MARADONA E’ ESISTITO DAVVERO

QUESTO ARTICOLO E’ STATO SCRITTO PRIMA DI APPRENDERE LA NOTIZIA DI OGGI DELLA MORTE DI DIEGO ARMANDO MARADONA PER ARRESTO CARDIACO-SI TROVAVA NELLA SUA CASA DI TIGRE IN ARGENTINA, IN CONVALESCENZA DOPO UN INTERVENTO CHIRURGICO AL CERVELLO- LETTA ORA LA RIEVOCAZIONE DELLA SUA FIGURA APPARE ANCORA PIU’DOLOROSA- HA SCRITTO MAURIZIO CROSETTI SUL CORRIERE: “QUANTE VITE DENTRO UNA VITA CHE NON C’ERA PIU”, MA RESTA PER I PIU’ IMMORTALE.

UN RICORDO PERSONALE, ASSAI INDULGENTE, DEL “PIBE DE ORO”- MITO ESEMPLARE CHE VA OLTRE IL FOOBALL- INDISCUSSO IN CAMPO, PERDONATO SEMPRE.

Maradona ci ha insegnato a sognare, ci ha uniti nel segno di qualcosa, quel qualcosa era lui che poteva arrivare fino in porta palla al piede, in qualsiasi momento. Quella ragazza che ci piaceva tanto ci avrebbe baciato, l’interrogazione del giorno dopo sarebbe andata bene, per non dire del compito di matematica. Avremmo avuto vite migliori perché Maradona stava dalla nostra parte, era nostro. Non del Napoli o della città, era di ciascuno di noi.

Maradona, il dio del pallone, si allenava a Soccavo, un posto in cui potevamo arrivare in motorino, addirittura in biciletta. Maradona per noi era diventato un’unità di misura. A chiunque facesse bene una cosa – qualsiasi cosa – i complimenti sarebbero stati “A livello di Maradona”. Se, invece, qualcuno avesse provato a fare qualcosa di difficile, di troppo complicato, di impossibile gli sarebbe stato detto: “Ma chi ti credi di essere? Maradona?”. Eravamo ragazzi, eravamo ingenui, era un ragazzo anche lui e giocava con noi, per noi. Era solo pallone o no? Mi pare chiaro, pescando nei ricordi, che la presenza di Maradona (e in seconda battuta le vittorie del Napoli di quegli anni) ci autorizzasse ad alzare l’asticella dell’aspettativa verso il futuro. L’argentino ci faceva vedere, domenica dopo domenica, che dal mondo immaginario a quello reale c’era un minimo scarto, una soglia piccola da attraversare; bisognava avere fiducia e fantasticare meglio, di più. Maradona ci avvicinò al possibile. Era un fuoriclasse, ma era anche uno di noi. Nel tempo, oltre ai grandi gol straordinari, agli assist, ai miracoli pallonari, ha fatto altre cose per le quali la gente non lo dimentica e gli perdona, anche adesso, tutto.

Una scena

Diego Maradona è arrivato al Napoli da poco, siamo in inverno, stagione 1984/1985, in una giornata di pioggia e fango gli azzurri vanno ad Acerra, periferia nord del capoluogo, per un’amichevole. Un’amichevole organizzata dal calciatore Pietro Puzone che da quelle parti è nato, la richiesta è di raccogliere fondi per un bambino malato. Su quella partita si sono sentite molte storie, quello che è certo è che Ferlaino non volesse disputarla affinché i calciatori  – e Maradona in particolare – non si infortunassero. L’altra certezza è che Maradona quella partita volle giocarla, pagando (pare) una penale ai Lloyds di Londra. La partita si giocò, l’incasso ci fu, arrivò molta gente dalla provincia per vedere Maradona da vicino, tanti bambini, anche chi non poteva permettersi il biglietto del San Paolo.

Non c’è posto dove si possa fare riscaldamento, non si capisce nemmeno se ci siano gli spogliatoi. Nei vecchi video si vedono un parcheggio e uno sterrato coperto di fango, delle case in lontananza, qualcuno sui balconi (forse). Il Napoli si riscalda, lì in mezzo alle auto parcheggiate, la divisa sociale è quella di tessuto grosso, lo sponsor è Cirio. Maradona fa piegamenti davanti a una vecchia auto, i compagni si muovono intorno. L’argentino a un certo punto comincia a muoversi come un pugile, saltella fingendo di tirare ganci all’aria, si avvicinano dei bambini per una foto, piccoli e timidi nei loro cappottini, poi comincia la partita.

