PAOLONE SOTTO IL VESUVIO

12 Feb 2021 | 0 commenti

GIUSTO UN ANNO FA MORIVA INASPETTATAMENTE PAOLO ISOTTA, MUSICISTA COLTO, RAFFINATO, CRITICO SEVERO, APPASSIONATO NEGLI ELOGI QUANTO SPIETATO NELLE STRONCATURE. SCRIVEVA CON UNO STILE INCONFONDIBILE, RICERCATO, SORRETTO DA UNA ARGUZIA TUTTA PARTENOPEA, CON UNA ERUDIZIONE MAI FINE A SE STESSA. FINITO IL NOVECENTO, IN CUI FU CRITICO MUSICALE INSUPERATO, NON POTEVA CHE FINIRE ANCHE LUI. PER RICORDARLO COME MERITA RIPRENDO L’ARTICOLO CHE GLI DEDICO’ FILIPPO FACCI

Il meraviglioso Paolo Isotta, per me, era estinto anche da vivo, perlomeno negli ultimi vent’ anni passati a cincischiare con la squallida finitezza corporea e da lui passati ad auto-recensire una vita conclusa, coi piedi ben piantati nel Novecento. Negli ultimi vent’ anni non ho voluto più incontrarlo anche per questo, perché all’ alba del nuovo Millennio avevo voluto immaginarlo nelle splendide vesti di gran cerimoniere di un’èra che salutava, lui, la maschera che accompagnava alcuni di noi lungo il loggione di un teatro di proporzioni monumentali e impossibili, con, sprofondata nel golfo mistico wagneriano, un’ orchestra di migliaia di elementi che suonava una musica cupa e impressionante, velata dalla mestizia di un tempo che se andava.

Paolo Isotta

Isotta, nei tardi anni Novanta, mi ritenne un miraggio della gioventù hitleriana che frequentava quel mistero nascosto alla superficie che si chiama musica, e s’invaghi di me quando mi sentì disquisire su sette versioni del quarto movimento di una sinfonia di Ciaikovsky, si commosse quando citai a memoria passaggi del suo Le ali di Wieland del 1984 (scritto a 34anni, cattedratico da 10, quando probabilmente era già il più colto musicologo del mondo intero) e rimase di sale quando gli spiegai perché il giovane Baricco aveva copiato da lui, dopodiché era nelle cose: l’amore si trasmuta in rancore come capita ai dannati peggiori: i passionali intelligenti e accidiosi.

Ci scambiammo missive e dischi, cercò di farmi cacciare da Il Foglio, fece pressioni perché non scrivessi più una parola su Riccardo Muti, andò nel panico quando invasi un «suo» ristorante a Napoli, per mesi tempestò l’ ex direttore di questo giornale (un bresciano) perché personalmente io recensissi un suo libro (ma non cedetti) e intanto per rimase segretamente «il riferimento», benché ampolloso, ciceroniano, frocista, vendicativo e amante delle mafiette come il suo tammurro, Pietrangelo Buttafuoco.

La sua biografia storico-giornalistica l’ ha già scritta il suo vero amico Vittorio Feltri. Dico solo che mi mancherà l’uomo che avevo già deciso che perisse (per me) vent’ anni fa, ultimo superstite di una civiltà che sapeva scrivere e studiare e concentrarsi e parlare e sintetizzare e pensare e ragionare, refrattario a un’umanità ridotta a pura relazione, a mera intuizione e sensazione fulminea, a immagine sintetica e contratta, un’umanità decerebrata e incapace di un certo tipo di trasmissione del pensiero: era finita la musica, era finito il Novecento, era finito lui. Quanto mi è mancato. Quanto mi mancherà.

Filippo Facci per “Libero quotidiano”

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