Pubblichiamo l’articolo apparso sul Foglio Quotidiano a firma di Alfonso Berardinelli. Condividiamo poco o nulla di ciò che il polemista, critico letterario e saggista scrive in merito all’opera del pittore Anselm Kiefer, del quale domani si apre a Milano una mostra, allestita nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e aperta fino al 27 settembre 2026. Seguiranno in chiusura alcune brevi note di confutazione delle affermazioni tranchants di Berardinelli su arte, bellezza, filosofia e psicoanalisi e, come dice lui, chiacchere esoteriche di Kiefer
La critica d’arte, quando riesce a esistere, non sa più che lingua parlare, quali argomenti usare. Sensatamente e onestamente dovrebbe essere in grado di far funzionare la vista, gli occhi, restituendo alle arti definite “visive” la loro qualità di oggetti prima da percepire e poi (solo poi) da interpretare. Avviene invece il contrario. Prima si interpreta e poi, ma raramente o quasi mai, si arriva al che cosa pittori e scultori offrono da guardare. Un chiaro esempio (uno dei mille) di questo modo di procedere l’ho trovato la settimana scorsa nelle pagine di Repubblica e del Venerdì dedicate a quello che viene definito, ignoro perché, “il più grande artista vivente”, cioè Anselm Kiefer, la cui opera comprende xilografie e libri formati anche da fotografie. Kiefer e la sua opera sono stati presentati due volte: giovedì 22 da un testo di Massimo Recalcati, psicoanalista di moda più che critico d’arte; e poi venerdì 23 da un’ampia intervista a Kiefer di Riccardo Staglianò, con foto in bianco e nero di tele piuttosto ripugnanti e raccapriccianti, di cui non si sa che pensare.
Incuriosito dal fatto che Kiefer sarebbe “il più grande artista vivente”, e sorpreso dall’altro fatto che a interpretarlo sia uno psicoanalista e non un critico d’arte, ho dovuto subito constatare che le argomentazioni interpretative di Recalcati non si occupano di commentare qualcosa di visibile, ma si impegnino a riassumere una teoria o filosofia esoterica come l’alchimia, un fossile culturale le cui ultime manifestazioni sono comparse vari secoli fa, prima che la chimica arrivasse a prendere scientificamente il posto della favola alchemica.
Detto in breve, la filosofia, la simbologia e l’arte alchemica consistevano nel tentativo (mai riuscito) di trasformare il piombo, metallo vile, in oro, metallo sublime che emana luce. Kiefer ha scelto tale dottrina come fonte necessaria a capire la sua arte oscura, un trasformare e trasvalutare rovine e rifiuti in valore artistico. A che cosa mira, a che cosa serve il riferimento alla stravaganza occultistica? E’ fin troppo chiaro che serve a distrarre pubblico e critica dal guardare, occupando la loro attenzione con un tour de force interpretativo che giustifichi e valorizzi opere difficilmente, o inutilmente, guardabili. Brutte e spaventose le buie opere di Kiefer, che hanno perciò assoluto bisogno di essere culturalmente sublimate. La magia alchemica, insomma, dovrebbe redimere un’arte visiva in cui da guardare e da vedere c’è poco o niente, soprattutto masse di materia caotica scura, per farne poi preziosissima arte, bella, vitale, significante, salvifica, nonché oggetto merceologicamente costosissimo.
La combinazione di fattori simbolici, culturistici e pragmatici è notevole e offre materia varia all’interprete raziocinante, che può benissimo dare solo una veloce occhiata ai quadri per immergersi subito nelle più sofisticate elucubrazioni in stile Jung, reinventore novecentesco del nesso psicologia-alchimia. Ma oltre che all’esoterismo mistico-simbolico, è Kiefer stesso che ha guidato gli interpreti ricordando loro che la sua data di nascita è il 1945, l’anno in cui la Germania era ridotta in un accumulo di rovine fisiche, morali e politiche (questo è un argomento solido).
