Polene, le donne del mare

Polena è un termine abbastanza recente. Apparso verso la fine del Cinquecento, indica le immagini di animali o le figure umane che sono poste sulla prua delle imbarcazioni, nella parte arcata “di sotto dello sperone d’una nave”. Questa parte eminentemente decorativa, e perciò anche simbolica, trae il suo nome dalla parola poulaine per via della somiglianza che avrebbe con le scarpe dette “alla polacca”, souliers à la poulaine, le quali erano di forma molto allungata con il finale all’insù. Il nome le è stato assegnato in età Barocca nell’epoca in cui, tra il XVII e il XVIII secolo, si erano imposte per le navi che solcavano i mari. In quel periodo, come asseriscono i trattati di navigazione e marineria, le imbarcazioni di grossa stazza cambiano forma nella parte anteriore della prua: l’estremità, prima dritta, aggettante e bassa sulla superficie del mare, viene trasformata in un tagliamare di forma tonda “che si ripiega all’indietro verso il castello prodiero”. 

Marco Belpoliti

Il luogo d’esordio delle polene è la Francia, e proprio lì alla corte reale deve essere nato il paragone con gli stivaletti dei cavalieri polacchi dalla punta arrotondata. Tuttavia le navi avevano già avuto in passato una decorazione sulla loro parte anteriore, cosa attestata da documenti scritti, reperti archeologici e anche pitture. In genere la parte decorata era però in basso, il rostro, un oggetto che fungeva da strumento offensivo nel corso degli scontri navali, oggetto che trae invece il suo nome dal becco adunco dei rapaci. Di recente una campagna di ricerche nel mare intorno alle isole Egadi ha recuperato un paio di rostri che ornavano le navi cartaginesi. Come si vede nella mostra aperta al Colosseo, dedicata alla città avversaria di Roma (Carthago. Il mito immortale), i rostri contenevano una dedica agli dei e scritte ben auguranti, per quanto, visto l’esito di quello scontro al largo della Sicilia, le invocazioni sono servite ben poco: i romani sconfissero la flotta cartaginese e misero fine così alla Seconda guerra punica.

Lo scrittore Claudio Magris

Nel mondo classico e non solo – si pensi per esempio alle navi vichinghe – sulla prua delle navi era spesso dipinto un occhio, scrive Claudio Magris in un bel libro dedicato alle polene (Polene. Occhi del mare, La Nave di Teseo) riccamente illustrato. Era l’occhio apotropaico dipinto sulla prua, persino in semplici barche, e serviva a stornare i malefici del mare. Un occhio sgranato e malevolo, scrive Magris, alla pari delle onde perigliose solcate dall’imbarcazione, perché il mare è sì amico, ma può benissimo essere un insidioso nemico. L’occhio somigliava sovente a un pesce con ciglia e sopracciglia simili a pinne sul dorso, e rappresenta uno sguardo attonito e dilatato. Del resto, è sulla prua che si scruta il mare per avvistare la costa verso cui si è diretti, scansare scogli e altri ingombri marini, e soprattutto per avvistare amici, o peggio nemici. Con il passare dei secoli questo elemento decorativo si è modificato; sono apparsi serpenti, draghi, leoni, animali, che sfidano l’ignoto. Magris ricorda che la più antica polena di cui si ha notizia è quella posta su Argo, la nave che si reca alla ricerca del vello d’oro: “un ariete ritagliato nel legno di una sacra e parlante quercia di Dodona (secondo altri di Minerva), che fa udire la sua voce durante il viaggio degli argonauti”. Nella mitologia e nei racconti dell’età classica vi sono altre forme: una testa di antilope appare, ad esempio, sulla prora di Tutankhamon, per arrivare ai draghi e i serpenti di mare dei battelli vichinghi, le cui vele, che li spingevano erano confezionate con fili di lana, come scrive Kassia St Clair in La trama del mondo (Utet). Nel Medioevo, nonostante le tante immagini dipinte nelle chiese, le decorazioni scompaiono dalle prue delle navi; ma è proprio per questo: il cristianesimo aborrisce tutti i segni e le immagini pagane. La paura dei motivi demoniaci induce a rendere spoglie le navi, ed è solo con l’età barocca che ricominciano a ricoprirsi di segni e decorazioni persino suntuose.

