LE ANGUILLE E LA STORIA

Enrico Berlinguer, segretario del PCI

GeppettoCOSI’ LA PENSA GEPPETTO-QUESTIONE MORALE E ANTIPOLITICA-FRA STORIA E CRONACA RILEGGIAMO L’INTERVISTA DEL 1981 DI SCALFARI AL SEGRETARIO DEL PCI BERLINGUER- LA DIVERSITA’ MORALE COMUNISTA E I MITI DELLA TERZA VIA SMENTITI DAI FATTI-LA DENUNCIA DELLA CORRUZIONE DEI PARTITI E DELLO STATO RIMASTA LETTERA MORTA A CAUSA DELLA GUERRA FREDDA E DELLE AMBIGUITA’ DEI COMUNISTI ITALIANI-LA SECONDA REPUBBLICA SEPPELLISCE I PARTITI MA ALLARGA LA CORRUZIONE.  

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Quando le vicende non sono più cronaca ma non sono ancora storia, parlarne è difficile perché sfuggono di mano come delle anguille. Eppure alle volte bisogna farlo, per evitare che ricostruzioni artefatte, ad usum serenissimi Delphini, finiscano per alterarle e deformarle.

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Il segretario del PCI Enrico Berlinguer

E’ di questi giorni l’inusuale uscita di Renzi circa una “questione morale” dei partiti, fugace parentesi rosa fra una promessa e l’altra. Qualcuno ricorda, invece, la “questione morale”, che fu cardine della politica berlingueriana fino al 1984, anno della morte del segretario del PCI? Successe che nel luglio del 1981, intervistato dal direttore di Repubblica Eu-genio Scalfari (allora egli si accontentava di parlare ai comuni politici e non ambiva ancora farlo col Papa o col suo Superiore), Berlinguer disse: ”I partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientele: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune.” Sembra di sentire Beppe Grillo o qualche altro sbracciato fautore dell’antipolitica.

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Berlinguer in vestaglia mentre sorseggia, infastidito dagli operai in sciopero, secondo Forattini

Un quadro dettagliato e impietoso, quello descritto da Berlinguer, un protagonista che conosceva bene la politica, avendola sempre praticata. Analisi di una attualità sconcertante, a dispetto di coloro che, su quel periodo, hanno la memoria corta. Certamente, queste cose non le pensava o sapeva solo Berlinguer, e allora? … le reazioni? Zero! Siamo nell’84, Mani pulite esordisce solo nel ‘92.Perché ben otto anni dopo? Risposta: la “seconda repubblica” non poteva nascere se prima non cadeva il Muro di Berlino, finiva la guerra fredda e il PCI, cambiato repentinamente nome, marciava spedito verso il capitalismo. Gli effetti, sul quadro politico italiano, del congelamento della divisione in due blocchi del mondo, li abbiamo capiti dopo, ma le conseguenze della “diversità” comunista molto prima: lo Stato capitalista si combatte, evviva lo Stato capitalista! Può sembrare paradossale che toccasse a un disegnatore satirico, Forattini, sulla stessa Repubblica, in una vignetta rimasta epocale, a cogliere la doppiezza della politica berlingueriana, vera erede del togliattismo. Il fondatore, forse inconsapevole, dell’antipolitica è stato quindi Enrico Berlinguer, almeno a prenderlo in parola. Ne’ possiamo sorprenderci, oggi, circa lo scarso senso dello Stato degli italiani.

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Eugenio Scalfari, fondatore de La Repubblica

L’intervista è uno scoperto giuoco delle parti: da una parte il direttore che finge di incalzare l’interlocutore; dall’altra il politico tutto di un pezzo, austero e sdegnato anche nello stile, un pessimista (chiosa sommessamente Scalfari da far “accapponare la pelle”). Eh, già, ma diversamente dagli altri (quelli cattivi dello sfascio) Berlinguer è riscaldato della fede comunista e dalla passione per il “riscatto delle masse”. Con la giusta veemenza afferma:  “Noi comunisti abbiamo settant’anni di storia alle spalle…. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sul monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi….” Ecco allora preparato lo scenario su cui tutto il ragionare berlingueriano ruota: l’asserita diversità comunista. A questo punto, Scalfari pare risvegliarsi, sfodera gli artigli e azzanna: “….questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in cosa consiste?” In sintesi, Berlinguer, premesso che al PCI la DC e gli altri partiti hanno “fatto ponti d’oro.. perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica”, puntualizza: 1) noi siamo onesti e puliti non avendo mai partecipato, anche se invitati, al banchetto.2) Noi vogliamo veramente combattere privilegi, difendere i deboli, premiare il merito. 3)Noi crediamo che il capitalismo sia finito, perché ha causato “gravi distorsioni, disparità sociali e enormi sprechi di risorse”. Non bastano più il riformismo e l’assistenzialismo, la strategia giusta è la “terza via”, cioè l’eurocomunismo.

Nella stessa controversa intervista, disapprovata dall’ala migliorista del PCI, Napolitano in testa, il segretario del PCI è ancora più duro sul degrado sociale causato dai partiti: “ I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, la banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali”. Vi ricorda qualcosa?

