L’EUTANASIA DELL’OCCIDENTE

UNA FORZA OSCURA E SEGRETA CI PORTA ALLA DECADENZA TERMINALE- L’INIZIO E LA FINE DELLA VITA SONO STATI ESILIATI, RESI INDECENTI- HOUELLEBECQ, ULTIMO SCRITTORE CATTOLICO RIMASTO SENZA LUCI E SPERANZE-UNA CIVILTA’ MUORE PER STANCHEZZA E DISGUSTO DI SE’.

Vogliamo riscoprire quella strana moralità che ha santificato la vita fino alla sua ultima ora”. Queste parole di Michel Houellebecq spiegano la lotta che l’autore di “Annientare” ( uscito il 7 gennaio per La Nave di Teseo) sta conducendo contro l’eutanasia. Il tema incombe in tutti i suoi romanzi e i suoi ultimi interventi pubblici.

Prima un articolo sul Monde dopo l’eutanasia di Vincent Lambert. “Lo stato francese è riuscito a compiere l’impresa: uccidere Vincent Lambert”, ha scritto Houellebecq. “L’ospedale aveva altre cose a cui pensare che mantenere in vita degli handicappati”. Secondo Houellebecq, Lambert “non era in fin di vita, ma viveva in uno stato mentale particolare, del quale sarebbe onesto dire che non ne sappiamo praticamente nulla”. E ancora: “Mi è difficile liberarmi della fastidiosa impressione che Vincent Lambert sia morto per colpa di una mediatizzazione eccessiva, per essere diventato un simbolo suo malgrado; si trattava, per la ministra della Sanità, di farne un esempio. ‘ Di aprire una breccia’, come si dice, ‘ di fare evolvere le mentalità’”.

Poi un altro testo, lo scorso aprile, sul Figaro, quando l’assemblea francese discuteva una proposta sul suicidio assistito. E la rabbia di Houellebecq è aumentata di livello: “Ecco, dovrò essere molto esplicito: quando un paese – una società, una civiltà – arriva a legalizzare l’eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto. Diventa quindi non solo legittimo, ma desiderabile distruggerlo; in modo che qualcos’altro – un altro paese, un’altra società, un’altra civiltà – abbia la possibilità di accadere”.

“La possibilità di un’isola”, il romanzo del 2005, è strutturato in modo molto simile alla Bibbia e racconta la storia della setta elohimita, un nuovo movimento religioso che emerge in Europa occidentale all’inizio del XXI secolo e attrae fedeli con una promessa di immortalità attraverso la clonazione. Nel corso della narrazione, l’elohimismo cresce fino a diventare la più grande religione sul pianeta. Favorisce l’eutanasia come rimedio alle “mise – rie” della vecchiaia. “Il corpo invertito, deteriorato dei vecchi era tuttavia già oggetto di un disgusto unanime, e fu probabilmente la canicola dell’estate 2003, particolarmente micidiale in Francia, a provocare la prima presa di coscienza globale del fenomeno”. Nell’arco di due settimane, più di diecimila persone erano morte; alcune da sole nel loro appartamento, altre all’ospedale o in casa di riposo, ma tutte a ogni modo erano morte per mancanza di cure. “Nelle settimane che seguirono, lo stesso giornale pubblicò una serie di servizi atroci, illustrati da foto degne dei campi di concentramento, in cui si descriveva l’agonia dei vecchi ammassati nelle corsie d’ospedale, coperti soltanto da pannoloni, gementi tutto il giorno senza che nessuno venisse a reidratarli o a porgere loro un bicchiere d’acqua, mentre le infermiere tentavano invano di mettersi in contatto con le famiglie in vacanza e portavano via regolarmente i cadaveri per far posto ai nuovi arrivati. ‘ Scene indegne di un paese moderno’, scriveva il giornalista senza rendersi conto che esse erano la prova, per l’appunto, che la Francia stava diventando un paese moderno, che solo un paese autenticamente moderno era capace di trattare i vecchi come meri rifiuti, e che un simile disprezzo per gli anziani sarebbe stato inconcepibile in Africa o in un paese tradizionale dell’asia. L’indignazione affettata che quelle immagini suscitarono si attenuò rapidamente, e il diffondersi dell’eutanasia provocata – o, sempre più spesso, liberamente consentita – dove – va risolvere il problema nei decenni seguenti”.

