Matrimonio gay

Papa Bergoglio in preghiera
Papa Francesco in preghiera

 

 

Il referendum irlandese sui matrimoni gay se fosse avvenuto in Italia avrebbe avuto un esisto ancora più schiacciante a favore dei sì. La posizioni di chi si oppone al varo di specifica normativa diventa, infatti, ogni giorno più debole. Il clima che si respira nel Paese, se non mi inganno anche nel campo cattolico, è lo stesso dei tempi del divorzio, gloriosa battaglia dei radicali italiani guidati da Marco Pannella. La posizione ufficiale della Chiesa (anche se Papa Francesco sembra manifestare qualche apertura) rischia di realizzare la perfetta eterogenesi dei fini. Mi spiego. Non si tratta qui di equiparare cose diverse o di metterle in concorrenza fra loro: ogni persona di buon senso sa che la famiglia composta da uomo e donna è un modello di riferimento consolidato antropologicamente, anche se culturalmente non universale, ma in ogni caso ineludibile. Lontano da me ogni ragionamento di relativismo culturale o di indifferenza. Il fatto è che il c.d. matrimonio gay è cosa diversa: si tratta di riconoscere una unione fra persone dello stesso sesso dal punto di vista civile per disciplinare, senza discriminazioni ingiustificate, le conseguenze personali e sociali che tali unioni possono dare. Opporsi a tale linea, sulla base del presupposto che altri modelli di famiglia non possono essere dati, vuole dire mettere sullo stesso piano  e omologare proprio ciò che assertivamente è diverso e inconciliabile: cioè  favorire l’esatto opposto di quanto si teorizza. Ecco perché credo che la posizione della gerarchia cattolica sia sbagliata e perdente. Un ragionamento altrettanto esplicito va fatto per quanto riguarda la possibilità per le coppie gay di adottare. Va da sé che se uno dei due partner ha già un figlio il problema non si pone nemmeno. Nei casi di adozione (procedura difficile, dicono i numeri, se già adesso molti sono costretti ad adottare all’estero) deve esiste uno e uno solo punto di vista: quello del bambino. Può crescere più sano e felice in un orfanotrofio, cioè in una istituzione che nel migliore dei casi può garantire la “manutenzione del corpo, ma non quella dell’anima”, oppure in un nucleo “famigliare” che lo accoglie e lo ama? Datevi voi una risposta. Si osserva: manca nella coppia gay il modello duale di riferimento genitoriale. Pazienza, non si può avere tutto, e poi la famiglia è oggi allargata per definizione da reti di frequentazione, ruoli sociali arricchiti, rapporti educativi plurimi, un tempo impensabili. E’ giunto il momento che la politica decida e che il Parlamento trovi il tempo per disciplinare la materia, prima che gli schieramenti opposti sollevino tanta polvere e alzino gli scudi.