Per capire chi è stato Maradona bisogna guardare il filmato di quell’incontro. I soldi erano stati raccolti, non c’era alcun bisogno di rischiare, bastava giochicchiare, gli spettatori sarebbero stati contenti comunque, si sarebbero accontentati di aver visto il campione da vicino. Non c’era, però, alcuna differenza tra una partita di campionato, una finale dei mondiali, un’amichevole nel fango, non per Maradona. Lui si ricordava da dove fosse arrivato, quando aveva la palla tra i piedi voleva vincere e non deludere chi era venuto a guardarlo. O almeno così sembrava, e tanto mi basta. 

Fu così anche quella volta ad Acerra. Diego incantò, giocò, impegnandosi più di tutti, buttandosi nel fango, dribblando, inventando, segnando. Quel giorno Maradona realizzò un gol stupendo, uno dei suoi. Partì dalla tre quarti destra (una tre quarti immaginaria, dato che con quel fango non si vedevano righe bianche) dopo aver rubato palla a un calciatore avversario, puntò verso l’area di rigore – o quella che era stata un tempo area di rigore – fintando col corpo, il pallone sull’esterno sinistro, si liberò di altri due calciatori, tagliò l’area in diagonale, altra finta per mettere a sedere il portiere, e gol a porta vuota, con ruzzolone nel fango. Alcuni ragazzi che conoscevo andarono a quella partita, li ho sempre invidiati. Prima e insieme alle altre cose che conosciamo, Maradona era questa cosa.

Un’altra scena

Semifinale di Coppa Uefa, Bayern Monaco – Napoli, stagione 1988/89, riscaldamento. Tutti hanno visto Maradona ballare, Youtube è piena di video di quella sera, ma quei momenti valgono qualche tentativo di spiegazione in più. Io non direi che Maradona fosse un’esibizionista – quando giocava ogni gesto suo gesto mi sembrava funzionale al gol, mai un dribbling che non servisse. Allo stesso modo, non si mise a ballare, palleggiando sulle note di Life is Life degli Opus, per farsi guardare dai tifosi che gremivano gli spalti (o forse sì, ma non penso che sia la cosa più importante). A distanza di anni mi sono convinto che lo fece per i compagni di squadra, era un modo per stemperare la tensione di una partita così importante, era un modo per ricondurre tutto alla dimensione del gioco, esattamente come i saltelli da boxeur fatti qualche anno prima ad Acerra. Maradona balla, sorride ai compagni e palleggia, di tacco, di ginocchio, passa un pallone a De Napoli quasi senza guardarlo, fa ballare Careca, palleggia di testa, poi ferma il pallone e ricomincia. Quei minuti commoventi e divertenti sono anche un messaggio ai giocatori del Bayern: «È la semifinale, voi siete forti, ma io sono più forte e stasera perderete». Pareggiarono ma furono eliminati.

Perciò quel balletto è solo un prologo perché poi quella sera, durante la partita, Maradona continuò a ballare e costrinse gli altri 21 giocatori a una scelta: ballare con lui o guardarlo ballare. Fu uno spettacolo, la partita finì 2 a 2 – doppietta di Careca per il Napoli – gli azzurri andarono in finale, forti del 2 a 0 dell’andata al San Paolo. Nel primo tempo non ci furono gol ma ci fu soprattutto Maradona, nella sua versione migliore, tipo quella dei Mondiali del 1986, nessuno poteva fermarlo. Nei primi 45 minuti giocò da solo con Careca, i centrocampisti e i difensori del Napoli rimasero molto bassi per respingere gli assalti del Bayern, che per la verità non furono nemmeno così tanti. Giuliani dovette compiere solo un paio di parate importanti.

Ogni volta che il pallone arrivava a centrocampo diventava preda di Maradona. Accelerazioni, dribbling, scatti, e poi pressing sui difensori avversari, resistenza ai falli. Lo ricordiamo tutti il Maradona che subisce fallo, sembra che stia per cadere, e invece quando è quasi per terra si rialza e arriva per primo sul pallone. Incredibile. Nel primo tempo calcia una punizione stupenda che solo un miracolo del portiere Ausmann evita che diventi gol. Dopo un meraviglioso duetto con Careca, Maradona segna un bel gol di testa, con uno stacco degno dei migliori centravanti ma il gol viene annullato per fuorigioco.

