L’INGANNO NO VAX

Proprio quando abbiamo più bisogno che mai di un vaccino, contro il Covid, rinasce l’opposizione antivaccinista. Perché è necessario spiegarne le ragioni, di testa, di pancia e di tasca, per contrastarla. Un’indagine tra sospetti, paure e miti antiscientifici

Perché proprio quando avremmo più bisogno di un vaccino nasce una forte opposizione alle campagne per distribuirlo in massa, cercando di arrestare un pericolo mortale? La maniera più semplice per rispondere, ma anche la meno veritiera, è quella di giustificare questo paradosso con la mancanza di cultura, educazione, risorse cognitive di una fetta sempre maggiore della popolazione, all’interno della quale si troverebbero soprattutto i No Vax. La realtà, e particolarmente la realtà socio-culturale fra le cui pieghe si sta cercando una spiegazione, è enormemente più complessa di quanto si possa immaginare e persino anche solo misurare. Non ho quindi la pretesa che di accennare a qualcuno degli argomenti e dei dati che sono emersi negli ultimi anni, indagando il mondo dei No Vax; spero tuttavia che possa essere utile almeno per riconoscere quanto sia fuorviante e pericoloso semplificare troppo le ragioni dell’esistenza di un movimento di opinione come questo.

Nella mente dei No Vax.

Come si diceva pocanzi, siamo spesso portati a interpretare l’opposizione alle vaccinazioni come se fosse un rigurgito irrazionale causato da bias cognitivi che oscurano i benefici della procedura e amplificano i rischi. Troppo semplice.

In realtà, esistono argomentazioni sofisticate che possono convincere la maggioranza delle persone per la loro intrinseca logicità, purché queste persone non abbiano a disposizione dei dati di dettaglio e di contesto per giudicare della bontà di un dato vaccino.

Consideriamo a titolo di esempio la vaccinazione contro l’influenza, e cominciamo dall’argomentazione principe: il rischio individuale. Consideriamo, per esempio, l’influenza stagionale.

Negli Stati Uniti, in media circa l’8 per cento della popolazione si infetta ogni anno, con una forchetta che varia tra il 5 per cento e il 20 per cento e una seconda forchetta compresa tra il 3 per cento e l’11 per cento della popolazione che oltre ad infettarsi mostra sintomi. Queste percentuali si traducono in un totale di ospedalizzazioni che negli Usa varia tra 140.000 e 960.000 ogni anno, cioè in una probabilità di ospedalizzazione annua media che varia circa tra il 4 per diecimila e circa il 3 per mille. Di converso, ogni anno c’è quindi in media per i cittadini Usa una probabilità compresa tra 99,96 e 99,7 per cento di non sperimentare sintomi gravi per influenza. Se assumiamo la durata media della vita negli Usa (79 anni), e approssimando come indipendente il rischio che si corre ogni anno, risulta quindi che ogni cittadino Usa ha una probabilità totale di sperimentare almeno una volta nella propria vita sintomi seri da influenza compresa fra circa 3,2 per cento e circa 21,1 per cento.

Se poi consideriamo il rischio di morire, assumendo anche il massimo stimato di morti per influenza negli Stati Uniti (95.000 morti in un anno), si ottiene per i cittadini Usa un rischio annuo di morte pari al massimo a circa 2 su 10.000, che sull’intera vita media significa meno dell’1,6 per cento di probabilità totale di morire per influenza prima del raggiungimento dei 79 anni medi di vita.

Ora, di fronte a questi rischi che individualmente possono essere percepiti come molto bassi (anche se in realtà non sono distribuiti in maniera omogenea nella popolazione) e su cui comunque l’individuo ritiene di avere il diritto di esercitare una scelta, molte persone farebbero fatica ad accettare anche solo il fastidio di doversi recare in un centro vaccinale e di soffrire di qualche minimo effetto collaterale. Il rischio di morte per influenza che abbiamo appena calcolato, inoltre, non è lontano da quello di morire negli Stati Uniti in un incidente stradale, posto che mediamente sono 40.000 i cittadini americani che ogni anno fanno questa fine; di conseguenza, una istintiva contestualizzazione (framing) rispetto al rischio di morire per diverse cause percepite come accidentali porta a declassificare il rischio di morire per malattie infettive come l’influenza a livelli molto bassi.

