LA VOCE DI BATTIATO

Oddio sembra impossibile: La voce del padrone ha quarant’ anni. Uno dei dischi più importanti della storia musicale italiana è stato pubblicato nel 1981, eppure sembra appena nato, tanto è vivo e vitale nella costruzione delle canzoni e nei testi. E che testi. L’ apoteosi di Franco Battiato, catanese, all’ epoca già abbastanza conosciuto, ma da allora conosciutissimo perché un album così capita soltanto una volta ogni tanto. La voce del padrone, già il titolo era un macramè di allusioni e riferimenti che gli anni di piombo rendevano ancora più stringenti e obliqui, dall’ omonima etichetta discografica con il cane di fianco al grammofono fino al filosofo mistico Georges Ivanovic Gurdjieff (1872 -1949).

Soltanto Franco Battiato avrebbe potuto farlo. Citazionismo e nonsense. Punk e marcette. Una tale sberla innovativa che impiegò quasi un anno ad arrivare in testa, sia quella degli ascoltatori, sia quella delle classifiche. Ma da lì non si è più mosso. Tutti ancora oggi mandano a memoria il ritornello di Cuccurucucù, oppure ammettono di cercare sempre «un centro di gravità permanente» partendo da «una vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù».

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La voce del padrone – cover

Insomma, all’ alba degli anni Ottanta si presenta al pubblico nazionalpopolare un artista che oggi (a molti) piace definire trasversale, mal vestito e poco socievole, ma assai sociologo, che in sette brani non si lamenta soltanto del fatto che siamo «sommersi soprattutto da immondizie musicali» (Bandiera bianca), ma risolve anche il problema. Battiato è altro. Riconoscibile, ma inimitabile. Tra i cantautori e le canzonette, da allora c’ è lui, che sta tra color che son sospesi, che resiste a metà tra il pop che si può cantare e la musica che ha bisogno di essere capita, studiata, compresa.

Non a caso a fine marzo, poco prima che Battiato compisse 76 anni, la Universal ha pubblicato una sciccheria per tutti gli appassionati e, allo stesso tempo, una lezione per chiunque ami la musica: un remix in Dolby Atmos dell’ album in versione deluxe più cd a tiratura limitata e altre rarità come la ristampa del 45 giri Bandiera bianca/ Summer on a solitary beach in sole trecento copie. Curato dal «maestro» Pino Pinaxa Pischetola, è una delizia e ha molte «piccole» variazioni, come una versione di Bandiera bianca più veloce perché a Battiato era sempre sembrata un po’ troppo lenta. In ogni caso, nella pulizia tridimensionale di questi suoni si capisce una volta di più perché, oltre a citazioni stracolte da Fusinato a Milva, questo disco ha davvero dato inizio a un’ epoca nuova della musica leggera.

Intanto è uscito paradossalmente nel momento giusto. Se il 1980 aveva chiuso gli anni Settanta anche in musica (ad esempio l’ ultimo disco di Battisti e Mogol, Una giornata uggiosa), il 1981 inaugurò davvero gli anni Ottanta non soltanto nella musica. Alla Casa Bianca arriva Ronald Reagan, all’ Eliseo si presenta Mitterrand, a Palazzo Chigi c’ è Spadolini, si scopre il virus dell’ Aids e si lancia il primo personal computer.

Persino la tv cambia drasticamente, con l’ angosciante diretta reality della tragedia di Alfredino Rampi, caduto in un pozzo artesiano a Vermicino, prologo forse inevitabile, ma di certo inquietante, delle telecamere che invadono anche la privatezza del dolore più devastante.

Senza essere un cronista del cambiamento, Battiato ne è un sensore decisivo, perciò La voce del padrone è anche il metronomo di quel cambiamento. Dopotutto Franco Battiato da Riposto, provincia di Catania, ha sempre avuto la forza di dire tutto senza ancorarsi a posizioni politiche, magari in cambio di ospitate o paraventi promozionali.

Quindi è sempre stato libero.

