LUCIA D’ACCIAIO

UN OSSO DURO, UNA AMAZZONE IRRESISTIBILE CHE NON PERDONA- NON CONOSCE FEDELTA’, NE’ SCONFITTE, MA SOLO INCARICHI- A VOLTE IRRIVERENTE, SEMPRE FUORI DALL’ORDINARIO: ECCO CHI E’ LUCIA MORSELLI, A.D. ALL’ACCIAIERIA DI TARANTO.  

Intanto nuvole minacciose si addensano sulla Ancelor-Mittal e i suoi responsabili.  Le procure di Taranto e di Milano, hanno ordinato il sequesto di documenti per accertare ipotesi di reato che vanno dalla distrazione dei mezzi di produzione, alla appropriazione indebita e all’aggiotaggio.

«Non esiste forse oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella degli impianti dell’ex Ilva. Sono molto motivata dall’opportunità di poter guidare ArcelorMittal Italia, e farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda e far sì che il suo contributo sia apprezzato da tutti gli stakeholder». La supermanager Lucia Morselli, da ieri  nuovo presidente del Cda e Ad di ArcelorMittal Italia, non si sarebbe mossa per meno. Morselli è una donna fuori dagli schemi, una a cui non sfiora nemmeno l’idea di poter perdere, che spiegava in un libro dedicato a chi voleva far carriera: «Se a 35 anni non l’hai fatta, sei un fallito». Era a capo di Acciaitalia, la cordata che ha perso la gara per l’Ilva di Taranto? Per Morselli non c’è problema. Nel giro di qualche mese, stupisce tutto il mondo industriale e sindacale (probabilmente meno quello finanziario, dove lei si muove con grandissima agilità) facendosi nominare a capo della cordata vincente. Laureata in Matematica alla Normale di Pisa con il massimo dei voti e lode, comincia la sua carriera nel 1982 in Olivetti, poi è tra i soci fondatori della Franco Tatò e partners.

E da lì comincia una carriera via via sempre più rapida: fino al 2010 cambia 17 incarichi, acquisisce esperienze nel campo delle comunicazioni, mettendo a segno un colpo dietro l’altro. Guidò la cordata che acquistò Telepiù da parte di Stream, con la successiva nascita di Sky. Quando negli anni 2000 era Cfo di Stream surclassò una manager come Letizia Moratti diventando lei capo di News Corporation in Italia (gruppo Murdoch). Entrò anche nel merito della programmazione televisiva: fu lei, quando era a Stream, a licenziare, dalla sera alla mattina, disattivandogli il badge, Giovanni Minoli. Fu sempre lei a ideare e concordare con Mediaset la diretta ventiquattr’ore su ventiquattro del Grande Fratello. Sua anche l’idea dell’home banking che anticipò prevedendo il servizio sui decoder Stream. Quando i diritti televisivi del calcio erano soggettivi, lei puntò sul Napoli, che allora era in serie C e contribuì alla sua scalata fino alla serie A.

Poi, dopo un intermezzo in cui si dedicò alla telefonia, è passata al settore metalmeccanico. Fino al 10 gennaio 2014 Morselli era amministratore delegato dell’azienda della Thyssen Berco che sta a Copparo di Ferrara ed è stata protagonista di una durissima trattativa che ha portato a drastici tagli del personale e a un braccio di ferro estenuante con sindacati e istituzioni. Un operaio, Simone Pavanelli, scrisse un libro sulle proteste in cui lei non veniva certo raffigurata come una santa. Morselli comprò i diritti per farne un film.

Ma è a Terni che Lucia Morselli diventa un personaggio pubblico, una manager che tutta l’Italia comincerà a conoscere. Arriva nell’estate del 2014, con la fama di tagliatrice di teste, nel mezzo di una crisi delle acciaierie che Thyssen non riusciva a rilanciare. Fama confermatissima. La testa dell’ad di allora, Marco Pucci fu la prima rotolare, seguita poi da quella di decine di altri manager.

Contro il suo piano di tagli, che inizialmente dovevano essere sui 400, scesi poi a 290 e incentivati, e il progetto di chiudere uno dei due forni a caldo, orgoglio di Ast, scesero in piazza a Terni in 30mila, lavoratori che venivano da mezza Italia: un corteo così non si era mai visto nella città dell’acciaio che di scioperi ne ha ospitati tanti. Gli operai delle acciaierie misero in atto lo sciopero più lungo nella storia della fabbrica dal dopoguerra: durò 36 giorni, quasi fino a Natale. Lucia Morselli non fece un frizzo. Quei giorni diventarono epici: cortei sull’autostrada, fermando il traffico per ore con la gente che scendeva dalle auto e, anzichè arrabbiarsi per i ritardi, andava a stringere la mano agli operai. Manifestazioni a Roma, anche a suon di manganellate e al grido di “Caricate! caricate!” e a Terni, l’allora sindaco Leo Di Girolamo colpito da una bastonata alla testa e poi una lunga, lunghissima trattativa al ministero.

