Certe volte penso se nel 1943, durante il bombardamento di San Lorenzo o uno dei tanti attacchi aerei che hanno distrutto case, scuole, ospedali e seminato sangue e disperazione nel nostro Paese, un bambino come quello di Germania anno zero, quello che cammina tra le macerie di Berlino distrutta, fosse andato in mezzo alle persone che contavano i danni o che piangevano i loro cari morti dicendo: «Abbiate fiducia, perché tra 15 anni il mondo sarà in pace, conoscerà la più impetuosa fase di sviluppo mai vista».
E dicendo ancora: «Coloro che oggi si combattono l’uno contro l’altro si stringeranno la mano, si abbracceranno, collaboreranno tra loro. E proprio a Roma, poco lontano dai bombardamenti, magari ci saranno i Giochi Olimpici, nei quali chi oggi vuole sterminare l’altro se lo troverà a fianco, amico, e dormiranno nelle stesse case, mangeranno allo stesso tavolo».
Lo avrebbero scambiato per un pazzo, quel bambino. Ma è proprio questa la forza della speranza, la forza che bisogna usare quando tutto, come di nuovo oggi, sembra dominato dal sentimento opposto, il sentimento dell’angoscia, la sensazione che domani sarà peggio di oggi, che non ci sarà uscita dal tunnel. E che quindi i nostri figli, o i figli dei nostri figli dovranno solo misurare a che velocità corrono le lancette dell’orologio dell’apocalisse.
L’angoscia è la vera prigione nella quale stiamo precipitando. O nella quale ci stanno precipitando. L’angoscia è prodotta dallo spezzettamento della società , dalla rimozione dei contatti sociali, dalla riduzione dell’esperienza di conoscenza e di vicinanza ad una pura relazione virtuale. L’angoscia è sorella della solitudine.
L’angoscia è una specie di prigione nella quale si viene cacciati. Non che manchino le ragioni obiettive: l’orrore delle guerre, la minaccia climatica o le spaventose diseguaglianze sociali che attraversano il mondo e lo lacerano.
Ma nei confronti di ogni tragedia, in ogni momento ad agire della in storia controtendenza umana, è stata avendo la speranza la forza di contrastare l’angoscia e la sensazione di fine inesorabile e di trasformarla invece in luce, esattamente come fu dopo il ‘45.

Il bambino immaginario del quale abbiamo parlato avrebbe avuto ragione nel vedere l’italiano Livio Berruti vincere i 200 metri alle Olimpiadi di Roma e il tedesco Armin Hary aggiudicarsi i 100 metri. Per paradosso, due esponenti delle due nazioni che avevano perduto la Seconda guerra mondiale, venivano ora celebrati da tutto il mondo come degli eroi. Il mondo era cambiato radicalmente e lo aveva fatto cambiare la speranza, quella speranza che aveva ispirato la Resistenza, che aveva mosso gli Alleati e che aveva fatto prevalere la libertà e la democrazia sulla dittatura e sull’odio. E lo stesso fu nel 1989, con la spinta dei giovani per il crollo delle dittature comuniste. Oggi esiste una vera industria dell’angoscia. Esiste ed è fondata su un principio decisivo per la diffusione di questo stato d’animo: la rimozione di ogni senso compiuto, la frammentazione dell’esistenza individuale in una solitudine disperatamente egocentrica, lo spezzettamento di ogni discorso comune e dunque condiviso, nella rapsodicità dei comportamenti dei decisori pubblici che, in quanto detentori del potere, si arrogano il diritto di prescindere non solo dal consenso, ma perfino dal senso delle cose. Trump è l’epifenomeno di tutto questo. Narcisismo e improvvisazione, ambedue totali, si alimentano della sottrazione del senso razionale delle cose. Tutto è possibile e quello che si è detto ieri non vale oggi. Pensiamo al gioco infantile e bullista sui dazi che diffonde il panico in tutto il mondo, in imprese e famiglie.
Come può tutto questo non seminare angoscia? Ma l’angoscia, sorella dell’ansia, fenomeno ormai generalizzato, non è un sentimento neutro. Come ha scritto Byung-chul Han nel suo ultimo libro: «Angoscia e democrazia sono incompatibili».
Sembra assurdo mettere in relazione un sentimento con una forma, la migliore, di organizzazione della convivenza umana?
No, perché le dittature nascono sempre sui sentimenti scuri, sui risentimenti, sulle solitudini e le paure. Non c’è miglior rimedio all’angoscia che ti imbriglia dell’uomo che decide per te.
Non devi pensare a nulla, ci pensa lui. Tu scrolla, twitta, posta. Ma resta tra le sbarre nere dell’angoscia collettiva. L’angoscia postula l’inazione, l’attesa passiva, la convinzione che bisogna ritrarsi nel guscio.

Ma ciò che si sente mancare è anche, forse soprattutto, la fabbrica della speranza, della razionale speranza. Che non sia un’utopia, ma esperienza, ce lo dice il sogno di Ventotene. La speranza si costruisce e il materiale con cui è eretta non è fatto solo di no. Non basta, non è mai bastato. Dice ancora Byung-chul Han che «La modalità temporale della speranza è il non ancora». Ma la speranza non è un dono, è un grande progetto umano, richiede capacità visionaria e realismo delle soluzioni. Si può ancora avere il coraggio di immaginare un futuro, il «non ancora», in questo tempo sfilacciato?
I dazi, le guerre, la fame di Gaza, il silenzio complice che accompagna il disegno di Putin, la democrazia destrutturata, la fine dell’unità dell’Occidente. Il mondo, ci piaccia o no, non tornerà dove era prima. O si farà dominare dall’angoscia oppure bisognerà affrontare la grande, esaltante fatica, di fare proprio come quel bambino immaginario.
Articolo di Walter Veltroni per il Corriere della Sera