Anche a noi a casa ci pareva di ballare, non avevamo dubbi, il Napoli sarebbe passato.

Nel secondo tempo, Maradona giocò ancora meglio. Al quindicesimo rubò il pallone al difensore Nachtweih, dentro l’area di rigore, aiutandosi con una leggera spinta e la passò rasoterra in mezzo dove Careca segnò a porta vuota. Nella ripresa furono tantissime le volte in cui partì in velocità dalla trequarti del Napoli, facendo ammattire tutti quelli del Bayern. Ballò tutto il tempo. Dopo il primo pareggio del Bayern, arrivò il secondo gol del Napoli, a velocità impressionante. Palla dalla difesa a Maradona prima della linea del centrocampo, l’argentino è uno contro uno con l’ultimo uomo del Bayern, non toccò nemmeno il pallone per stopparlo, perché vide (e prima di vederlo, lo seppe), dall’altra parte del campo, Careca che arrivava a tutta velocità. Il tocco da fare era uno solo, niente di sprecato. Palla rasoterra in campo aperto, l’attaccante brasiliano potè andare da solo verso la porta e segnare con un diagonale perfetto. Maradona proseguì la corsa, ma lentamente, come se sapesse, lo accompagnò con gli occhi, lo raggiunse dopo solo per abbracciarlo.

Una terza scena

Una partita a cui sono molto legato è un’Inter – Napoli, la prima trasferta della mia vita, era il 10 novembre del 1985. Avevo solo 14 anni, i miei mi fecero andare solo perché con me ci sarebbe stato un mio cugino più grande. Prendemmo un treno di notte, dormimmo in corridoio, seduti per terra. Il giorno dopo pagammo cinque o diecimila lire i biglietti da un bagarino davanti a San Siro. Qualche minuto dopo eravamo nella bolgia, quel giorno a Milano c’erano tantissimi tifosi del Napoli.

Quella partita finì in pareggio, 1 a 1, la ricordo anche per un altro motivo: Maradona fece uno dei gol più belli, tanto bello che qualche anno fa ci ho scritto sopra quattro poesie. Giordano si liberò di un avversario sulla fascia destra, poco fuori dall’area di rigore, crossò di sinistro, la palla superò Beppe Baresi, alle sue spalle c’era Maradona che stoppò di petto e poi mise il pallone in diagonale alle spalle di Zenga. Tutto molto rapido, tutto lentissimo. A noi sembrò che il pallone rimanesse incollato sul petto di Maradona più del tempo consentito dalla gravità. Mentre il pallone restava sulla maglia bianca di quel giorno, Maradona guardò Zenga negli occhi per tutto il tempo, questo dichiarò il portiere dell’Inter alla fine della partita. Quel giorno, ancora ragazzino, ho capito quanto volessi bene a Maradona e non ho più smesso. Dal momento del gol in poi non ricordo più nulla, nemmeno il modo in cui tornammo a Napoli, ma il dopo non contava più, il tempo era rimasto incollato per sempre, insieme al pallone, sul petto di Diego Maradona.

Tutti conoscono decine e decine di gol di Maradona, di azioni indimenticabili. I gol da centrocampo alla Lazio e al Verona, un pallonetto meraviglioso ai tempi del Boca Juniors, la doppietta al Belgio ai mondiali del 1986, il gol di testa al Milan di Sacchi, dopo aver eluso con un lancio di Crippa il fuorigioco, un gol alla Roma dopo un controllo impossibile, la rovesciata da terra al Pescara, il colpo di testa in tuffo alla Sampdoria su cross di Renica. Erano belli perfino i calci di rigore. Il gol del secolo, il secondo segnato all’Inghilterra ai mondiali del 1986.