Lucia Morselli non diede un segno di cedimento. Quando gli operai circondarono il suo ufficio e dovette intervenire il Prefetto Gianfelice Bellesini per calmare le acque, si narra che lei lo ricevette con i piedi sulla scrivania e fu il Prefetto a dover dire “Metta giù i piedi, io sono lo Stato”. Per tutta risposta, pochi giorni dopo, Morselli fece rinforzare tutte le porte dei dirigenti.

Una sera scese da sola, in piena notte, al picchetto che gli operai facevano davanti ai cancelli delle acciaierie per convincerli a smontare. Un gesto che fece alzare dal letto il capo della Digos che si precipitò con una squadra a “protezione” della manager. Quella notte andò bene, furono gli stessi operai che stavano intorno a lei a fare una sorta di cordone a quelli con l’animo più surriscaldato, che stavano più indietro.

Forse quella notte la salvò il fatto di essere una donna. Una donna fuori dall’ordinario ma, soprattutto, fuori da ogni categoria. Una che prima di dormire legge qualche pagina di libri di matematica pura ma a cui piace cucinare per il marito.

Una che, durante la trattativa al Mise, si sedeva sotto al tavolo per non far ascoltare ai sindacalisti le telefonate che le arrivavano. Una che a volte, anzichè uscire con la borsa griffata usciva con un sacchetto della spesa in cui teneva un numero imprecisato di cellulari, sicuramente più di tre. Una che mentre parlava con l’allora ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, sistemava contemporaneamente il ricambio degli abiti per la notte piegandoli sulla scrivania, sotto gli occhi allibiti dell’allora Presidente della Regione Catiuscia Marini.

Ha messo a dura prova la pazienza e le abilità dei sindacati e molti oggi le rimproverano ancora il fatto che quella vertenza si sarebbe potuta chiudere in meno tempo e con meno fatica e sudore da parte di tutti.

«Quella non è una donna», sibilavano i dirigenti quando uscivano dal suo ufficio dopo l’ennesima riunione ad alta tensione. Errore, Lucia Morselli è una donna ma una donna pazzesca. Una a cui piace esclusivamente vincere, probabilmente molto più che a un uomo, come nel caso della sua personale scalata ad Arcelor Mittal. Come abbia fatto se lo stanno chiedendo ancora gli analisti di mezzo mondo ma sicuramente lei sa navigare nel mondo delle banche come pochi sanno fare e dietro c’è la spinta del potentissimo gruppo finanziario Elliot, che lei aveva incontrato in Tim.

Ovviamente intorno a una donna così, di pochissime parole, che per non farsi scovare dai giornalisti, non fidandosi di nessuno, faceva le riunioni nei posti più impensabili, inviando ai manager le coordinate gps del posto all’ultimo minuto, sono nate anche tante leggende: una casa a Montecarlo dove va a prendere il sole durante le uniche vacanze che si concede (probabilmente vero), una collezione di moto Ducati; una partecipazione finanziaria al film “La grande bellezza”; la sua presenza, nascosta fra il pubblico, alla prima del film sullo storico sciopero fatto a Terni, senza essere riconosciuta dagli operai che erano andati a vederlo. Di sicuro, tra le sue molteplici attività, è azionista del Chievo e quando era a Terni organizzò una partita di beneficenza a Rossano calabro, città Natale dell’allora questore Carmine Belfiore, con il ricavato devoluto alle popolazioni alluvionate.

Anche i suoi più feroci detrattori (e non sono pochi) le riconoscono almeno una qualità: incorruttibile. Morselli non accetta regali e non vuole che il suo staff familiarizzi con i politici di turno. Pubblicamente si concede pochissi vezzi: probabilmente solo un bellissimo paio di orecchini d’oro lunghi. Una volta, però, in cui fu pubblicata una foto in cui non era venuta bene inviò in redazione una decina di immagini in posa, da capitano d’azienda.

Alla fine l’accordo per le acciaierie fu trovato. Lasciò le acciaierie in buona salute – meno le aziende dell’indotto – ma, soprattutto, quasi del tutto svincolate dal potere locale, scardinando tutti gli appalti che erano in odore di legame con la politica. E, tutto sommato, alle successive elezioni amministrative, ci fu chi propose di chiedere a lei la disponibilità di fare il sindaco di Terni. Troppo poco per una insaziabile supermanager come lei. Che però, ora a Taranto, (dove troverà alcuni dei manager di Ast che in contrasto con lei avevano preferito lasciare Terni. Chissà cosa succederà!) si trova a gestire forse una delle crisi industriali più impegnative drammatiche e dolorose per il paese. E Taranto non è Terni.

Articolo di Vanna Ugolini per il Messaggero