Andrea Vallerani ritraeva top model, poi conobbe il Cottolengo. Fra una foto e l’altra faceva il badante, Il Cottolengo, il luogo che mi ha cambiato la vita per sempre. Ora assiste Medici senza frontiere.

Come la storia dell’umanità, la vita di Andrea Vallerani, ex fotografo di moda, si distingue in due periodi, a.C. e d.C., solo che nel suo caso le sigle stanno per avanti Cottolengo e dopo Cottolengo. Don Giuseppe Cottolengo, fondatore a Torino della Piccola casa della Divina Provvidenza, è l’unico santo del calendario liturgico trasformato in un’irridente analogia, che ricorreva nelle invettive di Umberto Bossi. Un imbecille? Da Cottolengo. Un deforme? Da Cottolengo. Il vocabolario Treccani lo classifica tuttora come sostantivo «scherz.», scherzoso: «Ambiente con persone di scarsa vivacità intellettuale».

Andrea Vallerani

Era l’inverno del 1988 quando Vallerani vi entrò per la prima volta. A guidare i volontari nell’istituto per disabili fisici e psichici c’era suor Giuliana Galli, una religiosa così autorevole da essere acclamata nel 2010 alla vicepresidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che controlla Intesa Sanpaolo. «Mi squadrò da capo a piedi e mi congedò con una sola parola: “Torni”». Il fotografo aveva tentato di esporle un progetto audace: ritrarre i degenti. Si ripresentò a maggio dell’anno dopo e rimase per 9 mesi. Ne seguì il parto più travagliato che l’editoria ricordi: Compagni di viaggio silenziosi (Electa). Gianfranco Ravasi, oggi cardinale, scrisse nella prefazione: «Immagini come un bacio, pieno di pudore, su visi rugosi o lisci, belli o sconcertanti, ilari o cupi». Un politico nazionale intimò scandalizzato di non farle uscire dal Cottolengo, ma suor Galli, con l’appoggio di Marella Agnelli, le espose persino in una mostra. «Era un dc, il più importante dell’epoca, per il ruolo istituzionale ricoperto. Non mi faccia dire il nome, è morto», si trattiene Vallerani.

Da lì iniziò il suo dopo Cottolengo. «Avevo violato un tabù. Mi dissi: basta moda, devo andare al di là di ciò che fotografo. Fu dura. Mi ritrovai senza introiti. Finii a fare il magazziniere part-time all’Esselunga di Lodi. Sveglia alle 4.30».

Oggi non scarica più le merci.

«No. Accaddero magicamente eventi inaspettati. Mi cercò l’Unicef e mi spedì tre mesi in India, tre in Africa e tre in America centrale per un volume, I mattini della somiglianza, edito da Mondadori nel cinquantenario di questa agenzia dell’Onu. Venne con me la psicologa Elisabetta Vergani. L’idea era la stessa del Cottolengo: superare la pietistica drammaticità con cui viene di solito raffigurata l’infanzia nel Terzo mondo».

Oggi che cosa fa?

«Da gennaio mi trovo a Biškek, capitale del Kirghizistan. Il centro operativo di Ginevra mi ha inviato a coordinare la logistica di Medici senza frontiere».

La situazione com’è?

«Ho la benedizione di avere accanto mia moglie, che è di origine kirghisa». Cosa pensa della guerra in Ucraina? «Preferisco non dirlo. Percepisco solo una generale stupidità. Oggi ci scanniamo per la sete di potere. Presto lo faremo per l’acqua. Non è un bel mondo».

Che c’entra la fotografia in tutto ciò?

«Niente. Mi sono trasformato in logista dal 2004, quando Msf mi spedì in Angola. Ero partito con la mia inseparabile Nikon Fm2. Scoprii che il personale sanitario aveva bisogno di tutto, tranne che di scatti: ambulatori, sale operatorie, farmaci, ferri chirurgici, apparecchi elettromedicali, luce, acqua, ossigeno».

Il complesso del Cottolengo a Torino

È questo che fa da allora, il logista?

«Esatto. Sono stato in Kenya, Tanzania, Sud Sudan, Uganda, Iraq, Ucraina, Cina, Messico, Guatemala, Honduras e in tutto il Sudamerica, a eccezione di Brasile, Paraguay e Guyana».

Un apolide per solidarietà.

«Il rapporto cominciò nel 2001, allorché Medici senza frontiere mi mandò a Mogadiscio a documentare l’altra faccia della guerra civile. Ne sono usciti il libro Somalia oltre la guerra e una mostra».

Com’è diventato fotografo?

«Per passione. Un veneto legato a Fulvio Roiter e Gina Lollobrigida mi catapultò nel mondo della moda. Grazie a lui per anni a Milano realizzai campagne pubblicitarie di aziende o di stilisti, come Guy Laroche. Lavoravo con Cordula Reyer e altre modelle famose, ma ero insoddisfatto. Cercavo qualcosa di mio».

Il Cottolengo.

«M’impressionò il film The Elephant Man. Provai tenerezza per Joseph Merrick. Pensai: i mostri sono persone belle. Ero vittima di leggende metropolitane».

Lo era anche Giorgio Bocca. Nel suo saggio «Il sottosopra» si legge: «Pietosa impietosa Torino della Piccola casa della Divina Provvidenza, dove anche i mostri sono tenuti in vita e chi li guarda non sa se lo fa per carità o per sadismo».

«Ho girato il Cottolengo per 9 mesi, stanza per stanza. Non ho visto mostri».

Il giornalista parlava addirittura di «esseri con due teste, tre occhi» e di «centinaia di dementi legati sui water».

