Davanti al sagrato di una chiesetta dedicata a San Carlo Borromeo in alta Valchiusella è apparsa una installazione che si dice di mano di un artista fra i più famosi dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto.

Qualcuno dice di avere visto sostare a lungo e trafficare davanti alla pieve un forestiero, anziano, in testa un largo cappello, il viso coperto di una barba candida. Pistoletto, d’altra parte, risiede a pochi chilometri dalla valle, nella vicina Biella, dove il pittore ha fondato la Cittadellarte.

L’installazione rimanda ai riti della Pasqua e all’attualità, quasi volendo tradurre le parole di Papa Francesco, di dura condanna della guerra ucraina in atto.

La croce rovesciata, quasi in un atto di profanazione, il drappo rosso sotto la corona di spine, intrecciata con i rami di rovo, un panno che rimanda ad una colata di sangue, sotto cui giacciono dei grandi chiodi arrugginiti e storti, tutto ciò richiama in effetti lo stile dell’artista e l’uso o il riuso che lo stesso è solito fare.

Non dimentichiamo che Pistoletto è famoso per l’uso degli stracci e il loro accostamento alla figura umana, ma più ancora alla mitologia del corpo. In questo caso all’assenza del corpo su una scena dove quanto doveva avvenire è avvenuto: il corpo libero è rinato e si è ricongiunto all’anima.

Nell’iconografia sacra l sudario è sempre di colore chiaro, anche quando riproduce le fattezze dell’Uomo che ha avvolto. come nella sacra Sindone. Qui è di un rosso smagliante, quasi a segnare il troppo sangue versato per la scelleratezza umana. Come non pensare alle atrocità di una guerra che si vergogna addirittura di chiamarsi tale, che dà per vivi i morti che ha ammazzati, nel tempo in cui si celebra con la Resurrezione quel morto che è vivo.

La croce è eseguita con legni occasionali, sfrido di lavori domestici, del tutto inadatti. Essa contrasta con il piedistallo nel quale è infissa, legno antico, bruno e massiccio, quasi per fare da perno a tutto, a questa come ad altre innumerevoli croci.

Mi ricordo le parole di un sant’uomo che in mezzo a noi, nel suo monastero metropolitano, vive per la vita dei suoi poveri, dei bambini abbandonati, della donne senza più speranze e spezzate dalla violenza: ma quante volte deve ancora morire Cristo perché l’uomo capisca che solo nell’amore è la sua vita?