ROBERT e GERDA

La morte in diretta immortalata da Robert Capa per celebrare Gerda Taro

Nei secondi anni Trenta del Novecento, il tempo della guerra civile spagnola (dal 17 luglio 1936 al 1° aprile 1939) fu quello in cui per la prima volta le foto della guerra pubblicate sui giornali a larga diffusione valevano quanto il fuoco delle armi da guerra sul campo di battaglia, nel senso che potevano indirizzare il favore dei lettori di quei giornali verso l’una o l’altra parte in campo. E’ il momento in cui negli Stati Uniti letteralmente esplode un settimanale a rotocalco come Life, il cui primo numero esce il 23 novembre 1936 e che nello spazio di quattro mesi tocca il milione di copie vendute per ciascun numero. Dammi un’immagine e ti solleverò il mondo.

Gianpiero Mughini

Il fotografo che faceva da corrispondente di Life durante la guerra civile spagnola era un ebreo ungherese ventitreenne il quale s’era dato come nome di battaglia Robert Capa, un nome che funzionava bene dal punto di vista massmediatico. Era uno che ce l’aveva nel sangue il coraggio e l’ostinazione di accostarsi agli orrori della guerra talmente da vicino da riuscire a fotografarli al meglio. Uno la cui compagna era una fotografa tedesca ventiseienne, Gerda Taro, che come lui era pronta a tutto pur di trovare l’inquadratura che desse conto del dramma in corso. Era una donna che dimostrava ancor meno della sua età, una il cui volto ci metteva un attimo a passare dal sorriso a un’espressione grave. Solo che a un anno dallo scoppio della guerra, il 26 luglio 1937, mentre i franchisti vanno all’assalto della città di Brunete a 24 chilometri da Madrid, la Taro finisce sotto i cingoli di un carro armato amico che stava retrocedendo. Quale omaggio migliore alla compagna caduta sul campo se non un libro che raccogliesse le foto che i due avevano scattato in quell’anno vissuto in comune? E dunque, dedicato alla Taro appena morta, esce nel dicembre 1938 negli Stati Uniti un libro fotografico di Capa dal titolo Death in the making (“La morte in diretta”), e sono in tutto 111 foto scattate da Capa, 24 dalla Taro, 13 dal fotografo loro amico e sodale David “Chim” Seymour. Il racconto giorno per giorno di un anno della più atroce delle guerre, la guerra civile: gli inesperti combattenti repubblicani che all’inizio non ne sapevano nulla della necessità dello scavare trincee quando ti devi difendere, le aule della Città universitaria di Madrid ridotte a fare da postazioni di mitragliatrici, le donne e i bambini impietriti dal terrore che si riparano nei tunnel sottostanti la città per scansare i bombardamenti incessanti, i volontari antifascisti di tutta Europa che si avviano al combattimento con il pugno alzato. Nella copertina del libro stava l’immagine la più prorompente di tutte, l’immagine che nel definire l’identità della guerra civile spagnola ha fatto storia, la foto del repubblicano che ha tutta l’aria di essere un popolano e che cade all’indietro schiantato da una pallottola. Oggi come 70 anni fa è ancora quell’immagine a trionfare nella copertina dell’accurata ed elegante recente riedizione del libro di Capa a opera della casa editrice bolognese Damiani, da alcuni anni uno dei siti italiani più meritori nella diffusione del gusto per la foto di qualità e dunque per i libri che ne raccontano l’epopea. Non sempre conosciuti dal pubblico italiano.

Robert Capa

Lunghissima la diatriba se quella di Capa sia un’immagine colta in diretta oppure se si tratti di un’immagine “posata”, costruita a freddo dal fotografo ungherese. Per quanto mi riguarda sto a un lungo articolo del grande fotografo siciliano e grande amico della mia giovinezza, Fernando Scianna, il quale era convinto che si trattasse di un’immagine vera e non “posata”. Ma che differenza farebbe? Era relativamente falsa un’altra delle foto iconiche del secolo scorso, quella firmata da Robert Doisneau e che portava la data dell’aprile 1950, la foto in cui un ragazzo e una ragazza si baciavano con gran trasporto in una strada di Parigi. Nella realtà dei fatti erano due ragazzi che Doisneau aveva pagato e predisposto alla bisogna. E allora? La foto era e resta bellissima, non perde nulla della sua onnipotenza. Quando nel 1996 ne fu realizzato un poster, ne vendettero 410 mila esemplari.

Gerda Taro

Nell’edizione Damiani il Death in the making è arricchito da una magnifica postfazione di Cynthia Young che ci racconta come l’edizione americana del 1938 editorialmente parlando fosse piuttosto scadente, e che vendette qualche centinaio di copie e niente di più. Ai tempi del maccartismo dominante divenne un libro in odore di filocomunismo, tanto che nel 1953 a Capa venne ritirato per alcuni mesi il passaporto perché reo di attività “antiamericane”. Lui che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva manifestato un coraggio da leone pur di raccontarla da vicino. In Sicilia si era addirittura paracadutato pur di arrivare alla prima linea del combattimento, ed è sua un’altra delle foto iconiche del Novecento. Quella di un contadino siciliano che sta dando delle indicazioni a un soldato americano il quale, benché piegato sulle ginocchia, è più alto di lui. In che lingua si stavano parlando? Ancor più temerario era stato Capa nell’accodarsi alla prima linea delle truppe americane che si scaraventarono sulle spiagge della Normandia. I soldati americani tutt’attorno cadevano come mosche mentre lui scattava delle foto indimenticabili di cui immensamente si giovò Spielberg per il suo Salvate il soldato Ryan del 1998. Purtroppo la gran parte di quelle foto andò rovinata nel laboratorio dove le stavano sviluppando. Quanto alla prima guerra del Vietnam, quella tra i vietnamiti comunisti e i francesi, anche lì Capa e la sua macchina fotografica c’erano. E finché non mise il piede su una mina, il 25 maggio 1954. Aveva 41 anni.

David Seymour

P.s. Il terzo dei coautori di Death in the Making, il fotografo “Chim” Seymour, morì anche lui in servizio. Mentre stava coprendo la Crisi di Suez del 1956.

Articolo di Gianpiero Mughini, rubrica Uffa ! sul Foglio Quotidiano

In copertina una foto di Robert Capa