LA MARCETTA SU CAPITOL HILL

Non sono un analista politico, tanto meno di politica americana. Ma qualcosa va detta. Così la pensa Geppetto.

Quanto avvenuto il 6 gennaio a Capitol Hill è chiaro: una folla di “orgogliosi”perdenti, istigati dal loro egocentrico capo, hanno clamorosamente fatta la “marcetta su Washington”, infranta la legge, intimorito i rappresentanti del popolo, riuniti per confermare la vittoria di Joe Biden. La descrizione di fatti così palesi è incontrovertibile.

Ciò che deve preoccupare è riassunta nella domanda: siamo alla fine di un’esperienza politica fallimentare e pericolosa, o all’inizio di una diversa fase che, in forme ancora più virulente di delegittimazione, prepara il tramonto della democrazia americana? Uno sfregio, come dice Obama, o una ferita mortale?

Ma esiste una seconda domanda: gli USA saranno solo i primi? Oggi le democrazie non cadono in una sola volta, ma un pezzo dopo l’altro: avete presente la Russia, la Turchia, il Venezuela, e l’elenco è lungo.

Tutto si gioca nel breve lasso di tempo che intercorre da qui fino al 20 gennaio, quando Trump dovrà fare le valigie, più nolente che volente. L’atteggiamento della Guardia Nazionale e delle forze di polizia, al momento, sembra essere di lealtà e rispetto della Costituzione, come da tradizione. La presa di posizione negativa unanime del mondo dell’economia rassicura, la Borsa di N.Y. ha retto bene. Ciò non dovrebbe permettere a Trump di usare la forza e sovvertire l’ordine costituito. Ma occorre una risposta costituzionale, istituzionale, pubblica.

Vediamo due possibili scenari: una risposta forte e immediata delle istituzioni politiche a Trump e ai suoi sostenitori, con accuse che mettano il riccone fuori gioco. Oppure non prendere iniziativa alcuna, a parte le esecrazioni a mezzo social e aspettare di vedere cosa succede nel frattempo e dopo il 20 gennaio

Nel primo caso si dice che si farebbe di Trump un martire. Ma non lo è già per chi lo sostiene? Il pallino in questo caso sarebbe in mano al partito repubblicano: intenderà rimanere all’ombra di Trump e seguirlo nell’avventura, oppure (meglio tardi che mai) lo mollerà per girare pagina, sperando di conservare agli occhi degli americani moderati, ma non reazionari, un minimo di credibilità?

Non prendere iniziativa sarebbe, invece, come registrare la febbre e non volere ammettere di essere malati. E’ l’ipotesi peggiore. Non è qui il caso di ricordare fatti e storie del passato in cui chiudere gli occhi ha solo aggravato le cose.  L’inazione, il minimizzare schernendo, il pensare che la democrazia stia in piedi per inerzia, permetterebbe a un Trump impunito di provarci ancora, di continuare ad essere al centro della politica americana, condizionare la presidenza Biden e, forte del consenso di 72 milioni di americani, fagocitare il partito repubblicano, e perché no di farsi un suo partito, nazionalista e reazionario. Il tardivo riconoscimento della vittoria di Biden fatto ieri da Trump potrebbe andare in questa prospettiva. Ciò cambierebbe radicalmente lo scenario in USA e nel resto del mondo. In peggio. Vedremo come andrà a finire, incrociamo le dita.