Tra le tortuose stradine di Ibla, nell’incongruente bellezza di una città costruita su un tracciato medioevale con un’architettura tardo barocca, si erge Palazzo Arezzo di Donnafugata.
Scritto così, questo incipit sarebbe perfetto per la promozione di un luogo o semplicemente per la descrizione dello stesso. In verità non ho intenzione di fare né l’una né l’altra cosa. Vi narrerò, invece, una storia che ha la struttura di una fiaba ma fiaba non è. Tuttavia, essendo accaduta negli anni della mia infanzia, l’evento ha assunto ai miei occhi i contorni della magia per poi rivelarsi più vero, più concreto e più straordinario di come io stessa fossi riuscita a ricordare.
Il “cunto” che mi accingo a fare ha per protagonista un uomo che nella sua effervescente esistenza non si è sottratto a colpi di scena, non ha schivato la notorietà e non si è di certo precluso il piacere (se di piacere si può parlare) della critica. Ma prima di addentrarmi nella storia che sono certa stuzzicherà la vostra curiosità, devo raccontarvi di questo luogo e di ciò che è custodito al suo interno.

Palazzo Donnafugata è una dimora aristocratica di fine Settecento, pensata, curata e voluta prima da Francesco Maria Arezzo, sesto Barone di Donnafugata e in seguito completata nei suoi arredi minuziosi, nelle scelte cromatiche azzardate, nei dettagli che ne fanno un unicum da Corrado, suo figlio. Corrado rappresenta, nel panorama di una nobiltà contadina di metà Ottocento, un uomo illuminato, cultore dell’arte e della bellezza, del piacere di stupire e della volontà di ammaliare gli ospiti e gli avventori.
Del resto si sa, la Sicilia è terra d’accoglienza e di ospitalità e spesso il desiderio di lasciare lo stupore nell’ospite è più forte del piacere stesso di averlo dentro casa. Nelle sue dimore, Corrado cercò di far convergere le sue molteplici passioni, tutte fortemente legate all’arte. Fu collezionista maniacale, ricercatore di pezzi rari e introvabili, esteta e custode di un patrimonio immenso. Si interessò di letteratura, coltivò una insolita passione per automi del Settecento e porcellane cinesi. Si affidò, per gli acquisti più importanti, a grandi esperti del suo tempo, come il gesuita Gioacchino Di Marzo ma ebbe anche uno spiccato intuito che lo mise al riparo da truffe e inganni ben organizzati.

Non mi dilungherò in questa sede sulla vita dell’uomo, sulla lunga e fortunata carriera politica o sul suo leonino coraggio di abbandonare fasti e successo in nome e per conto di un orgoglio ferito; quello di siciliano beffato all’indomani dell’unità d’Italia. Parlerò piuttosto della sua più grande passione, la pittura. Nella grande pinacoteca, ancora oggi custodita all’interno di Palazzo Donnafugata a Ragusa Ibla, vi è un quadro, oggetto della storia che sto per raccontare. Sto parlando di un Jusepe de Ribera, meglio conosciuto come “Lo Spagnoletto”, importante pittore del Seicento attivo in Italia a partire dal 1611.
Il Ribera è considerato una figura chiave del naturalismo barocco; col suo stile profondamente drammatico e chiaroscurale mostra un evidente influsso caravaggesco. Non sappiamo con precisione come Corrado venne a contatto con questa tela nella quale è raffigurato un San Paolo Eremita. Di fatto il dipinto, nella sua imponente e sofferta bellezza sta lì, a distanza di quasi due secoli, mostrando un uomo provato dalla vecchiaia, con la pelle raggrinzita, i muscoli consumati e il volto scavato. Ogni dettaglio comunica la fatica fisica della penitenza.

