IVO, UN DIVO CHE RINASCE

POGORELICH
Ivo Pogorelich

«Nel tuo pianoforte c’ è un’ intera orchestra». Herbert Von Karajan non è mai stato prodigo di complimenti, la sua lupetto bianca era un gesso posto sull’ anima per tenere a distanza le smancerie del mondo. Ma neppure lui riuscì a rimanere freddo davanti a quel pennellone jugoslavo con un nido di rondini fra i capelli, le mani grandi come badili e il genio della musica nei terminali nervosi delle dita.

 

Aveva 23 anni Ivo Pogorelich quando ricevette il più bel complimento della sua vita; ne ha 58 oggi, di passaggio a Milano in vista del recital di lunedì sera all’ Auditorium per i 35 anni e per il progetto pediatrico di Vidas, storica associazione di volontariato per l’ assistenza ai malati terminali. In mezzo, due vite o forse tre per un musicista sublime e controverso che i fans paragonano a Glenn Gould, che il critico del New York Times definì «il miglior interprete di Prokofiev, molto al di sopra dello stesso Prokofiev», ma che non si è mai posto il problema del giudizio degli umani. Con Von Karajan finisce male.

 

«Si cerchi un alto direttore», gli manda a dire qualche tempo dopo. Perché se nel pianoforte di Pogorelich c’ è un’ orchestra, quell’ orchestra non sarà mai plasmabile, mai definitivamente addomesticata.

 

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Personalità troppo forti dentro tempeste magnetiche; lui saluta e se ne va, sicuro di non finire al Cantagiro. E infatti lo chiama Claudio Abbado. Quando accade è già una rockstar, la prima della musica classica anni Ottanta: efebico, crepuscolare, sdogana il pianoforte a coda per una generazione di trentenni intimiditi dalle rigidità di Arturo Benedetti Michelangeli (che interrompe i concerti quando avverte il frinire di una cicala) e prova ad acculturare una generazione di universitari fermi a Elton John. Giovanni Allevi e Lang Lang sono ancora fra i cartoni animati.

Aliza Kezeradze e Ivo son
Aliza Kezeradze

 

Lunedì sarà a Milano per Vidas. E per cominciare la sua terza vita, dopo il trionfo e il dolore. È tornato in sala di registrazione dopo 21 anni, in un castello bavarese, accompagnato da una tecnologia che restituisce il suono in ultra alta definizione. «La tecnologia è di punta, ma le dita sono sempre quelle. Ho aspettato 21 anni, non avevo interesse a farlo prima perché un artista ha un suo cammino. Ho sentito di avere dato così tanto nella prima parte della mia vita in cuore e dedizione, così ho voluto uscire da un ingranaggio ripetitivo. Necessitavo di nutrimento, avevo bisogno di ricevere. Ho cominciato molto presto e la vita è lunga. In questa lunga fase ho voluto imparare ad avere un rapporto più intimo con il pianoforte. Non volevo che fosse solo uno strumento per perpetuare il successo».

Ivo Pogorelich, Claudio Abbado 0
Ivo Pogorelich, Claudio Abbado

 

Pogorelich nasce a Belgrado da mamma serba e ortodossa, da papà croato e cattolico. Accarezza per la prima volta una tastiera a sette anni e vince anche quando perde. Anzi, è una sconfitta a fargli guadagnare l’ ammirazione del mondo libero e un contratto alla Carnegie Hall di New York.

ccade nel 1980, a 22 anni, concorso pianistico di Varsavia, il più esclusivo del mondo nel nome di Chopin. Lui suona come solo in paradiso, fa volare l’ Auditorium sopra la Vistola e lo fa atterrare dentro una torta alla panna. Ma la cortina di ferro non è un’ ipotesi e neppure un bemolle, il comunismo non sopporta le provocazioni punk, i giurati si spaventano e il giovanotto con il numero 131 viene eliminato al terzo turno.