In aggiunta, molte persone sono esposte a una narrativa che esagera i rischi di potenziali eventi avversi in tutti i vaccini, rischi che secondo questa narrativa distorta supererebbero percentualmente di molto quelli appena descritti per l’influenza.

Questa narrativa ha presa perché eventi comunque molto rari di reazione al vaccino come angioedema, asma, anafilassi, ed eventi ancora più rari come la sindrome di Guillain-Barré appaiono spaventosi e frutto di un rischio aggiuntivo e spropositato rispetto ai comunissimi sintomi influenzali, che “oscurano” il rischio di complicazioni gravi dell’influenza. Ciò che è raro, come le reazioni di grado severo a un vaccino, proprio perché raro ci appare molto più terrorizzante ed inusuale; e se occorre in una percentuale che non sappiamo “a occhio” distinguere da quella delle complicazioni legate all’influenza, ci farà rapidamente dubitare che il gioco valga la candela, vale a dire che il bilancio costi/benefici della vaccinazione antinfluenzale sia favorevole rispetto a correre un trascurabile rischio di ospedalizzazione e una ancor più minimo rischio di morte legati alla virosi influenzale.

Questo semplice esercizio che abbiamo fatto per il caso del vaccino contro l’influenza può essere esteso a qualunque altro vaccino, purché si minimizzino a sufficienza i rischi individuali di conseguenze serie da una malattia e si rendano tali rischi difficilmente distinguibili da un punto di vista quantitativo da quello dei rari effetti avversi del vaccino (per esempio asserendo che tali effetti avversi sarebbero nascosti, quando non si hanno altri elementi). E’ per questo che la narrativa che minimizza i rischi dell’infezione da Sars-CoV-2 è preparatoria alle posizioni di opposizione alla vaccinazione, come ben dimostrato dall’entusiasmo degli ambienti No Vax per certe dichiarazioni incautamente ambigue di personaggi quali Matteo Bassetti e Alberto Zangrillo, entrambi decisamente favorevoli alle vaccinazioni, ma in più riprese convinti assertori della teoria secondo la quale i rischi del Covid-19 sarebbero stati strumentalmente esagerati.

A incidere sulla bilancia rischi/benefici, vi sono non solo le considerazioni legate alla percentuale di rischio che si corre con una data malattia e a quelle legate al rischio effettivamente misurato (o che si pretende di aver misurato) della vaccinazione; vi è anche l’idea che, in realtà, i rischi di una vaccinazione non siano immediatamente evidenti, essendo la vaccinazione un processo recente. Questa considerazione vale particolarmente nel caso di vaccini di nuova concezione o per nuovi patogeni, e dunque è diffusa per i nuovi vaccini in sviluppo contro la nuova pandemia da Sars-CoV-2. Paradossalmente, prima si arriva ai vaccini (e quindi più efficiente è il processo della loro identificazione e sperimentazione), minore sarà stato il tempo di osservazione dei potenziali effetti avversi; per cui il dubbio che questi eventi non si siano ancora manifestati per semplice mancanza di tempo rafforza la convinzione di chi non vuole vaccinarsi, conoscendosi solo il fattore di rischio legato al virus, ma non ancora in forma piena quello legato ai nuovi vaccini. Questo tipo di ragionamento rappresenta semplicemente una manifestazione della classica “avversione alla novità” tipica non solo della nostra specie, ma di molte altre; ed è in grado di paralizzare la nostra reazione di fronte a qualunque fenomeno improvviso e per il quale non esistano soluzioni ben consolidate. …

L’operazione di bilanciamento dei rischi prima di agire, di conseguenza, va sempre fatta con le informazioni disponibili, le quali devono essere pesate aggiornando la stima man mano che nuovi dati arrivano; in caso contrario, non sarà mai possibile effettuare alcuna scelta e dunque raggiungere quella informazione consolidata dal tempo che si pretende necessaria fin dall’inizio. Intanto, in situazioni quali quella attuale, l’inesorabile aumento dei morti ci ricorda quale sia il peso di non agire, ricordando che la possibilità che un vaccino – qualunque vaccino – causi un simile numero di morti in un periodo di osservazione lungo a piacere è trascurabile, se è uscito da una sperimentazione clinica controllata e in cieco.

