LA MATERNITA’ RIFIUTATA

25 Gen 2026 | 0 commenti

Nathania Zevi

Facciamo pochi figli. Non è più una notizia. Eppure, davanti agli ultimi – sempre più allarmanti – dati sulla denatalità, mi sono chiesta se davvero il punto sia ancora la cifra. O se, piuttosto, non dovremmo chiederci che cosa quei numeri raccontano di noi. Parlano di un Paese che invecchia, certo. Dove si vive, fortunatamente, sempre più a lungo, anche se vivere a lungo non coincide sempre col vivere bene. Raccontano di servizi insufficienti, stipendi bassi, precarietà che non è mai diventata passato.

Ma quei numeri parlano anche di qualcosa che ci riguarda molto più da vicino. Per non dire da dentro. Parlano di noi come madri, come figlie, come donne di generazioni diverse che si guardano negli occhi e, inevitabilmente, si riflettono le une nelle altre. Fatte salve le cause strutturali, note e reiterate, che incidono sulla denatalità, dobbiamo chiederci anche un’altra cosa: se le nostre ragazze, le nostre amiche più giovani, non fanno figli, è anche perché hanno guardato noi. Perché guardano noi: equilibriste perenni divise tra casa e lavoro, tra cura e ambizione, tra il dovere verso gli altri e quello verso noi stesse.

Hanno visto tutto. La stanchezza. La sottrazione. La consunzione. La corsa quotidiana. Hanno visto mani che tremano mentre il computer si spegne – quasi mai prima delle otto di sera – e poi le corse dagli anziani, o dal bambino con la febbre, la macchina sempre carica di qualcosa. Hanno assistito alla mail che non può aspettare neppure di notte, allo scorrere infinito della to-do list sullo smartphone. Hanno imparato cosa significa convivere con l’arretrato permanente, con la sensazione del “non basta mai”. È dunque probabile che, davanti allo spettacolo della nostra perenne condizione di donne stritolate tra obblighi e doveri di ogni tipo, abbiano tratto una conclusione che può sembrare spietata ma che è difficile definire irrazionale: io questa vita non la voglio.

Hanno torto? Hanno ragione? Di certo hanno le loro ragioni. Ed è questa la parte che più ci ferisce ammettere, perché mette in discussione le nostre convinzioni più profonde e l’esempio che abbiamo dato, o che non siamo riuscite a dare. Che madri siamo state? Che cosa abbiamo trasmesso? Che la maternità è bellissima, sì, ma costa cara? Che la libertà femminile è sacra, ma che la maternità la mette alla prova eccome? Che “possiamo fare tutto”, salvo poi scoprire che mettere tutto insieme ci ha lasciate esauste, consumate, con lo sguardo corto persino sul nostro benessere?

La sconfitta, allora, non è che loro non facciano figli. Il fallimento vero è che siamo noi ad aver dato loro l’idea che fosse meglio non farli. Non era questo il patto. Non lo volevano le nostre madri, né le nostre nonne. Abbiamo lottato per scegliere, non per scoraggiare. Abbiamo rivendicato l’autonomia, non la vocazione alla solitudine. Abbiamo tentato di abbattere un destino biologico imposto, non la possibilità di trovare gioia dentro la maternità. E poi c’è un punto ancora più delicato, e quasi indicibile: nessun figlio vuole crescere sapendo di essere stato un peso. Non un ostacolo, non un problema di agenda, non una variabile economica da incastrare tra mutuo e congedi. Eppure è anche questa la narrazione che, forse senza volerlo, abbiamo lasciato serpeggiare. Abbiamo mostrato la parte più faticosa del mestiere, raramente quella più luminosa. I pannolini e i pianti strazianti, mai il miracolo dei primi sguardi. Le notti in bianco, mai la potenza di un abbraccio alle sei del mattino. L’incastro continuo tra turni e baby sitter, mai la pienezza della manina che scorre sul nostro viso.

Così, mentre parlavamo di libertà, il messaggio arrivato è stato l’opposto: la maternità toglie, non restituisce. E loro, che questo l’hanno visto in tempo reale, hanno risposto con una logica limpida: preferisco la parte che dà. Allora, ora, la domanda non è come convincerle a fare figli, ma: come abbiamo fatto a perdere il racconto della bellezza? Perché un figlio non è solo fatica. È il contrappeso esatto della fatica. È investimento in soddisfazione, è potere della trasmissione, è fine ultimo e amore cristallino, è senso di futuro. E il fatto che noi questo, pur senza colpe, abbiamo smesso di dirlo, e forse anche di mostrarlo, è la crepa culturale più profonda del nostro tempo. Se la maternità è diventata soltanto il luogo dell’esaurimento, allora abbiamo perso molto più di un punto di Pil o di un indice demografico. Abbiamo perso il diritto di tramandare la parte migliore di noi. Una delle nostre capacità più uniche. Le nostre figlie, cresciute dentro un perimetro di libertà più ampio del nostro, stanno esercitando quella libertà in un modo che ci spiazza: non fanno figli perché non vogliono rinunciare a ciò che hanno costruito o desiderano costruire.

Ma chi ha detto loro che la maternità è una rinuncia o un’alternativa? Davvero siamo state noi? La strada è stretta, ma è chiara. Non possiamo chiedere loro di sacrificarsi sciorinando i dati Istat o agitando lo spettro delle nostre pensioni da pagare. Non possiamo continuare a raccontare la maternità come penitenza o come eroismo. E non possiamo continuare a fare le acrobate aspettandoci che abbiano voglia di salire sulla stessa corda. Lo dobbiamo a loro e lo dobbiamo a noi e alle nostre madri.

Dobbiamo mostrare anche l’altra metà del quadro: che i figli non sono un limite, ma un moltiplicatore. Che non dimezzano la libertà: la riscrivono. Che non cancellano l’identità: la completano. E tutto questo dobbiamo farlo non con slogan, ma con idee e politica vera: congedi identici per uomini e donne, servizi che funzionano, orari compatibili, un welfare che alleggerisca invece di scaricare.

Ma dobbiamo farlo anche a partire dall’autocritica e dal nostro esempio. Cominciando col modo in cui raccontiamo la maternità. Con il coraggio di dire che sì, abbiamo sbagliato a voler essere supereroine. Che la forza non è fare tutto, ma scegliere che cosa tenere in piedi e che cosa no. Le nostre figlie non devono vedere la maternità come una trappola. Devono vederla come un atto di pienezza.Devono sapere che è una cosa bellissima da fare, e noi dobbiamo batterci per poter promettere loro che non le spezzerà. Devono credere che si può avere un figlio senza perdere se stesse. Che si può essere libere e madri, non libere o madri.

E dobbiamo anche essere gentili con noi stesse. Se qualche errore è – certamente – avvenuto è perché in così poco tempo (meno di cento anni!) abbiamo conquistato molte libertà. Nella foga della corsa, però, ci siamo dimenticate di trasmettere il motivo per cui, in fondo, le volevamo. Non buttiamoci giù, siamo perfettamente in tempo per rimediare.

Articolo di Nathania Zevi, giornalista e conduttrice televisiva

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