Così il verso di Bandiera bianca «in quest’ epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’ orrore» è una autorevole mannaia che cala su tante coscienze se non contigue, quantomeno silenziose sul terrorismo che aveva devastato il decennio appena passato e compromesso un plotone di intellettuali compiacenti. Ne inizia un altro, quello del reaganismo, ma anche di Wall Street che esalta i «pronipoti di sua maestà il denaro» e nei «minima immoralia» della musica (neologismo dai Minima Moralia di Adorno) Battiato abbatte le sovrastrutture ideali costruite intorno a Beethoven e Sinatra, ai quali «preferisco l’ insalata; a Vivaldi l’ uva passa che mi dà più calorie».

Sono ventate che hanno la sua firma tipica, e già avevano sfiorato i tinelli italiani con L’ era del cinghiale bianco e poi con Patriots. Ma la contaminazione a tratti irresistibile tra cultura altissima e Nicola Di Bari (Il mondo è grigio, Il mondo è blu citato in Cuccurucucù è il titolo di una sua cover con testo dello straordinario Giorgio Calabrese), tra la dinastia dei Ming al tempo di Padre Matteo Ricci e i «programmi demenziali con tribune elettorali» diventa la nuova chiave per leggere il nazionalpopolare. Lo dissacra. E lo ristruttura. Diventando un fenomeno.

Franco Battiato con Alice-1980

La voce del padrone va per dodici volte al primo posto della classifica, diventando il primo disco italiano a superare il tetto del milione di copie vendute. Cifre allora, come oggi, impensabili.

Nell’ anno in cui scompare Rino Gaetano, coniatore di immagini irriverenti ma comunque popolari, esplode coram populo un maestro sofista e sofisticato che fa ballare in discoteca con brani a base di vibrafono, Hammond e sezione archi e con versi che talvolta sono composti esclusivamente da titoli di canzoni famose (in Cuccurucucù ci sono anche Lady Madonna, With a little help from my friends e Like a Rolling Stone di quel Bob Dylan che in Bandiera bianca diventa Mister Tamburino). In poche parole,

La voce del padrone è il disco poderoso di un intellettuale smarrito che vaga «over and over again» tra figure all’ apparenza casuali o insensate come i «furbi contrabbandieri macedoni» o «i gesuiti euclidei». Uno sperimentatore che vorrebbe andare «lontano a naufragare» (Summer on a solitary beach) ma resta a cercare un Centro di gravità permanente che gli dia sollievo, almeno per un momento, giusto per prendere fiato visto che non sopporta neanche «i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk ingleseeee».

Secondo Rolling Stone è il secondo dei cento dischi italiani più belli di sempre. Ma se il primo (Bollicine di Vasco Rossi) ha un enorme significato musicale e generazionale, La voce del padrone allarga l’ orizzonte e apre finestre culturali a un pubblico sterminato che da allora entra pian piano nel mondo di Battiato, senza peraltro mai riuscire ad abbracciarlo per intero.

Il maestro di violino Giusto Pio

Troppo complesso. Troppo, a tratti, avvolto dal fumo mistico della solitudine. Ora che lui si è ritirato ed è irraggiungibile, la sua resta la voce di un padrone della cultura musicale che neppure si può imitare. Non è difficile, è semplicemente impossibile.

Articolo di Paolo Giordano per “il Giornale”

Per gentile concessione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo alcuni stralci di intervista da Franco Battiato tratti dal film e documentario Temporary Road di Giuseppe Pollicelli e Mario Tani. Il cofanetto uscito per la Nave di Teseo (dvd più libro di pagg. 92,euro 27, 2018) contiene appunto il film documentario di Giuseppe Pollicelli e Mario Tani, presentato al Torino Film Festival, e un libro di Franco Battiato (intervistato da Giuseppe Pollicelli), arricchito da foto del backstage, in cui l’artista rivive la sua carriera e le sue tante, repentine, rivoluzioni. L’intervista è di Giuseppe Pollicelli ed è stata pubblicata sempre da “il Giornale”

Alla fine degli anni Settanta ha inizio la collaborazione con Giusto Pio, poi rivelatasi decisiva nella tua affermazione come musicista pop.

«Pio è stato il mio insegnante di violino per tre anni e in effetti è con lui che ho posto le basi per il passaggio alla canzone».

Passaggio che è avvenuto con l’ album L’ era del cinghiale bianco del 1979. Tra coloro che parteciparono alla registrazione di quel disco, oltre al già citato Giusto Pio, c’ è Alberto Radius. In cosa è consistito il suo apporto?