Di questa tela, che la mia famiglia ha sempre custodito con grande orgoglio e con schiva prudenza, noi conoscevamo due cose: l’autore (come certificato da Di Marzo) e la presenza nel mondo di altre due tele gemelle esposte rispettivamente al Louvre e al Prado. Non si tratta di copie, sia chiaro, bensì di una diffusa abitudine per molti artisti di replicare in maniera pressoché identica lo stesso soggetto. Negli anni in cui avvenne la storia che mi accingo a raccontare si ergeva nel panorama televisivo (perché in quello legato alla storia dell’arte si era già erto) il professore Vittorio Sgarbi.
Il suo Sgarbi quotidiani rappresentò, a mio modestissimo avviso, una delle rubriche più interessanti della storia della televisione italiana. Avvenne così che un giorno, dopo essere stato annunciato da amici comuni, il bel professore dal ciuffo ribelle entrò a Palazzo Donnafugata. In casa, brulicava un certo fermento; l’attesa di uno storico d’arte di chiara fama, la cui grande dote ammaliatrice della parola rendeva il suo dire incredibilmente affascinante, aveva creato in ognuno di noi una febbrile attesa.
Sgarbi si presentò con una puntualità che nessuno aveva messo in conto, brandendo un sorriso e una gentilezza disarmante e mostrandosi ben diverso dal personaggio esuberante che il piccolo schermo ci aveva restituito. Si creò subito un clima amichevole nel quale si alternarono vere e proprie lectio a caffè con paste di mandorle e granite con brioche.
Poi, mio nonno lo condusse nella pinacoteca. Negli anni, avendo la fortuna di viverci, ho visto passare decine di storici dell’arte, di sostenitori della bellezza e operatori di cultura, ma di nessuno ricordo un così sincero entusiasmo, una così avvincente carica passionale. Sgarbi era eccitato, poggiava lo sguardo su ogni tela e di ognuna era capace di parlare ore, descrivendo, spiegando le ragioni di ogni singolo gesto.
Poi si fermò sul Ribera.
Restò in silenzio e tutti noi con lui. Passò del tempo e fu difficile colmarlo tra sospiri e occhiate incuriosite e fugaci. Avvenne tutto in una manciata di secondi e fu teatro, sipario chiuso e applausi. Sgarbi si piegò sulle ginocchia, si slacciò le scarpe e senza chiedere permesso salì sul divano di seta che rimane proprio sotto il buon Ribera. L’entusiasmo che fino a quel momento aveva contagiato tutti divenne sbigottimento. Gli occhi si sgranarono e le bocche si aprirono svelando un urlo silente.
Lui s’avvicino alla tela fino a sfiorarla con la punta del naso, la scrutò con certosina attenzione e poi, deciso, senza voltarsi indietro, senza pensarci due volte ci sputò sopra! Avete letto bene, non è un errore di battitura. Vittorio Sgarbi, in un pomeriggio di maggio alla fine degli anni 90, salì sul divano ottocentesco di un avito palazzo siciliano e sputò, con meticolosa precisione, su di una tela di Jusepe de Ribera.
Io ricordo ancora, come fosse oggi, come fosse adesso, lo sgomento negli occhi della mia famiglia. Mio nonno, pater familias, stava per agire quando Sgarbi, preso un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni, cominciò a strofinare sul punto dove grondava la sua saliva.
Passarono pochi istanti prima che l’urlo di giubilo risuonò la sua eco in tutta la casa: «Ne ero certo! Né la tela conservata al museo del Louvre né quella del Prado riportano la firma del Ribera; era chiaro, logico, che fosse questa quella che aveva deciso di firmare». Poi si voltò trovando, ai suoi piedi, solo sguardi interrogativi, dubbiosi e confusi. «La saliva è un solvente naturale che non corrode la pittura – puntualizzò sorridendo –. Avvicinatevi, guardate voi stessi!». E noi ci avvicinammo, estranei in casa nostra, in fila, uno ad uno, scorgendo in controluce un nome inciso quasi quattrocento anni prima.
Da quel giorno l’eccentrico professore è diventato un caro amico di Palazzo Donnafugata e della nostra famiglia. Ha continuato a frequentare questa casa e questa provincia, si è arricchito delle bellezze della Val di Noto e noi ci siamo arricchiti della sua conturbante cultura artistica. Io, che allora ero più che una bambina ma oggi traduco tutto con gli occhi di donna, di quel ricordo, così singolare, conservo uno straordinario insegnamento. Tutto è concesso nella vita, purché si abbia sempre lo strumento culturale e intellettivo per poterlo giustificare.
Articolo di Costanza Di Quarto per il Domenicale Sole 24 Ore


