INCURABILI?

25 Lug 2025 | 0 commenti

Ho sentito più di una volta questa battuta e non saprei ritrovarne la fonte. Importante è, però, la verità che propone. La malattia, infatti, non è solo una questione biologica o fisiologica ma è un’esperienza esistenziale. Certo, al capezzale del malato è necessaria la presenza della scienza medica, ma vi si devono accostare anche l’umanità e persino la spiritualità. La terapia e l’assistenza devono dare il loro contributo tecnico, ma il malato invoca implicitamente anche amore, “com-passione” nel senso etimologico del termine, ascolto. Giustamente nel 1978, la scrittrice americana Susan Sontag ha intitolato lo scritto sulla sua esperienza di malata di cancro La malattia come metafora: è, infatti, segno della nostra creaturalità, della fragilità e della solitudine. Non è coinvolto solo il nostro essere fisico, ma anche l’esistere interiore e personale.

È curioso, ma due autori lontanissimi tra loro hanno ribadito un’identica verità. Eschilo, nel V sec. a.C.: «La saggezza si conquista con la sofferenza». Saul Bellow nel romanzo Il re della pioggia del 1959: «La sofferenza è l’unico mezzo valido per rompere il sonno della ragione». Il malato prende coscienza del suo limite smitizzando ogni illusione di onnipotenza; sente il bisogno dell’altro che quasi lo coccoli come un bambino; scopre una nuova gerarchia dei valori; sente spesso vibrare – anche se non credente – una tensione verso la trascendenza che può diventare preghiera o bestemmia. In questa luce si comprende il significato dell’asserto sopra citato: si deve riconoscere che esistono sindromi invincibili e, quindi, inguaribili; ma è altrettanto vero che esse non sono incurabili nel senso dell’impegno di vicinanza e di “cura” amorosa. È suggestivo coniugare in parallelo due verbi inglesi assonanti, to cure, che rimanda alla terapia, e to care, che implica la “sim-patia”, la prossimità al paziente.

Articolo di Gianfranco Ravasi per il Domenicale del Sole 24 Ore

Non esistono malattie incurabili. Esistono solo malattie inguaribili.E’ il sottotitolo che accompagna l’articolo che avete appena letto. Non so voi, ma la lettura mi ha lasciata una sensazione di incompiutezza, di malcelata reticenza verso una domanda che è una logica conseguenza del ragionamento di Ravasi (cardinale dotto, teologo e scrittore di prim’ordine). Fra la terapia, da una parte (to cure) e la “sim-patia” dall’altra non c’è altra soluzione? Patire insieme certamente allevia dolore e ne cambia il significato, lo nobilita,ma certo non lo elimina. Laura Santi, la giornalista affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, si è auto-somministrata un farmaco letale. “Dopo anni di progressione della malattia e dopo l’ultimo anno di peggioramento feroce delle sue condizioni, le sue sofferenze erano diventate per lei intollerabili“, ha dichiarato il marito.

La tensione verso la trascendenza cui allude Ravasi non complende l’ultima, estrema libertà di un essere umano, quella di decidere della sua esistenza? Quando dignità e significato stesso dell’esistere sono travolti e negati dell’evidenza di un dolore privo di ogni possibilità di “sim-patia” poichè non ammette “preghiera”, la pura esistenza fisica non è essa stessa una “bestemmia”?

Questo dovrebbe valere per cristiani o atei, tanto più che Umberto Galimberti sostiene, a ragione, che siamo tutti cristiani in Occidente.

San Paolo ha scritto che nulla può separare un cristiano dall’amore di Dio! “Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:38-39).

Nelle condizioni di Laura e, purtroppo, in migliaia di casi analoghi, il suicidio è veramente tale, veramente è un peccato mortale?

IL video-appello di Laura Santi lo trovate all’indirizzo https://www.youtube.com/shorts/vLBWymmmB5w

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