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Pannella e Scalfari, anni ’70

Le cause di questo sfascio morale?- chiede Scalfari. Lapidario risponde Berlinguer: la discriminazione contro di noi. “Non le sembra eccessivo”, chiede Scalfari. Berlinguer è costretto a chiarire: non è che con noi al governo “si entrerebbe nell’età dell’oro”, ma cesserebbe una emarginazione che ha lasciato per trentacinque anni un terzo degli italiani alla finestra perché “discriminato per ragioni politiche”. Intanto non è vera l’affermazione poiché il PCI ha governato, fin dalla fondazione della Repubblica, città, provincie e regioni. Ma andiamo alle “ragioni politiche”. Dopo una competizione elettorale non governa chi vince? Esisterebbe in Italia un diritto, sconosciuto in altre democrazie, per cui un partito non possa rimanere all’opposizione, magari per sempre? Non votarlo è discriminare? Se la tua “diversità” non piace, la colpa è degli elettori o tua? No!, (questo il ragionamento di Berlinguer) gli altri vincono perché sono corrotti, non perché la nostra politica è sbagliata. E dagli! Prima ti definisci diverso, stai sull’Aventino e poi piangi la discriminazione mettendola all’origine di ogni corruzione!? 

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Palmiro Togliatti

Qui è il punto dove il pensiero del segretario del PCI vacilla, si fa contorto, procede fra omissioni, affermazioni dogmatiche, offrendo vere e proprie patacche storiche.  Come quando fa un parallelismo vertiginoso fra voto politico e referendum, assegnando al PCI il monopolio di tutto il mondo progressista e sottraendo a Pannella (onore al grande combattente!)  la primogenitura sulle battaglie per il divorzio e l’aborto. Secondo Berlinguer, quando si tratta di referendum gli italiani sono un popolo “liberissimo e moderno”; quando si tratta di votare scelgono inopinatamente i partiti dello sfascio conservatore.  “Dunque, gli italiani al voto soffrono di schizofrenia?” chiede un disorientato Scalfari: “Se vuole la chiami cosi” è la risposta.  Al segretario comunista rosica parecchio che il 60% e più degli italiani continui a votare democristiano e socialista, avendo lì bell’è pronto un partito nuovo e incontaminato. Pare quasi non volere accettare la volontà popolare, certo non mostra di capirla. Esprime verso i connazionali questo poco lusinghiero giudizio: “ La maggior parte di loro sono sotto ricatto”. Giudizio che è una pietra tombale, non tanto per gli italiani, ma per le ambizioni di governo del PCI. Ma più ancora spiace a Berlinguer (i pessimi rapporti con Craxi sono noti e documentati), che il PSI riformista goda di una rendita di posizione con conseguente “esclusione” del PCI dal governo del paese. Anzi, non esita a ripetere il vecchio e rassicurante schema degli “equilibri più avanzati” di De Martino, assegnando ai socialisti il solo compito di fare da apripista ai comunisti, in nome della unità delle forze socialiste. Berlinguer scambia causa con effetto: la “rendita” socialista è conseguente e non precede, né causa la “diversità” comunista; è questa che andrebbe rimossa per superare il “discrimine”, cosa che Berlinguer non può fare, per ragioni di equilibrio politico internazionale e, più prosaicamente, perché il PCI ha bisogno per campare dei rubli sovietici.

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Berlinguer e Craxi, inizi anni ’80

Per concludere, la storia non si fa con i se e con i ma, ma a rileggerla oggi questa intervista a Enrico Berlinguer spiega tante cose. Mi limito ad alcune.

Spiega che il PCI, figlio della lotta di classe, smarrita la spinta propulsiva e ideale, non riuscì ad interpretare le aspettative delle “masse popolari” ( termine equivoco da pensiero unico che rende tutto anonimo e suggerisce una sorta di apostolato educativo autoassegnatosi). L’eurocomunismo fu il canto del cigno, un ultimo strepito prima dell’exit inevitabile. La questione morale nulla di più di un afflato pre-politico, non perché non esistesse la corruzione, ma per l’uso che Berlinguer ne fece: imbastire una diversità virginale inesistente, in un gioco scoperto di sostituzione di classe di potere con un’altra, fermo il resto. Morto Berlinguer e crollato il Muro a Occhetto non rimase che uscire per ultimo e spegnere la luce.

Spiega perché socialisti e comunisti non potessero andare d’accordo. Craxi ebbe il coraggio di uscire dalle ipocrisie e mettersi in concorrenza esplicita col PCI.  Se unità doveva essere, non poteva che avvenire sotto l’insegna del garofano socialista. Anche per questo ha pagato. Oltre che per i suoi errori. In particolare, non avere capito per tempo che, con la caduta del Muro di Berlino, il sistema partitico sarebbe crollato a causa della sua corruzione, che era davvero tanta, come Berlinguer nell’81 già denunciava.

Infine una postilla. Mani pulite nata per combattere la corruzione, lungi da debellarla, ha avuto due effetti, probabilmente non desiderati, ma davanti ai nostri occhi. Tali effetti, certo peggiori del male, sono stati: disseminare la corruzione, cambiarne la natura.

La disseminazione è avvenuta con il collasso dei partiti storici. Con tutti i loro difetti essi erano pur sempre filtri per il reclutamento e la selezione della classe dirigente. Una parvenza di finalità pubbliche e di idealità sopravviveva nei partiti, nonostante la guerra intestina per bande. Il mutamento di natura è stato che la corruzione da mezzo si trasforma in fine. L’arricchimento individuale tramite la politica, prima mal visto, prevenuto e scoraggiato, ora dilaga, diventa sintomatico di “contare”, di avere peso politico. Si istituzionalizza, con forme surrettizie di finanziamento, mancanza di controlli, incestuosi conflitti di interessi.  Con la fine dei partiti la tangente e il malaffare fanno un “salto di qualità”: sono entrati nel dna del modo di fare e di concepire la politica. Gli onesti? Prima un’eccezione, ora anche pesci fuori dell’acqua.