Come ultimo elemento che può portare i No Vax a considerare le proprie scelte frutto di un atteggiamento razionale vorrei qui considerare gli errori di chi è favorevole alla vaccinazione. Il primo, fondamentale piano su cui avviene la maggioranza di questi errori è il piano comunicativo. Gli esempi abbondano nel caso della attuale pandemia e dei vaccini nati per cercare di risolverla.

Consideriamo per esempio il rilancio acritico delle comunicazioni aziendali circa l’efficienza e la sicurezza dei nuovi vaccini sviluppati. Qui non si tratta di sapere se le comunicazioni delle aziende siano fondate e sufficientemente accurate, ma di valutare l’impatto che può avere sulle persone una comunicazione istituzionale e da parte dei media che rilanci direttamente ciò che i Ceo delle aziende comunicano in primis ai loro investitori e alle Borse, e solo secondariamente al grande pubblico. Sono comunicazioni sostanzialmente di marketing, e non importa quale sia la serietà dell’interlocutore che se ne incarica: il vero fine è dimostrato dall’immediato effetto che tali comunicazioni hanno proprio sulle azioni delle aziende interessate, oltre che dai contratti di fornitura che spesso seguono tali comunicazioni. Pretendere che non sia un problema il fatto che si prenda per buona senza alcun filtro la comunicazione di una multinazionale del farmaco vuol dire essere ciechi sull’effetto che questo ha sulle persone che alla fine rappresentano i soggetti della vaccinazione. Non è immorale o sbagliato da parte del venditore decantare le virtù della propria merce, ed è oltretutto vero che disponiamo di meccanismi di controllo indipendenti per il controllo obiettivo di quanto asserito; è tuttavia perfettamente razionale reagire con diffidenza da parte di chi vede le istituzioni e la stampa ripetere con enfasi tali dichiarazioni pochi secondi dopo che esse sono state rilasciate, soprattutto considerato che il pubblico non ha accesso ai dati in supporto, né ha i mezzi cognitivi per valutare tali dati e neppure conosce i meccanismi di controllo pubblici sui risultati di aziende private.

E’ pure un grave errore, da parte di istituzioni, politici e persino ricercatori, quello di pensare che sia utile presentare selettivamente ed entusiasticamente non solo ciò che le aziende comunicano, ma anche ogni più piccolo progresso della ricerca, nell’illusione di ridare speranza a una società ovviamente prostrata dalla comunicazione di morte, disastri, malattia, e quindi desiderosa di buone notizie. Questa comunicazione enfatica e iper-ottimista, accoppiata al reale conflitto di interesse implicito nelle comunicazioni aziendali, provoca per reazione un sospettoso ritrarsi di molte persone.

Oltre agli errori comunicativi (per i quali, a dire il vero, l’elenco sarebbe ancora lungo), bisogna considerare gli errori organizzativi e gestionali che rendono le vaccinazioni un’operazione complessa e burocraticamente opprimente per i vaccinandi.

Ancora una volta, un buon esempio, peraltro recente, può venire dalla vaccinazione contro l’influenza stagionale. In Italia, la frammentazione del sistema sanitario nazionale ha comportato la contrattazione delle regioni per l’ottenimento delle dosi vaccinali e l’organizzazione locale della campagna di vaccinazione di quest’anno; i risultati sono stati l’insufficienza delle dosi vaccinali rispetto alla richiesta, tempi incerti per ottenere le scorte, mancanza di informazione chiara rivolta a chi i vaccini li deve somministrare, un accesso difficile dei pazienti al vaccino (che in qualche caso si è trasformato in una vera e propria odissea)…..

La campagna vaccinale contro Sars-CoV-2 si annuncia enormemente più complessa, sia per la scala a cui dovrà avvenire, sia per le difficoltà legate alla conservazione e alla distribuzione dei particolari vaccini che sono per ora disponibili; e se il piano vaccinale predisposto dovesse rivelarsi alla prova dei fatti insufficiente, le difficoltà per i cittadini ad accedere al vaccino potrebbero diventare tali, da ingrossare le fila di chi rinuncerà alla vaccinazione. Gli errori, anche su questo piano, si pagheranno molto cari.

