo quando.