Poi, nel 2010, con “La carta e il territorio”, Houellebecq racconta il fascino agghiacciante di Dignitas, la società svizzera che offre su catalogo la “morte dolce e serena”. “Suo padre era morto, era evidente, ormai da parecchi giorni, le sue ceneri dovevano già galleggiare sulle acque del lago di Zurigo. Informandosi su internet, aveva scoperto che Dignitas (questo il nome dell’organizzazione) era oggetto di una denuncia da parte di un’associazione ecologista locale. Non a causa delle sue attività, anzi, gli ecologisti in questione si rallegravano dell’esistenza di Dignitas, si dichiaravano persino completamente solidali con la sua lotta; ma la quantità di ceneri e di ossa umane che riversavano nelle acque del lago era secondo loro eccessiva, ed era responsabile del diffondersi di una specie di carpa brasiliana, arrivata di recente in Europa, a scapito del salmerino, e più generalmente dei pesci locali”.

La sede stessa era squallida. “Dignitas — Jed se ne rese conto arrivando davanti all’edificio, una cinquantina di metri più avanti — si trovava in un immobile di cemento bianco, di una irreprensibile banalità, molto Le Corbusier nella sua struttura trave-colonna che liberava la facciata e nella sua assenza di fioritura decorativa, un immobile identico insomma alle migliaia di immobili di cemento bianco che componevano le periferie semiresidenziali dovunque sulla superficie del globo”.

Houellebecq ha poi esteso il campo di lotta al “valore di mercato della sofferenza e della morte maggiore di quello del piacere e del sesso”. La morte rende molto bene: “Una eutanasia veniva fatturata in media cinquemila euro, quando la dose letale di pentobarbital sodico costava venti euro e una cremazione economica probabilmente non molto di più. Su un mercato in piena espansione, in cui la Svizzera era in una situazione di quasi monopolio, dovevano in effetti guadagnare un sacco di denaro”.

In “Annientare” il Belgio rimane in prima linea in questa pratica e i gruppi di intervento estraggono segretamente alcuni pazienti dagli ospedali, ma sono i mesi e i giorni prima della fine che danno a questo romanzo una svolta commovente. L’occi – dente sta ingrigindo e si avvia inesorabilmente verso la morte. Il corpo si rimpicciolisce, l’orizzonte si oscura, la vita è un triste ospedale; eppure è l’occasione per ricongiungersi con se stessi, con gli altri.

Siccome nessuno li guarda più i morenti, Houellebecq fa da loro megafono: “Si avvicinò alla barella: un uomo molto anziano con il viso emaciato, le mani intrecciate sul petto, respirava fiaccamente, sembrava quasi morto, ma Paul credette di sentire un leggero rantolo. Vicino all’ingresso, un’infermiera o un barelliere, che non riusciva a distinguere, era sprofondato in una poltrona, gli occhi inchiodati sullo schermo del cellulare”.

La crisi sanitaria da coronavirus non è citata in “Annientare”, ma la descrizione delle case di cura è profondamente ispirata a quello che abbiamo visto in tutta Europa: vecchi imprigionati, agonia senza sguardi, funerali anonimi… “Fino alla fine scriverò poesie, o anche solo pagine indignate contro l’eutanasia”, confessava giorni fa lo scrittore a Jean Birnbaum del Monde.

Lo fece fin dalle “Particelle elementari”, dove scriveva: “Da una parte il feto, piccola congerie di cellule in stato di differenziazione progressiva, che si vedeva gratificato di esistenza individuale autonoma solo a condizione di un determinato consenso sociale (assenza di tare genetiche invalidanti, accordo dei genitori). Dall’altra parte l’anziano, congerie di organi in stato di disgregamento costante, che non poteva fare realmente appello al proprio diritto alla sopravvivenza se non con la riserva di una coordinazione sufficiente delle sue funzioni organiche – introduzione del concetto di dignità umana. I problemi etici così posti dalle età estreme della vita ( l’aborto; poi, qualche decennio più tardi, l’eutanasia) dovevano pertanto costituire fattori di opposizione insuperabili tra due visioni del mondo, due antropologie in fondo radicalmente antagoniste”.

