Bagliori d’estate, misteriose luminarie, servono per atttirare seduttive compagne. Incantano i poeti per la loro luce, ma quanto sono feroci le lucciole, terribili predatrici. Ma oggi sono quasi scomparse per via dell’inquinamento.
Tra l’erba alta del prato e dentro la siepe splendono piccole luci. Sono decine, forse centinaia nella notte estiva. Si spostano senza perdere la loro natura di misteriose luminarie: piccole stelle cadenti sospese a mezz’aria. Sono le lucciole, che s’accendono e si spengono come se inviassero continui segnali. Parlano con noi? No, parlano tra loro e in modo specifico, perché la natura non spreca quasi mai nulla. Mandano segnali precisi alle lucciole della loro stessa specie. Siamo nel periodo riproduttivo e si tratta d’un fitto scambio di segnali.
La Lampyris noctiluca, femmina priva di ali, è immobile sul terreno e tiene accesa la propria luce fino a che può per farsi raggiungere dai potenziali partner volanti. Il maschio della Lamprohiza splendidula invece è in alto e sembra un faro: emette un lampo ogni tre secondi. Dal canto suo, la femmina della Luciola lusitanica attira i maschi rispondendo agli stimoli luminosi: emette centinaia di lampi consecutivi. La luminosità non è per noi umani, che ci emozioniamo nello scorgere le luci tra il verde e il giallo immerse nell’umidità della notte. Le lucciole devono perpetuarsi e per questo cercano disperatamente d’accoppiarsi; i loro contatti sessuati, come accade ad altri insetti, non sono brevi: durano tra i 20 minuti e un’ora, scrive Domenico Barboni in Lucciole (Tera Mata, pagg. 64, € 19). Sono coleotteri e il loro nome scientifico è Lampyridae. Sono stati classificati da Pierre André Latreille, un entomologo francese, all’inizio dell’Ottocento. Diffusi in tutto il mondo, contano duemila specie; in Italia ce ne sono circa venti. Se le si incontra di giorno, le lucciole non sono particolarmente belle, come scopre Pin nelle pagine finali del Sentiero dei nidi di ragno. Nel vederle da vicino, prive della loro luminescenza, appaiono al ragazzino «bestie schifose».

La loro prerogativa principale è dunque la bioluminescenza, la quale, oltre che servire alla riproduzione, è utile per difendersi dai predatori; li avvisano: se mi mangiate, vi farete male. La luce è d’origine chimica, deriva dall’ossidazione di una proteina chiamata luciferina situata all’interno degli organi fotogeni nella parte ventrale del coleottero. Si tratta di una luce fredda, così da consentire la minima dispersione di calore, eppure nel buio della notte appare calda agli occhi umani. L’enigma di questa dotazione seduttiva e misteriosa ha appassionato per secoli gli scienziati. Il mistero è stato svelato solo alla fine dell’Ottocento da Horace Raphaël Dubois, un farmacologo francese. La luminescenza non è solo una prerogativa degli insetti adulti, anche le uova del lampiride emettono luce: nascoste tra le radici delle piante per un certo lasso di tempo rilucono. Il loro ciclo vitale passa attraverso la metamorfosi: da uovo a larva, e da questa a pupa, quindi si trasforma in un insetto adulto.
Un aspetto poco noto delle lucciole è quello d’essere delle terribili predatrici: sono carnivore. Lo spettacolo della larva che prende d’assalto il corpo viscido e carnoso d’una lumaca fa impressione. Le sale sopra, poi la palpeggia con la parte boccale del corpo, dove si trovano i sensori che ne guidano il fiero pasto; quindi la divora con le sue affilate mandibole. Una vera e propria lotta per la vita, in cui le tenere lumache provano a scrollarsi di dosso l’assalitrice; se prevale la lucciola, la vittima viene assorbita e ingurgitata come se fosse un brodino.
Nonostante questo, le lucciole sono amate dai poeti. A partire da quelli cinesi; duemila anni fa un discepolo di Confucio scrisse della loro magica luce. In tempi più recenti è stata invece cantata da Trilussa: «La luna piena minchionò la Lucciola:/ – Sarà l’effetto de l’economia, / ma quel lume che porti è deboluccio…/ – Sì, – disse quella – ma la luce è mia!» (Lupi e agnelli, 1922). Toti Scialoja nel suo libro Amato topino caro le dedica un fugace distico: «Se la lucciola va in treno/ c’è una lucciola di meno» (1971). Ma il poeta delle lucciole per antonomasia è Pier Paolo Pasolini, amico di Toti Scialoja. In un passaggio d’un suo celebre articolo, “Il vuoto di potere in Italia”, raccolto in Scritti corsari, raccontò nel 1975 la scomparsa delle lucciole: «Nei primi anni 60, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole». Sono frasi addolorate di denuncia dell’inquinamento prodotto dall’industrializzazione, che si intreccia con la scomparsa di quelle lucciole che per PPP furono i “ragazzi di vita”. Tuttavia, le lucciole non sono del tutto scomparse. Leonardo Sciascia tre anni dopo quell’articolo sul «Corriere della Sera», smentisce l’amico in apertura del suo pamphlet L’affaire Moro, dove racconta di averne vista una nei pressi della sua casa a Recalmuto. Pasolini aveva però ragione: oggi se ne vedono molte meno. Nonostante il pessimismo del poeta e regista, le Lampyris continuano ad apparire nel verde dei campi e tra le siepi. Non sono più le antiche ed eleganti siepi di bosso, bensì di lauro (Prunus Laurocerasus), il sempreverde ornamentale dalla foglia larga tanto amato dai floricoltori postmoderni.
Articolo di Marco Belpoliti per il Domenicale Sole 24 Ore


