LA CORRUZIONE DELL’ANIMA

CARCERE DI BOLLATE PRIGIONE GALERA DETENZIONE CHIAVE CHIAVI CELLE REPARTI SBARRE STRUTTURA STRUTTURE DETENTIVA DETENTIVE

Novara: nemmeno due anni è durata la sua vita. Diciannove mesi di torture in mano a due “genitori” snaturati. “Violenza inaudita, indegna di due essere umani”, ha detto il PM al processo. Ora la loro condanna, sacrosanta, all’ergastolo. La psicologa Vera Slepoj si domanda come si possa ridursi peggio che animali, perdere così l’istinto materno e smarrire ogni senso di responsabilità.

Una sentenza non restituisce la vita, ma restituisce un’idea di giustizia, una sorta di rendicontazione di ciò che conta nella vita e nei comportamenti della collettività. L’ergastolo è la pena giusta per la morte violenta, tremenda di Leonardo: un vortice di crudeltà che va al di là di ogni possibile interpretazione psicologica, sociale. E’ la più giusta delle pene, l’unica possibile per lenire il dolore, quello che tutti avranno provato per quel piccolo, un corpicino esausto dalla violenza, quella che neppure possiamo immaginare se pensiamo come sia stata la sua vita, quale dolore, quale paura, quale terrore abbia potuto vivere e provare di fronte a quegli adulti che lo avrebbero dovuto amare e difendere. Doppio ergastolo, giusta pena, un respiro di sollievo di fronte a tante soluzioni discutibili che talvolta abbiamo registrato di fronte a fatti estremamente crudeli.

E’ quasi un rituale su cui sarebbe necessario fare un’attenta analisi, la dinamica che si instaura in giovani coppie, in maternità non bene elaborate, in comportamenti genitoriali inesistenti. Ed è sempre più frequente la coppia madre giovane e partner con destini e spesso un passato fatto di violenze, incriminazioni, ma anche patologie che non si rivelano e che volutamente vengono negate o non gestite. Ciò che diventa evidente è la perdita dell’istinto materno, la scomparsa di quella capacità, quel sentimento istintivo che un a madre destina al proprio bambino. Non è solo farlo crescere, ma soprattutto proteggerlo e difenderlo. L’amore materno è presente nel codice emotivo e comportamentale. Non è culturale, non è solo educativo, ma è per un atteggiamento naturale che una madre piuttosto che vedere soffrire o morire il proprio bambino cede la propria vita. Il fenomeno complesso è la perdita di questo istinto, dell’amore e del senso di responsabilità. L’età di una madre, troppo giovane o troppo bambina, non coincide però con nessuna verità: l’amore non ha età e basta a sé stesso. Le urla, le grida, il pianto, la morte, l’agonia: ecco, questa madre ha cancellato ogni emozione, divelto ogni idea che poteva avere una maternità. Il ripiegamento poderoso è in atto, quello del narcisismo, della violenza come sistema, della carneficina verso l’inerme, verso il più debole. La violenza consuma ogni possibile interpretazione. Non esiste in realtà nessuna idea di motivazione plausibile, la crudeltà domina la coscienza e la trasforma in una esaltazione di se stessi. Leonardo muore così come ha vissuto. Interpretazioni possibili sono solo quelle della corruzione dell’anima e dell’incapacità sostanziale di avere qualsiasi forma reale di pentimento. Due umanità perdute sono quelle che hanno compiuto il delitto, unite nel mondo vorace dell’onnipotenza dove il corpo di un bambino è un ingombro, un inutile disturbo a sé stessi. La collettività si trova di fronte ad un’urgenza immediata e solenne: quella della crudeltà come sistema. Il rifiuto profondo di qualsiasi giustificazione per la morte di Leonardo e per la violenza a tutti i bambini è l’unica via possibile.

Articolo di Vera Slepoj, psicologa e scrittrice, apparso su la Stampa