Infine, vorrei discutere di un ultimo alibi per così dire razionale per i No Vax: il disaccordo tra gli esperti, vero (in pochi casi) o presunto che sia (nella maggioranza dei casi). Il problema di fondo qui consiste nel fatto che le persone, in campi come quelli della salute pubblica e della scienza e clinica dei vaccini, in mancanza di spiegazioni accessibili sono naturalmente portate ad applicare il principio di autorità, fidandosi degli esperti (come del resto si richiede loro di fare). La gran parte di noi non conosce le procedure di controllo né la ragione alla base del fatto che, di solito, un aeroplano in volo non precipita; non saliamo sugli aeroplani perché disponiamo di tali conoscenze, ma perché ci fidiamo delle autorità che effettuano controlli e che ci garantiscono un volo sicuro, oltre che del fatto che moltissimi voli sono stati realizzati con successo prima di quello in cui stiamo per imbarcarci.

Per la nostra salute, facciamo lo stesso: sulla base di storie pregresse di successo (che conosciamo tramite amici, parenti e fonti di informazione), scegliamo di affidarci alle autorità scientifico-mediche. Ma cosa succederebbe se, nel salire su un aereo, il controllore di volo, i piloti, gli attendenti di volo ed il personale di terra cominciassero a discutere animatamente circa la sicurezza dell’imbarco su quell’aeromobile? Molto probabilmente, cominceremmo ad avere forti dubbi sull’opportunità di intraprendere il viaggio. In mancanza di dati oggettivi e della capacità di analizzarli, il dissidio fra le varie autorità ci farebbe dubitare fortemente della sicurezza del volo: è una reazione naturale e razionale. Per questa ragione, il disordine comunicativo cui stiamo assistendo in questi tempi di pandemia distrugge la fiducia nelle vaccinazioni, nei relativi controlli di farmacovigilanza e nelle sperimentazioni cliniche.

Naturalmente, come accade spesso per ognuno di noi in campi diversi, le motivazioni di chi rifiuta il vaccino non fanno appello alla sola ragione. La mitologia creata dai No Vax risuona profondamente nell’animo di molte persone, toccando corde emotive che difficilmente la comunicazione a favore dei vaccini riesce a raggiungere. ….Si tratta di una conferma evidente del fatto che la comunicazione negativa sui vaccini si muove innanzitutto sul piano emotivo. Si notano poi molto frequentemente termini che indicano comunicazione di pericolo e danno (come atteso), oltre che di malvagità associata sia al vaccino, che alla comunità scientifica e alle aziende farmaceutiche. La comunicazione in negativo dei No Vax, dominata dal piano emotivo, contrasta con il piano in cui si muove la comunicazione a favore delle vaccinazioni. Questa è dominata da messaggi che contengono informazioni sulla salute umana. Il contrasto tra una comunicazione più emotiva, nel caso dei No Vax, e una che fa appello al dato medico, nel caso opposto, è palese; e vista la larga prevalenza online della comunicazione negativa sulle vaccinazioni e la sua molto più ampia condivisione, una volta di più si può notare come la comunicazione emotiva, soprattutto quando costretta in messaggi brevi e rapidi, coinvolge e convince molto più di quella puramente informativa.

Quando Edward Jenner introdusse la vaccinazione contro il vaiolo alla fine del XVIII secolo, per esempio, la sua tecnica sembrava bizzarra e davvero poco supportata da una sperimentazione rigorosa. Dopo aver appreso che le donne che lavoravano nei caseifici erano immuni al vaiolo umano se avevano preso il vaiolo bovino, inoculò il figlio del suo giardiniere con il liquido (definito “linfa”) prelevata dalla vescica di vaiolo bovino di una donna e, due mesi dopo, lo espose deliberatamente al vaiolo umano. Il ragazzo non si ammalò, così come una manciata di ulteriori “volontari”: su queste fragili basi, Jenner cominciò a pubblicizzare la sua procedura, che oggi sarebbe certamente bocciata da qualunque comitato etico. La prima e più importante delle accuse fu quella di contaminazione del corpo di individui sani, e particolarmente dei bambini, con materiale “impuro”.