«Il ruolo di Radius è stato importante in quanto fu lui a occuparsi delle chitarre (mentre al basso c’ era Julius Farmer, alle percussioni Tullio De Piscopo e alle tastiere Antonio Ballista e Roberto Colombo) e perché fu nel suo studio di registrazione che l’ intero disco venne inciso».

Alberto Radius, dei Formula 3

Per te L’ era del cinghiale bianco segna anche l’ approdo alla EMI, che resterà la tua etichetta discografica fino al 1995. Chi fu l’ artefice di questo passaggio?

«A propormi alla EMI nella mia nuova veste di cantautore fu Angelo Carrara, con cui ho collaborato fino alla fine degli anni Ottanta».

È vero che La voce del padrone, primo album italiano a superare il milione di copie vendute, era considerato dalla EMI la tua ultima chance dopo il parziale insuccesso dei due LP precedenti?

«No, non è affatto vero. L’ album Patriots, uscito l’ anno precedente, nel 1980, aveva venduto centomila copie e il singolo Up patriots to arms era andato benone. Io, peraltro, pensavo che la mia dimensione fosse quella, ritenevo di avere già toccato il mio apice di popolarità come musicista. Non avevo idea di cosa fosse la fama. L’ ho capito, con gli interessi, dopo il successo inaudito de La voce del padrone».

Come hai vissuto quel momento?

«Non bene. Volevo mollare tutto, è stato Giusto Pio a farmi desistere».

Aneddoti legati a quel periodo?

«In una discoteca sono stato letteralmente assalito, per diversi minuti, da fan impazziti che mi strattonavano di qua e di là. Finii con tutti i vestiti strappati. Dovunque andassi trovavo centinaia di persone ad attendermi. Un incubo. Una volta, addirittura, mi sono svegliato di notte, in un hotel, perché avevo sentito dei rumori: nella mia stanza c’ erano delle ragazze che ridacchiavano! Qualche sconsiderato, tra il personale dell’ albergo, le aveva fatte entrare. In che modo ne sei venuto fuori? Facendo l’ album L’ arca di Noè, che andava in tutt’ altra direzione rispetto a La voce del padrone e ha quindi disatteso le aspettative del pubblico. Vendette comunque molto, ma lo apprezzarono in pochi. La gente per strada mi diceva: A Battia’, non m’ è mica piaciuto! Era divertente. Ed è stata la mia salvezza».

Chi sono coloro che, a tuo avviso, hanno raggiunto le vette più alte del misticismo?

«I buddisti tibetani, il loro livello è il più elevato in cui io mi sia mai imbattuto. Uno dei cardini del buddismo è il superamento della materia.>

Questo tema si ritrova spesso nelle tue opere, compresi i tuoi film. Penso all’ anziano Beethoven che, in Musikanten, malgrado tutti gli acciacchi fisici e la grave limitazione all’ udito, non può fare a meno di comporre e, in tal modo, di tendere verso l’ alto.

«Liberarsi dalle catene della materia è fondamentale. Anche il nostro corpo è spesso un fattore che ci lega. Ricordo che una volta Michelle Thomasson, la moglie di Henri Thomasson (il quale fu uno dei principali discepoli di Georges Ivanovic Gurdjieff, il grande mistico e filosofo armeno capace di elaborare un sistema che ha reso accessibile a noi occidentali tanta sapienza orientale), essendo stata urtata da qualcuno cominciò a sanguinare copiosamente dal naso.

Be’, Michelle seguitò a parlare con la massima indifferenza, limitandosi a togliersi il sangue dal viso con la mano. Un esempio di controllo assoluto di sé, e di distacco dalle cose corporali, che non dimenticherò mai».

Ritieni di avere fatto qualche errore, nella tua carriera?

«Certamente, com’ è inevitabile ho commesso non pochi errori. Ma sono proprio gli sbagli ad aggiustarti il tiro. La cosa affascinante della nostra presenza su questo pianeta, per quanto illusoria essa sia, è la possibilità di effettuare delle comparazioni. È decisivo imparare a capire se una persona sia per te positiva oppure no: se sotto questo aspetto non sei svezzato, puoi finire in balìa di qualsiasi cialtrone».

I due pezzi che avete letti sono stati tratti dal sito DAGOSPIA