 Ivo Pogorelich, Claudio Abbado 0

Vince un asiatico che può rimanere tra parentesi (il vietnamita Thai Song Dang). E una componente della giuria, Martha Argerich non uno sconosciuto, se ne va per protesta: «Avete bocciato un genio». Niente di più vero. Lui è visionario, innovatore, mai banale.

 

Accelera e rallenta, sembra che dia retta solo al respiro della musica che gli arriva da dentro. I puristi lo tollerano appena perché non rispetta l’ ortodossia dei compositori, ma interpreta. I giornali americani scrivono che è «la reincarnazione di Chopin».

 

Ivo-Pogorelich

Comincia una querelle intellettuale che si trascina ancora oggi sulla Rete rendendolo un’ icona. Merito anche della sua maestra di pianoforte al Conservatorio di Mosca, la donna che diventerà la sua musa, la georgiana Aliza Kezeradze, allieva di Siloti che fu allievo di Liszt. Ivo si innamora di questa affascinante signora di 21 anni più grande di lui e la sposa. Rimangono insieme 16 anni, i più felici, impetuosi, prolifici, durante i quali lui sforna memorabili brani di Bach, Mozart, Brahms, Chopin, Beethoven, Ravel, Ciaikovskij e la sua etichetta discografica Deutsche Grammophon contabilizza numeri da popstar.

Aliza Kezeradze 0

 Con i dischi arrivano i concerti, le tournée. Negli anni Novanta lui cambia look, è un gigantesco pianista con i capelli lunghi raccolti da un codino. Un critico inglese lo definisce: «Un buttafuori da nightclub». Gli bastano uno sgabello e una tastiera per incantare e commuovere ovunque nel mondo. La disgregazione dei Balcani non lo sorprende, a Belgrado aveva visto violenze, studenti picchiati dalla polizia politica.

Durante la guerra di Bosnia, crea una fondazione per ricostruire un’ ala dell’ ospedale di Sarajevo distrutto dai cannoni serbi, dove ospitare la maternità, guarire i bambini.

 E garantire a quella terra la continuità, forse un po’ di gioia. Tutto ciò che si sta sbriciolando in lui, perché Aliza si ammala di un tumore al fegato e nel 1996 muore.

Nulla riesce a restituire l’ essenza di un silenzio che durerà 11 anni (sarà il suo lutto artistico) meglio delle parole dello stesso Pogorelich per la sua amata. Una Pavane in sillabe. «Era universale, aveva tutto.

 La classe, l’ educazione, il talento, la bellezza, l’ affetto. E mostrava tutto come se fosse una cometa. Anche nella morte è stata una principessa. Quando è spirata il suo fegato è scoppiato e nell’ ultimo bacio mi ha inondato di sangue nero. Mi sembrava di essere il Fantasma dell’ opera, non volevo lavarlo. La musica ha peggiorato le cose: non potevo toccare un pianoforte senza che il ricordo di lei uscisse fuori come cascate del Niagara. Ne è passato del tempo prima che tornassi ad essere creativo».

Aliza Kezeradze wn
Aliza Kezeradze

Per molti ce l’ ha fatta, è di nuovo il genio di allora. Solo più maturo e ossessionato dall’ idea della lentezza e della precisione (dio si annida nei particolari), che allena cesellando gioielli per hobby mentre ascolta Mina, la Vanoni e Caetano Veloso.

Per i suoi fan è sempre l’ Ivo Pogorelich che fa scrivere gli esperti: «Suona come se lo facesse da 200 anni». Per molti altri non è più lui, è rimasto prigioniero di quell’ ultimo bacio che gli ha spento la fiamma.

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Ma anche il più scettico melomane ammette, dopo aver assistito a un suo concerto, che è più sublime la contemplazione delle rovine di un Grande che l’ ascolto della disonestà di un mediocre. Un concetto che prima o poi riguarda tutti, anche gli immortali.

Articolo di Giorgio Gandola per la Verità.com