Il tema della iniezione di materiale impuro o poco controllato nel corpo dei bambini, ancora oggi, risuona potentemente nel materiale di propaganda dei No Vax, facendo vibrare le stesse corde emotive di secoli fa: in proposito, basta ricordare le recenti esternazioni sui vaccini contaminati con materiali di ogni sorta – feti abortiti, Dna di scimmia, Dna umano e di topo, formaldeide, Dna fetale, virus cancerogeni, nanoparticelle metalliche e persino Viagra – cavalcati da antivaccinisti nostrani per inseguire il mito dell’iniezione contaminata e contaminante, un mito che non ha mai abbandonato il cuore dei No Vax.

Oltre all’opposizione causata dall’idea di utilizzare sostanze impure, fin dai tempi di Jenner si cominciò a paventare l’idea che l’uso di materiale animale (ricordiamo che il virus era quello del vaiolo bovino) in un corpo umano comportasse di per sé dei pericoli, perché in grado di degradare la stessa identità umana dei vaccinati, rendendoli in qualche modo più simili a bestie – vacche, nel caso della procedura di Jenner. … A titolo di esempio, basterà qui ricordare l’allarme periodicamente rilanciato dalla nota associazione antivaccinista Corvelva, che ha affermato a più riprese che taluni vaccini conterrebbero retrovirus con capacità trasformanti, cioè mutagene; oppure le dichiarazioni della dottoressa Maria Rita Gismondo, responsabile del laboratorio che effettua i test diagnostici per Covid-19 presso l’ospedale Sacco di Milano, la quale il 16 luglio 2020 ha dichiarato a proposito del vaccino Pfizer a Rna contro il Sars-CoV-2 che “adesso d’un tratto ci va bene diventare noi stessi degli organismi geneticamente modificati?”, alludendo ad una fantasmagorica capacità di mutarci in qualcosa d’altro da parte di questo vaccino.

Contaminazione e trasformazione causata dai vaccini: sono temi potenti, ma manca ancora qualcosa di importante alla descrizione di cosa si aggira – da sempre – nel cuore (o nella pancia, se si preferisce) dei No Vax.

Si tratta della paura che il vaccino sia in realtà agente di malattia…..Questo tema – il presentarsi, magari in forma più grave, della malattia che si vuole sconfiggere – è legato all’idea che, in realtà, il vaccino sia un agente troppo simile a ciò che si intende combattere (cosa che invece deliziava il fondatore dell’omeopatia, Samuel Hahnemann). Ebbene, la stessa identica paura è ancora oggi usata per agitare il cuore dei No Vax, come possiamo notare ancora una volta dal materiale prodotto da qualche associazione No Vax che pretende di sostenere che il vaccino antinfluenzale “potenzia la malattia invece di prevenirla”, così come uno dei vaccini in sviluppo contro Covid-19, del quale si dice che “può potenziare la malattia causando complicazioni fatali anziché proteggere dall’infezione e dal Covid-19”.

…. Vaccini quindi contaminanti, trasformanti, patogeni: il cuore dei No Vax, da almeno tre secoli, è tenacemente attaccato a questi temi emotivi, e questi usa per la propria propaganda in negativo, anche quando li riveste, come al giorno d’oggi, di una pseudoscienza atta a fornire prove pseudorazionali in supporto delle idee sottostanti.

Nelle tasche dei No Vax

Naturalmente, un movimento di milioni di persone nel mondo, con delle credenze così ben radicate, una precisa identità e la necessità di propagare le proprie idee da una parte, e di sostenerle con argomenti variegati dall’altro, ha finito per creare una vera e propria economia cospirazionista, la quale, in qualche caso, ha assunto dimensioni ragguardevoli. Proviamo ad analizzare questo ecosistema finanziario.

Vi sono innanzitutto dei costi. Grosso modo, possiamo immaginare che, come per tutti i gruppi organizzati, siano necessari denari per la propaganda, difesa e attacco legali, lobbismo politico. Questi sono costi vivi di ogni movimento che voglia incidere non solo sulla pubblica opinione, ma anche e soprattutto sulla politica. Di converso, devono esistere fonti di reddito – dal finanziamento su base volontaria, al merchandising, fino a prodotti studiati appositamente per i No Vax – le quali possano sia coprire i costi nelle aree elencate, sia – direi soprattutto – fornire un forte incentivo economico a chi del movimento No Vax è a capo.