In effetti, metaforicamente, l’interpretazione funziona in senso storico come arte alchemica, come magia che trasfigura un oggetto artistico visivamente plumbeo, caotico, avvilente in strumento di liberazione e rinascita. La formula che Kiefer offre agli interpreti della sua opera è questa: “Vedere cose orribili per ricavarne bellezza”. Si tratta di un imperativo estetico-morale per chiunque debba ricominciare a vivere avendo alle spalle catastrofi belliche, annientamento della vita individuale e sociale. Ma è in gioco nello stesso tempo un mettere la propria arte al riparo di un salvifico, eroico paradosso: ricavare vita dalla morte e bellezza dall’orrore.
Letta in questi termini, la filosofia alchemica con cui Kiefer spiega, salva e valorizza la propria opera con tutti i suoi difetti artistici, è anche una truffa mascherata da “nobiltà dello spirito”. Se ci si crede, si fa propria la teologia mistica della “coincidenza degli opposti” celebrata dal tedesco Nicola Cusano (1401-1464).
Le Alchimiste nasce da un progetto avviato nel 2023 e presenta oltre quaranta grandi teleri, concepiti appositamente per dialogare con la drammatica bellezza di questo luogo segnato dal bombardamento del 1943.Centrale il legame con Milano, città in cui visse la sua giovinezza Caterina Sforza, scienziata e condottiera, autrice di un raro manoscritto con oltre 400 ricette tra medicamenti e formule alchemiche. Accanto a lei, Kiefer convoca una costellazione di figure femminili, note e dimenticate: da Isabella Cortese e Maria la Giudea a Marie Meudrac, Rebecca Vaughan e Mary Anne Atwood. Attraverso la sua pittura materica e simbolica, l’artista restituisce volti e corpi cancellati dalla storia, riconoscendo alle alchimiste un ruolo cruciale nella nascita del pensiero scientifico moderno. Fin dagli esordi, nei primi anni Settanta, Kiefer indaga i poteri creativi e redentivi delle donne, qui tradotti in un pantheon al femminile che intreccia mito, memoria e rigenerazione.( Dal catalogo di presentazione della Marsilio Arte editore)
Non sapendo che cosa dire criticamente, Recalcati si dedica a una telegrafica divulgazione di tale cultura alchemica e mistica, giustificando con essa un’arte che è o sembra scarto, piombo, rovina, buio e orrore, per poi diventare felicità, luce, oro, nuovo inizio, vita nuova. Filosofando essenzialmente, Recalcati azzarda così: “E’ la dialettica tra l’essere e il nulla, tra la creazione e la distruzione, che contrassegnano tutto il lavoro artistico di Kiefer”. Una tale magia, che sa di mistica alchemica, può essere usata molto praticamente allo scopo di vedere anche arte nella non-arte, per vendere come valore un non-valore. Serve a questo, infatti, la sovrinterpretazione di quadri che non si lasciano guardare: verità profonda o inganno cultural-commerciale? La cosa comunque che resta vera e reale è che noi, oggi, non siamo soggetti alchemici neppure se diamo uno sguardo alle tele di Kiefer. Forse, chissà: uno psicoanalista junghiano capace potrebbe farci passare dal piombo della nevrosi all’oro della liberazione. Ma quali effetti alchemici avrà l’arte di Kiefer su chi visiterà la sua mostra milanese intitolata Le alchimiste? Stando alle tele di Kiefer offerte al lettore del Venerdì, c’è poco da sperare. Visivamente, cioè usando gli occhi e non le interpretazioni, quelle sinistre immagini femminili non possono che portare male. Contro l’interpretazione, diceva il titolo di un saggio di Susan Sontag scritto nei primi anni Sessanta. Se la pittura deve essere arte visiva, allora mi fido più di quello che vedo che di quello che mi offrono i propositi dell’artista e le idee dei suoi filosofici garanti. In arte e nella critica d’arte un tale “disprezzo delle apparenze” non è accettabile. E’ come dire: non importa la materia visibile, ciò che conta è il significato due volte occulto che l’artista attribuisce a quello che fa e che gli interpreti accettano come il solo e più vero senso delle superfici pittoriche. La nostra cultura è affollata di interpreti allevati nelle università, agli occhi dei quali il visibile delle arti visive va prima ignorato e poi tradotto in concetti e in altri codici: perfino nel codice di una scienza esoterica che di scientifico, di realistico e di sensato non ha artisticamente niente.