Alla fine del Cinquecento appaiono le prime polene. Sono donne prima di tutto, che scultori di legno – si pensi alla tradizione medievale della scultura lignea – producono nelle loro officine e laboratori, meravigliosi manufatti colorati. Magris ipotizza che le figure mostruose e gli occhi delle bestie feroci non parvero atte a incontrare sul mare lo sguardo di Dio. Per questo sulla cima della prua serviva il ritratto di un essere umano; meglio: di una donna. Così le creature femminili arrivano a sostituire i mostri e le presenze ctonie dei pagani, un passaggio estetico e non solo. Le figure femminili ingentiliscono le prue, e funzionano meglio di quelle maschili, che si continuano pur tuttavia a scolpire fino alla metà dell’Ottocento, come mostrano le polene conservate al Museo Tecnico Navale di La Spezia. Perché ora appaiono le donne? Magris scrive che le polene femminili vedono con i loro occhi spalancati le imminenti e inderogabili catastrofi del mare, e le prevengono. Hanno uno scopo apotropaico. Ma c’è un altro dettaglio: i seni nudi, con cui vengono raffigurate in molti casi. Come mostrano numerose immagini di statue poste sulla prua, le donne offrono le proprie poppe scoperte alle onde spumeggianti del mare, mentre le loro bocche, chiosa Magris, posseggono spesso una espressione rapace.

Non bisogna dimenticare che gli equipaggi imbarcati su questi fasciami che attraversano i mari trasportando merci, cacciando o combattendo, sono composti esclusivamente da uomini. Inoltre i seni con le loro forme curve attenuano la durezza degli sguardi, che devono reggere: il dio Nettuno o la divinità cristiana, la quale può scatenare tempeste, come accade al disubbidiente Giona spedito alla città di Ninive. Magris insiste su quanto le polene vedano dentro il mare su cui stanno ricurve: lì ci sono le innumerevoli Meduse degli abissi cui resistono stoicamente forti della loro consistenza lignea. La loro è una enigmatica serenità propria di tutte le sculture. Uno dei grandi maestri d’ascia che le scolpiscono alle soglie della modernità è il padre di Bertel Thorvaldsen, il maestro della scultura neoclassica (la mostra dei suoi magnifici lavori è ora a Milano ancora per poco, insieme a quelli di Canova, alle Gallerie d’Italia). Il danese fece il suo apprendistato nella bottega del padre che intagliava le polene per conto della flotta danese. Una volta arrivato a Roma, Bertel mandava al genitore schizzi su varie figure per le sue prue. Come fa osservare Magris, nella realizzazione di queste polene vento e acqua, “forma fluens” l’uno e l’altra, hanno una loro significativa importanza. La figura femminile esce dallo scontro coi flutti come modellata da un vortice di forme e forze. L’età del seno nudo ha tuttavia una durata limitata.

A metà Ottocento cresce l’ostilità del clero verso queste donne poppute issate sulla punta delle navi. Le vesti perciò si allungano e il corpo è avvolto di tessuti più o meno svolazzanti. Le polene conservate nei musei che Claudio Magris ha visitato, provengono anche da recuperi di naufragi, dalle spiagge su cui sono arrivate gettate dai marosi. Lo scrittore triestino, nato in una città di mare ventosa e solitaria, ci ricorda che la polena “evoca qualcosa di perduto, di naufragato, di sparito per sempre”, e ne racconta lo sgomento. Proprio per questo sono così affascinanti: recano memoria del perduto; possiedono qualcosa di malinconico, e insieme di forte. La polena, scrive l’autore, s’associa di più agli oceani che non al Mediterraneo, “mare della famigliarità e della luce, dell’incontro”. Sono riflessioni che gli vengono in mente ad Anversa, al Museo marittimo, mentre guarda fuori dalla finestra e scorge le vecchie gru del porto. Il mare di queste sculture di legno è proprio quello lì davanti: procelloso, imprevedibile e scuro. Un altro pensiero gli balena; riguarda, non tanto l’oggetto in sé, ma piuttosto chi l’ha fabbricato. L’arte che sottintende la polena è umile, come tutta l’arte di creare navi. Un altro museo, che viene voglia di visitare leggendo queste pagine, si trova a Barcellona: il Museo marittimo. Lì si conservano le polene consunte dal lungo tempo trascorso in mare come relitti, smangiate dalla forza costante dei flutti.