«Assurdo. Tutto dipende dagli occhi di chi guarda. Ma capisco il pregiudizio di Bocca. A quel tempo persino i down erano considerati mostri. Oggi la società graziaddio si è evoluta. Le famiglie si tengono stretti in casa i figli disabili».

In che modo entrò al Cottolengo?

«Mi ci portò un’ex volontaria, un’amica la cui famiglia era scampata alla catastrofe del Vajont. Mi ricevette suor Giuliana. Le spiegai che avrei voluto mostrare la bellezza dei degenti. Non dovetti essere convincente, perché mi suggerì di tornarmene a casa e di schiarirmi le idee».

Ma lei non si diede per vinto.

«Mi ripresentai dopo sei mesi. E stavolta la religiosa fu possibilista: “Se vuole, può restare qui come volontario. Così si farà conoscere e accettare. Delle foto parleremo in un secondo momento”. Mi ritrovai a dormire al Cottolengo».

E di giorno che faceva?

«Ha presente i badanti di oggi? Ecco, fui un precursore. Lavavo i degenti, li vestivo, li imboccavo, li accompagnavo in bagno, li portavo fuori a prendere aria. Tutti i giorni, dalle 8 alle 18. A novembre stavo ancora lì, perché ricordo che vidi il crollo del Muro di Berlino sul piccolo televisore in dotazione ai volontari».

Con la macchina fotografica non le pareva di violare un santuario del dolore?

«Sì. Me ne resi conto subito, quando suor Giuliana mi respinse bruscamente, facendomi capire che cosa significa rispettare la dignità di ogni persona. Fu un’indimenticabile lezione di etica». Come superò i problemi di privacy? «Nel libro ci sono 50 foto, tutte approvate dal Cottolengo. Prima di ogni scatto, chiedevo il permesso. Cercavo di addolcire, mai di teatralizzare. Fu bello guardare i ricoverati sorridere felici davanti ai loro ritratti esposti nella mostra».

Che però non doveva vedere la luce.

«Né quella, né il libro. Furono ostacolati entrambi da Roma, ai massimi livelli. A Torino si mise di mezzo un pezzo grosso, che anni dopo avrebbe tentato invano di farsi eleggere sindaco. Disse che il Comune, benché non fosse nostro sponsor, avrebbe dovuto occuparsi d’altro. La consorte di Gianni Agnelli si prodigò affinché la mostra diventasse itinerante. Venne a visitarla Cesare Romiti, amico di suor Giuliana. Guido Ceronetti diede il titolo al libro e scrisse la prefazione».

Un testo sconvolgente.

«Ho imparato l’inizio a memoria: “Fare del volontariato è come bere un contravveleno. L’avvelenamento comincia presto, anzi subito: la casa, la famiglia, la città avvelenano; la nascita stessa è un veleno, il più tremendo; poi viene il lavoro, un avvelenamento interminabile, il divertimento: veleno su veleno, le cure: il più ovvio dei veleni. Di veleno del mondo non si muore subito. Meno pietoso del cobra e dell’aspide, il mondo avvelena per gradi, uccide senza uccidere”».

Ha più rivisto il Cottolengo?

«Ma io ci torno sempre! Non appena rientro in Italia. Il che dal 1994 a oggi sarà accaduto una decina di volte. È una seconda patria, per me. Confrontarmi con suor Giuliana è il mio contravveleno. E nella mente ho sempre impressi tutti gli amici che vi ho incontrato. Il muto che ride sulla copertina del libro, coprendosi la bocca con le mani. Giuseppe, del quale conquistai la fiducia dopo mesi: girava con una borsa da manager e un’automobilina giocattolo caricata a molla. E il mio Ligabue, un prete novantenne che sfidava compiaciuto l’obiettivo della Nikon: l’archetipo della bellezza».

Fotografa ancora?

«Sempre. Con la stessa macchina e solo in bianco e nero. Il digitale non mi piace. Ma ormai trovo pellicole, carta e camera oscura solo alla Phos di Torino».

Rimpiange il mondo della moda?

«Mi ha dato da vivere in un clima di creatività esplosiva. Ha offerto infinite possibilità a stilisti, aziende, designer, modelle, giornalisti, fotografi. Senza Oliviero Toscani non esisterebbe Benetton. Io lo ammiro. Ha inventato un sistema». Invidiava o compativa le top model? «Né l’una né l’altra cosa. Le anoressiche ai miei tempi non esistevano».

Don Cottolengo raccomandava: «Se uno è più malato degli altri, metteteci accanto la suora più graziosa». C’erano monache belle al Cottolengo?

«È la gentilezza che rende graziosi». So che ha creato una scuola da solo. «Ero nel Salvador per l’Unicef. Ho capito che con poco potevo fare molto. Ho coinvolto suor Giuliana e fondato una Onlus. E così a Nuevo Gualcho, landa desolata di 700 abitanti, ho tirato su una scuola materna, improvvisandomi progettista, capomastro, muratore. Ho avviato agli studi magistrali alcune ragazze del luogo, costruito un forno, insegnato alle mamme a impastare pane e pizza».

Perché si dedica a simili opere?

«Sono cresciuto in Veneto e ho respirato l’aria dei patronati parrocchiali. Ne ho un bel ricordo, anche se dall’adolescenza ho smesso di essere praticante».

Ma crede in Dio?

«Temevo questa domanda. Così è mal posta. Quella vera è: Dio crederà in me?».

Stefano Lorenzetto, Corriere della Sera

In copertina la foto del calendario 2008 di Medici senza Frontiera di Andrea Vallerani