Alfonso Bererdinelli, Il Foglio Quotidiano
IL NOSTRO COMMENTO
Alfonso Berardinelli nel commento alla mostra che abbiamo sopra riportato parte con il forte sospetto che la mostra di Kiefel sia un “inganno cultural-commerciale”. Ha le orecchie piene dell’assordante babele delle Olimpiadi Invernali inaugurate ieri. Ha lo sguardo diffidente e il dichiarato rifiuto delle “apparenze” di quei quadri, che sono, secondo lui, in realtà inguardabili. Scrive infatti: “ Stando alle tele di Kiefer … c’è poco da sperare. Visivamente, cioè usando gli occhi e non le interpretazioni, quelle sinistre immagini femminili non possono che portare male.… In arte e nella critica d’arte un tale “disprezzo delle apparenze” non è accettabile”. Si riferisce, naturalmente, alle “alchimiste” alle quali la mostra è intitolata.
Il rifiuto della tradizione alchimistica non potrebbe essere più totale, anche se la storia insegna che lo sviluppo e la trasformazione verso la chimica odierna è lì che trova le sue radici, anche se confusa con l’occultismo e lo spiritismo. Sfugge a Bernardinelli il valore e il significato profondo della ricerca alchemica: essa non è una “stravaganza occultistica” come egli sostiene, ma va correttamente intesa come ricerca di cambiamento e conoscenza, di dettagli e significati nascosti e che vanno svelati. Sostenere che la pittura è arte visiva e quindi l’opera d’arte è tale solo se passa per gli occhi e non sia da interpretare, e soprattutto da “capire”, nei suoi proposti, nei suoi rapporti con la realtà, con le emozioni e i sentimenti che sentiamo suscitare dentro di noi, è un controsenso. L’intuizione sensibile cui è giunta l’arte moderna, il dualismo fra visibile e invisibile, fra visione delle cose e conoscenza, sembrano essere estranei all’analisi di Bernardinelli. Dunque, pietose croste di un mondo deformato?
Nei suoi quadri Keifer fa un uso potente della materia: cenere, piombo, paglia, terra e metalli, ne risulta una orditura priva di luce e confusa perché egli ha rinunciato a mescolare i colori. La a luce intensa, riposante e tranquilla degli impressionisti, simbolo di chiarezza e ordine, è bandita, nella realtà prima che nelle sue rappresentazioni. La rappresentazione che egli fa è quella di un mondo solido e persistente nella sua rovina. Solo così l’arte diventa uno strumento espressivo e simbolico di effetto immediato e violento, attraverso cui l’artista affronta temi universali come la distruzione, la memoria, la conoscenza e la rinascita.
E’ l’atroce pessimismo della rassegnazione e della morte? No, ce lo dice lo stesso Kiefer: “Le rovine non rappresentano solo una fine, ma anche un inizio “. Dal testo della parte didattica offerta dagli organizzatori ai giovani studenti, riporto questa frase: “Riflettere sulle opere di Kiefer ci aiuta a riflettere sul nostro vissuto personale: chi, o cosa, del nostro tempo, crediamo valga la pena non dimenticare”
Alfonso Berardinelli (Roma 1943), critico letterario e saggista, è noto per aver sollevato numerose polemiche: sui metodi della critica, sul ruolo degli intellettuali, sul linguaggio filosofico, sull’insegnamento letterario. Tra i suoi libri: La poesia verso la prosa. Controversie sulla lirica moderna (1994), L’eroe che pensa. Disavventure dell’impegno (1997), Nel paese dei balocchi. La politica vista da chi non la fa (2001), Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati (con H.M. Enzensberger, 2006), Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione (2007), Che intellettuale sei? (2011)
In copertina: A. Kiefer: Sette palazzi celesti, 2014