Quello che più attira l’attenzione di Magris era un tempo esposto sul molo della città catalana: con lui hanno giocato generazioni di ragazzini. Ci sono poi le polene custodite dai guardiani dei fari in una “solitudine idolatrica”, forma di inconsueto erotismo che tocca in sorte ai solitari avvistatori di navi e tempeste, ai raccoglitori di relitti. In una delle pagine illustrate del volume viene mostrata una rara polena della fine del XVIII secolo scolpita nel Massachusetts, che raffigura una donna nativa americana, una pellerossa, come si diceva un tempo, del colore del legno. Popputa, sembra una Eva primordiale uscita dalle acque. Meglio: da una conchiglia, che tiene aperta con le due mani, mentre i capelli lunghi e duri le scendono lungo le spalle sino a coprirne parte delle braccia. Euridice è uno dei personaggi più frequentemente posti nelle prue delle navi. Perché? Per via della sua partecipazione ai due regni, a quello delle tenebre e a quello della luce.

Resuscitata da Orfeo, Euridice s’è persa. Così sono in definitiva le polene, o almeno quelle allineate nei vari musei in giro per il mondo. Sono sopravvissute alle innumerevoli vicende delle loro imbarcazioni d’origine, e ora sono collocate altrove. Il loro compito era di battere i mari in avanscoperta e di tenere dietro di sé la nave stessa, senza mai staccarsene. Sono sculture affascinanti e seducenti; sono Sirene senza scogli e senza mare, che si protendono silenziose dai muri o dai piedistalli. Due sono i luoghi fascinosi che il libro ci invita a visitare. La Spezia, dove nel Museo navale c’è una delle polene preferite da Magris, Atlanta, che raffigura una donna alta e severa, con i capelli biondi che scendono sulle spalle, coperta di vesti bianche da cui spunta un seno puntuto, quasi eretto, colorato di rosa, quasi rosso. Un ufficiale tedesco, tale Erik Kurtz, nel 1944, dopo averla rapita, portò Atlanta in una camera d’albergo e si sparò. Per amore di lei, si dice. Il feticismo di Pigmaglione ritorna più volte sottotraccia nelle pagine del libro. Il colore bianco sembra dominante nelle polene raffigurate. Forse queste donne appartengono al regno della Dea Bianca, di cui Robert Graves (Adelphi) ha raccontato le vicende nella mitologia europea a partire dalla civiltà cretese. Con le polene si entra in una zona pullulante di storie e avventure, di miti e leggende remotissime.

Per quanto durata solo due secoli o poco più nella sua forma scultorea, la polena è come la Ninfa danzante evocata da vari autori, a partire da Aby Warburg: un personaggio che attinge alle profondità della psiche umana, sia singola che collettiva. L’altra raccolta di polene citata da Magris si trova a Milano, presso il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci; è la collezione di Ugo Mursia: sette polene conservate insieme a stampe e volumi raccolti dall’editore di J. Conrad e di H. G.Wells. Nell’ingresso campeggia una frase del narratore polacco naturalizzato inglese: “La nave dormiva. Il mare immortale si stendeva lontano, immerso e caliginoso, come l’immagine della vita, con la superficie scintillante e le profondità senza luce”. Una bellissima immagine. Nella letteratura ci sono poi innumerevoli polene, come ci ricorda alla fine del suo volume Magris: da Günter Grass a Savinio, da Andrea Quadroli a Karen Blixen, da Andersen a Hawthorne. Quest’ultimo è l’uomo che ispirò indirettamente il più straordinario romanzo marinaro di tutti i tempi, Moby Dick, opera di un fallimentare scrittore americano, Herman Melville. Un libro che una volta letto resta nel cuore e negli occhi, come queste affascinanti sculture di legno. 

Marco Belpoliti per la Rivista Doppiozero