… Ancora più costoso è il mantenere un altro genere di propaganda, che tuttavia ha un ruolo fondamentale nel preservare vivo il movimento di opposizione alle vaccinazioni: quello della pseudoscienza in supporto. Si tratta di un mezzo importantissimo, che serve sia a dare credibilità a certe moderne posizioni No Vax, sia, soprattutto, a creare quella impressione di divisione nella comunità scientifica di cui si è parlato, attraverso l’uso di false autorità, pubblicazioni fraudolente o comunque tendenziose e pseudoscientifiche, progetti di ricerca dubbio francamente falsati. Proprio a causa dei costi inerenti a questa branca importante dell’attività di propaganda, esistono ormai persino organizzazioni dedicate a finanziarne le attività…

Oltre alle spese di propaganda, un capitolo importante dei costi del movimento No Vax e dell’economia che esso alimenta è costituito dalle spese legali, sia in termini difensivi che di attacco. …

Imparare dai No Vax

Proviamo a tirare le somme di questo viaggio, intrapreso per meglio conoscere l’universo No Vax.

Abbiamo visto innanzitutto come la razionalità e la logica, da sole, possano essere facilmente usate per rafforzare l’opposizione ai vaccini: è sufficiente alterare di poco alcuni dati, o giocare sulla imprecisione con cui si hanno certe informazioni, per rendere il bilancio costi/benefici della vaccinazione sfavorevole agli occhi della maggior parte della popolazione. … Se questo è vero, allora la massima attenzione deve essere prestata a sfruttare a proprio vantaggio la capacità (intatta) di raziocinio di molti fra i No Vax, identificando le premesse erronee (perché fattualmente false) di alcuni ragionamenti e cercare di scalzare quelle, invece che direttamente le conclusioni a cui da quelle si giunge.

In secondo luogo, spero che sia evidente come i tre miti storicamente alla radice dell’opposizione alla vaccinazione – l’idea di vaccini impuri, trasformanti e patogeni – riemergono di continuo sotto nuova veste, adattandosi alle conoscenze e alle tecnologie moderne: conoscere queste tre potenti leve emotive utilizzate dal movimento NoVax, svelarle agli occhi del pubblico e ricondurre la narrativa degli oppositori ai vaccini al luogo da cui essa è storicamente partita, può aiutare sia a risolvere paure profonde, forse innate, nei confronti dei vaccini, che a mostrare al pubblico come il movimento No Vax sia rimasto sostanzialmente ancorato a idee vecchie di tre secoli almeno.

Infine, credo che uno degli aspetti più importanti e meno noti al grande pubblico consista nella forza finanziaria del movimento globale contro i vaccini e nella ricchezza che questo è in grado di generare per i suoi guru. La buona vecchia regola del “follow the money”, anche in questo caso, ci aiuta a comprendere almeno in parte la dedizione e gli sforzi di chi ostinatamente sfrutta paure, irrazionalità ed anche errori comunicativi e di altro tipo dei sistemi sanitari e farmaceutici di tutto il mondo per scardinare una delle più efficaci misure di sanità pubblica. In questo senso, l’accusa di conflitto di interesse rivolta agli scienziati e ai clinici da molti degli oppositori dei vaccini andrebbe soppesata per quello che è: null’altro che un mezzo per distogliere l’attenzione del pubblico da altri conflitti di interesse, ben presenti sotto il mantello dei guru che lottano per il bene dell’umanità, che persino a livello locale è possibile individuare. Se si ritiene che il pubblico debba essere informato per effettuare le sue scelte e scegliere a chi credere, immagino che questo sia un aspetto non secondario.

Articolo di Enrico Bucci per il Foglio . Enrico Bucci, Ph.D. in Biochimica e Biologia molecolare (2001), è professore aggiunto alla Temple University di Filadelfia. Si occupa di dati biomedici, frodi scientifiche e biologia dei sistemi complessi. “Cattivi scienziati” è la sua rubrica quotidiana sul Foglio dall’inizio della pandemia.