Se riflettiamo, se pensiamo all’istante in cui Maradona prende palla e compie la prima giravolta ci accorgiamo che la decisione con cui l’argentino comincia l’azione è la stessa con cui la cominciò nel fango della periferia napoletana e chissà quante volte ancora. Nessuno poteva fermarlo dei dilettanti dell’Acerra, nessuno poteva fermarlo tra i nazionali inglesi. Ho sempre pensato (e qualche volta devo averlo anche scritto) che Maradona quel giorno sapeva dal primo controllo che sarebbe andato dritto in porta, che li avrebbe saltati tutti fossero stati pure cento, così dovevano andare le cose, così andarono. Maradona in quella progressione è così rapido che dà l’impressione di averne saltati dieci, nella realtà furono cinque, dalla giravolta a centrocampo, compreso Shilton. Una cosa fuori dal mondo, rimasta insuperata. Gol che pesa ancora di più perché venne dopo quello di mano, in fondo al cuore, ogni inglese sa che il secondo gol di Maradona valeva da solo tutti i gol di tutti i tempi, ogni inglese può sempre raccontare che quella azione l’ha subita, che è molto meglio di non averla vissuta, un po’ come nella canzone di De Andrè “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. È stato – per l’Inghilterra – meglio perdere da quel Maradona che da qualunque altro avversario.

Tutti conoscono, dicevo, i gol, le azioni, gli assist di Maradona, ma c’è un’altra cosa per cui è indimenticabile, e che lo rende ai miei occhi il più grande di tutti: il rapporto in campo con gli altri calciatori.

Non l’ho mai visto rimproverare un compagno di squadra per un passaggio sbagliato. L’ho visto incitare tutti, da Luciano Sola ad Andrea Carnevale, da Giuseppe Bruscolotti a Bruno Giordano. L’ho visto applaudire Crippa dopo aver ricevuto un assist molto bello e fare la stessa cosa con De Napoli dopo i molti cross sbagliati. L’ho visto rialzarsi dopo i falli subiti (e non erano pochi) come se niente fosse, applaudire gli avversari, sorridere in momenti di grande tensione. Non era uno che pensava per sé, era consapevole di essere il più bravo di tutti, ma era grato, grato alla sua squadra, grato al pubblico.

C’è però, prima di chiudere, un altro gol sul quale occorre fermarsi, un gol dal quale si capisce che quando Diego Armando Maradona si metteva in testa una cosa, e che quella cosa si poteva fare con il piede sinistro, la faceva.

Tutto accadde il 3/11/1985, tra poco da quel gol saranno passati 35 anni. La Juventus arrivò al San Paolo dopo aver vinto otto partite di fila, era la squadra da battere e fu battuta. Platini, prima della partita, disse a Galeazzi: “Il Maschio Angioino è Diego”. Come nelle migliori domeniche di novembre pioveva, quel giorno non ero allo stadio, mi raccontò tutto Enrico Ameri alla radio. Intorno alla mezz’ora del secondo tempo, sullo 0 a 0 venne assegnato un calcio di punizione a due in area, in favore del Napoli. L’arbitrò non ravvisò gli estremi per il calcio di rigore. La barriera non arrivò mai ai nove metri regolamentari, furono cinque metri, al massimo sei.

Le interviste e le cronache successive ci hanno poi raccontato, nelle parole ad esempio di De Napoli e di Bruscolotti, che dopo aver provato per un minuto e mezzo, quasi due, a convincere l’arbitro ad arretrare la barriera, Maradona si stufò e disse: “Tanto gli faccio gol comunque”. Quella punizione è leggendaria non solo perché fu segnata in quel modo e contro una fortissima Juventus, ma perché ancora adesso, dopo averla vista mille volte, e non soltanto io, fino in fondo, non si capisce bene come riesca Maradona a uncinare il pallone in quel modo. Forse è meglio così, le opere d’arte che ci piacciono non le capiamo fino in fondo, non sempre, ma le amiamo lo stesso perché abbiamo sentito qualcosa. Noi non dobbiamo capire, dobbiamo accontentarci di riguardare quel gol tutte le volte e pensare: ma come ha fatto?

Maradona compie sessant’anni, io ne ho undici in meno, la mia formazione è fatta di poche cose, Maradona è una di queste, conta come le poesie. Questa è una parte della storia del mio Maradona, di cui avevo in casa un poster a grandezza naturale. Diego, maglietta e pantaloncini del Boca e pantofole da mare. Il piede sinistro sopra al pallone. Maradona che una volta ho visto giocare a calcio basket e fare canestro da tre punti, calciando col piede sinistro.

Tratto dal sito l’Ultimo uomo (http://www.ultimouomo.com) di Gianni Montieri

Gianni Montieri è nato a Giugliano (Na) e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (Liberaria 2019) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.