Guardando una mia foto di tanti anni fa vi appaio sorridente, come sempre succede davanti all’obiettivo, oppure oggi davanti alla fotocamera di un smartphone. “Please sorry”.
Da quando mia nonna è diventata moderatamente sorda mi sono accorto che il nostro dialogo ha cambiato strada: anziché con le parole, parliamo più volentieri con le espressioni, i silenzi eloquenti, ma soprattutto con lo sguardo.
Osservando meglio la foto, mi sono accorto che il sorriso è smagliante attraverso gli occhi. Più che con le labbra, la bocca, le guance è con gli occhi che si sorride. perché gli occhi possono esprimere l’inesprimibile, forse anche più delle parole. Le parole sono troppo legate alle cose, a volte polisemiche, quindi equivoche. Non riescono a esprimere ciò che non si vede, ma abbiamo dentro. Perdono la strada risalendo alle nostre labbra, smarriscono colore e profumo. Un concetto, un’idea, un sentimento escono balbettando, a volte contorti, spesso ripetitivi, come svuotati.

Lo sguardo dunque è al centro del sorriso, quest’ultimo è una chiave magica che vince ogni diffidenza, apre ogni cuore, crea aspettative e sentimenti favorevoli.
Anche per questo motivo, quando parliamo dobbiamo guardare direttamente negli occhi chi ci ascolta. Altrimenti la nostra voce diventa inespressiva, sfuggente, lontana, quasi fosse quella di un altoparlante.
Il sorriso che accompagna a braccetto lo sguardo sono entrambi celebrati da secoli da poeti e scrittori, filosofi, studiosi del costume e della prossemica.
Mi sono allora domandato: ma chi educa a riconoscere e usare questo passepartout, questa chiave universale? Educare, forse meglio istruire la mente, senza educare occhi e sorriso, non è affatto educare.
Ma chi dovrebbe svolgere questocompito? La famiglia (per il ruolo residuale che ha), la scuola, la comunità, oppure la società virtuale composta da social network, forum, mailing list, newsgroup o chat?
Forse nessuno di questi soggetti si propone, almeno esplicitamente, di come educare guardo e sorriso.
Meno che meno nel mondo parallelo, fatto di logaritmi e microchip, che si accinge a prendere il sopravvento come modello di relazioni umane. (vedi qui l’articolo sul digital twin).
Saremo destinati a “perdere” sguardo e sorriso come espressione del nostro animo perché non avremo più anima?