Houellebecq vi attaccava l’agnosticismo di principio che “doveva facilitare il trionfo ipocrita, progressivo e anche leggermente subdolo, dell’antropologia materialista. Mai apertamente evocati, i problemi del valore della vita umana si trovarono altresì esiliati dagli animi individuali; si può senza alcun dubbio affermare che essi contribuirono in buona parte, nel corso degli ultimi decenni della civiltà occidentale, a creare un clima complessivo di depressione, per non dire di masochismo”.

A Houellebecq piace frugare nel futuro. In “Sottomissione” ha raccontato l’islamizzazione della Francia, in “Serotonina” i gilet gialli, in “Particelle elementari” il nichilismo e nella “Carta e il territorio” un paese senza fabbriche che vive di turismo dalla Cina.

“Annientare” è ambientato nel 2027, domani. Agathe Novak-Lechevalier, docente all’università Paris-Nanterre e specialista di Houellebecq, al settimanale Le Point spiega: “‘ Annientare’ è un enorme incubo, la polverizzazione del mondo. Houellebecq ha sempre denunciato l’idea che le nostre società liberali ci considerino prodotti usa e getta, da trattare come rifiuti quando non sono più direttamente utili alla società. ‘ Annientare’ riprende le idee che sono state espresse sulla vicenda Vincent Lambert”.

In “Annientare”, la famiglia è “l’ultimo polo residuo attorno a cui si organizza l’esistenza degli ultimi occidentali” e “la riproduzione artificiale e l’immigrazione erano i due mezzi utilizzati dalle società contemporanee per compensare i loro tassi di fertilità in calo”.

Houellebecq immagina una società dove la morte stessa è stata evacuata. La definisce “l’ultima indecenza” e fu presto concordato che “doveva essere nascosta il più possibile”. Le cerimonie funebri furono abbreviate – l’innovazione tecnica della cremazione permise di accelerare notevolmente le procedure – e le cose erano più o meno “sistemate”. “Negli strati più illuminati e progressisti della società, si era deciso di evitare anche il processo della morte. I ricoveri prolungati erano diventati l’eccezione, la decisione di eutanasia era generalmente presa in poche settimane, addirittura giorni. La dispersione delle ceneri veniva effettuata in modo anonimo, da un membro della famiglia quando c’era, o da un giovane impiegato dello studio notarile”.

Ma, avverte Houellebecq, il rischio è di finire in una distopia. “La nostra società ha un problema con la vecchiaia; un problema serio che poteva portarla all’autodistruzione. La vera ragione dell’eutanasia è che non sopportiamo i vecchi, non vogliamo nemmeno sapere che esistono, quindi li teniamo in posti speciali, fuori dalla vista degli altri esseri umani. Quasi tutte le persone oggi considerano che il valore di un essere umano diminuisce con l’aumentare dell’età”.

Come spiega Louis Betty nella sua monografia su Houellebecq “Without God”, da un punto di vista sociologico e fattuale “qualcosa in questa visione di decadenza sociale terminale è sicuramente esagerato, ma Houellebecq mette in scena la teoria della secolarizzazione come il declino sociale e istituzionale della tradizione europea, in particolare del cattolicesimo francese. Creando un universo dell’orrore materialista in cui il suicidio gode di un’ampia apologia culturale, il materialismo è la visione del mondo dominante e la libertà sessuale è quasi totale, Houellebecq esplora il declino della morale cattolica”. In questo senso, è l’ultimo grande scrittore cattolico del nostro tempo.

Una civiltà muore, dice Florent- Claude Labrouste, il protagonista di “Serotonina”, “senza preoccupazioni né pericoli né drammi e con pochissime carneficine; una civiltà muore solo di stanchezza, di disgusto di sé”.

La decadenza è lo sfondo di “Annientare”. Houellebecq la definisce “una forza oscura e segreta”, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica o semplicemente biologica. “La doxa liberale persisteva nell’ignorare il problema nell’ingenua convinzione che il richiamo del profitto potesse sostituire qualsiasi altra motivazione umana e potesse da solo fornire l’energia mentale necessaria per mantenere un’organizzazione sociale complessa. Non sapevamo cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa, e in definitiva la volontà di vivere degli uomini e il futuro delle loro civiltà. Il concetto di decadenza poteva essere difficile da afferrare, ma era una realtà potente”. Lo stadio finale dell’autodeterminazione è l’autodistruzione.

Giulio Meotti per il Foglio Quotidiano