Ancora non so come si può prendere la giusta distanza dal male, lavorando ogni giorno a contatto con la sofferenza altrui. So solo che, sia come operatori sanitari che come persone, non dovremmo mai rinunciare all’umanità» ad affermarlo è Giorgia Protti, medico internista, che ha racchiuso la sua esperienza professionale nel Pronto soccorso e nella Medicina d’urgenza di un grande ospedale nel suo romanzo d’esordio La giusta distanza dal male, edito da Einaudi.
Sono stati pubblicati diversi saggi su questo tema, ma lei ha scelto la forma del romanzo mescolando la realtà della quotidianità con l’aspetto onirico-fantastico. Da cosa scaturisce questa scelta stilistica?
«Non è stata una scelta ponderata, l’incipit di questo romanzo è venuto fuori spontaneamente, in modo torrenziale, proprio in seguito all’incontro che riporto nel primo capitolo: dopo un turno estenuante in pronto soccorso, nel parcheggio dell’ospedale, una notte intravidi un’ombra, un’entità indefinita che indossava jeans sdruciti e una vecchia maglietta dei Rolling Stones. Sarà stata un’allucinazione dettata dalla stanchezza, ma è come se quella figura simbolica avesse guidato la mia penna. Scrivere è stato catartico, mi ha aiutata a elaborare il carico di sofferenza che mi portavo dietro».
Così è nato il personaggio di Lucifero che dovrebbe rappresentare il male, invece si rivela una sorta di grillo parlante.
«È un’entità ambigua, un confidente a cui la protagonista riesce ad esprimere il proprio dolore e a fare domande che da sola non ha il coraggio di porsi, ma è anche un abile tentatore. Mentre i rapporti umani vacillano, si rivela essere l’unica figura capace di comprendere la quotidianità scandita da codici rossi, interventi urgenti e ritardi inevitabili».
Siamo abituati a percepire la sofferenza dei pazienti, ma lei conduce i lettori dentro il dolore che attanaglia anche gli operatori sanitari.
«Nell’immaginario collettivo, noi medici siamo creature infallibili. Non è facile comprendere il carico emotivo di ogni turno in pronto soccorso: ogni voce che ascoltiamo, ogni corpo che trattiamo, ogni sofferenza che sfioriamo ci rimane attaccata addosso. Ne risente il corpo, ma anche l’anima. A farci resistere è la passione che non va confusa con la vocazione, termine spesso abusato come sinonimo di martirio».
Alcuni medici per evitare questa sofferenza, come metodo di difesa, finiscono per prendere le distanze dai pazienti.
«È un grande errore. Alcuni, per preservarsi, applicano una sorta di autoanestesia, chiudendo i canali comunicativi con le emozioni altrui, ma è un metodo fallimentare che rende carenti sia nelle cure che umanamente. La cura non passa solo attraverso farmaci e interventi, è importante anche l’ascolto e il rapporto umano. Una dote necessaria per un buon medico, così come ci hanno insegnato all’università, è l’empatia. Però è altrettanto importante saperla dosare, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati. Il confine tra empatia e immedesimazione è davvero sottile, soprattutto in situazioni immediate come quelle che si vivono in pronto soccorso. Bisogna trovare un giusto equilibrio, non è affatto semplice».
La crisi in cui versa il servizio sanitario italiano complica la situazione e acuisce ogni emozione?
«La crisi del servizio sanitario, tra sovraffollamento, carenza di personale e turni estenuanti, spesso porta allo stremo le risorse umane ed esacerba la tensione sia di noi operatori sanitari che dei pazienti e dei familiari. Inevitabilmente, se il sistema non garantisce condizioni di lavoro ottimali, non viene favorita neanche la qualità delle cure».
Viene messa a repentaglio anche la comunicazione con pazienti e familiari.
«Anche quando la confusione e la stanchezza prendono il sopravvento, nella frenesia di diagnosi da fare e vite da salvare, bisogna cercare sempre di tutelare la comunicazione con pazienti e familiari. Dobbiamo garantire comprensione e ascolto. Per esempio, per comunicare una diagnosi grave, dobbiamo trovare le parole adatte per farci capire, spiegando la gravità della situazione senza annientare le speranze. Ci sarebbe bisogno di un supporto psicologico anche per noi operatori sanitari, una figura competente che ci aiuti ad affrontare questi momenti con il giusto approccio. Ma spesso manca il luogo giusto e soprattutto il tempo».
Tra le mura del pronto soccorso, c’è una percezione asimmetrica del tempo.
«Già, qui il tempo scorre a velocità differente, in maniera indipendente dalle lancette di un orologio. Per i pazienti e i parenti in attesa dei risultati, il tempo si dilata all’infinito, mentre noi medici lo rincorriamo forsennatamente per tutto il turno. Questo aspetto non è ben compreso da chi non lavora in ospedale e, a volte, può avere ripercussioni anche nella vita privata degli operatori sanitari. Spesso, banalmente, a seguito di un turno che si protrae, si può arrivare in ritardo a un appuntamento. Ciò viene scambiato per mancanza di rispetto, proprio perché dall’esterno non si ha contezza della realtà che cambia da un momento all’altro in un pronto soccorso».
Per tale motivo, talvolta, il lavoro in ospedale, nello specifico in pronto soccorso, ha ripercussioni sulla qualità della vita?
«Innegabilmente lavorare in pronto soccorso, con una variabilità di casi e urgenze da gestire, dà competenze professionali e umane introvabili altrove. É un privilegio, ma al tempo stesso una grande responsabilità. Per quanto possiamo provare a raccontare ciò che capita durante i nostri turni, spesso non veniamo compresi, a volte scaturiscono incomprensioni, possiamo risultare esagerati o bramosi di sembrare eroi o addirittura vittime. Per questo, il lavoro in ospedale, soprattutto in pronto soccorso, ha un forte impatto sulla vita privata. Seppur non sia semplice, nel mio piccolo cerco di tutelare la qualità della mia vita, non permettendo più al mio lavoro di diventare un buco nero dentro cui sparisce tutto il resto. Al tempo stesso, mi sono promessa di non sacrificare mai più il tempo di relazione con i pazienti sull’altare della scarsità di risorse disponibili. Non voglio più tornare a casa con la sensazione di aver dato dal punto di vista umano meno di quanto avrei voluto».
Intervista di Gabriella Cantafio per Vanityfair

