SCENE DEI DELITTI

La prova dell’ immagine dalla Sindone ai droni, appuntamento di Camera-Centro per la Fotografia Italiana, nuovo spazio espositivo nel cuore di Torino. A cura di Diane Dufour.

Sarebbe tornato sulla scena del delitto e questa sarebbe stata la prima condanna. Seduto sul banco degli imputati, l’ uomo che il 5 aprile 1905 aveva ucciso Madame Langlois, avrebbe incontrato di nuovo la sua vittima, non in sogno, ma nella precisione di un’ immagine fotografica, scattata a due metro e mezzo d’ altezza.

Alphonse Bertillon

 In quello sguardo zenitale e a grandangolo l’ assassino avrebbe rivisto il corpo senza vita, il coltello vicino alla scarpa, e soprattutto avrebbe rivisto sé nell’ atto di uccidere e fuggire. Tutto di nuovo lì, grazie ad Alphone Bertillon, pignolissimo ufficiale di polizia francese, che nel 1903, dopo l’ invenzione dell’ antropometria giudiziaria, protocollò la ripresa scientifica della scena del delitto, ben sapendo che solo la precisione dei rilevamenti avrebbe vinto la fragilità della memoria e l’ orribile caos della morte.

Messain scena didattica del metodo di fotografia metrica di Bertillon

 Soltanto così, spegnendo la sua carica emotiva, la fotografia sarebbe potuta entrare nelle aule dei tribunali e divenire testimonianza, e quindi materia di dibattimento, come racconta oggi una mostra straordinaria, Sulla scena del crimine.


L’esposizione analizza la storia della fotografia forense e mostra un corpus di opere che coprono più di un secolo di storia, dai primi scatti entrati nelle aule di tribunale fino alle foto satellitari usate dalle organizzazioni per i diritti umani per denunciare l’uccisione di civili, come nel caso degli attacchi con i droni. Immagini forti, molto diverse tra loro, ma accomunate dalla terribile violenza che documentano e di cui sono prova.
Una selezione di undici casi-studio per illustrare un approccio scientifico al mezzo fotografico, volto a renderlo uno strumento nelle mani della giustizia. Una ricerca molto diversa da quella portata avanti in campo artistico, ma non per questo priva di un suo tetro fascino, nobilitato dalla solennità della Storia.
Ma la fotografia artistica e quella forense sono davvero così diverse? Se la prima si è spesso interrogata sull’effettiva verosimiglianza del mezzo fotografico nel descrivere la realtà, la seconda ha fatto della ricerca e della documentazione della verità la sua ragione d’esistere.
Questa mostra esplora contemporaneamente la potenza e i limiti del mezzo fotografico nella ricerca della verità. La potenza è quella dell’immagine, più d’impatto e più convincente di quanto potranno mai esserlo parole o cifre. Il limite è quello della tecnica, che spesso smentisce l’idea secondo cui l’obiettivo del fotografo non è altro che un occhio infallibile, che tutto coglie e tutto registra, capace di catturare l’attimo e di fermare in questo modo il tempo.

Testo tratto dalla presentazione alla mostra
Diane Dofour, curatrice mostra

Un tema, quello della fotografia giudiziaria, che ben s’ inserisce nella vocazione di Camera, diretta da Lorenza Bravetta – ieri responsabile dell’ Agenzia Magnum di Parigi – e dedicata ai linguaggi della fotografia, alla didattica e al censimento degli archivi fotografici nazionali.

Immagine in negativo della Sindone, Torino

Anche questa mostra, tragicamente attuale nella contabilità quotidiana dei morti in mare, è un archivio di undici casi di sofferenze inaudite e di undici ritorni sulla scena del crimine. E nel passaggio dall’ omicidio al genocidio, la macchina fotografica di Bertillon, rigida nei suoi schemi di ripresa geometrica, acquista la scioltezza di una danza macabra.

Un primo giro e l’ obiettivo si avvicina fino a scoprire le impronte su una tovaglia cerata, come dimostra Rodolphe A. Reiss, professore della prima cattedra mondiale di scienze forensi nel 1906, presso l’ Università di Losanna.

Un altro giro e la macchina si rialza, e nelle immagini scattate nel 1898 da Secondo Pia, giurista, sindaco di Asti e fotografo amatore, appare quello che i cristiani credono sia il volto di Cristo e il suo corpo martoriato, e a nulla valgono le analisi al carbonio che nel 1986 datano la Sindone al XIII secolo. «Vedere è credere», ripeteva Reiss ai giurati.

La fotografia, espressione di un positivismo ateo, diventa la migliore alleata della fede e un attimo dopo parte per le Crociate. Il 2 agosto 1914 il generale Joffre crea le prime unità specializzate per le ricognizioni aeree. Nel 1915 i piloti dei Royal Flying Corps fotografano quello che resta, nulla, della città medioevale di Ypres, in Belgio, devastata dai bombardamenti tedeschi.

Per i contemporanei, che vedono le foto sui giornali, è uno choc. Per i militari è l’ inizio di una prassi che accosta le riprese “prima e dopo” ogni attacco. Nel 2015, utilizzando lo stesso schema e unendo le immagini satellitari del 2 e 7 gennaio, Amnesty International e Human Rights Watch denunciano la distruzione della città di Baga, in Niger, firmata dai jihadisti di Boko Haram.

Se un anno fa i satelliti, proiezione stellare del treppiede di Bertillon, avevano registrato l’ immagine di infinite infiorescenze rosse, là dove le case di Baga e i suoi abitanti bruciavano, nel 1944 gli aerei in volo sopra i campi di Auschwitz e Birkenau non avevano documentato nulla di più di un sito industriale.

Gaza

Fu necessario scendere a terra, a Dachau, per capire. Il 29 novembre 1945, nel tribunale di Norimberga, durante il processo a venti dei più feroci gerarchi nazisti, l’ accusa presentò per la prima volta al mondo un film come prova a carico degli imputati e a sostegno del quarto capo d’ accusa: crimini contro l’ umanità.

Persino il tribunale venne ridisegnato per l’ occasione e Dan Kiley, architetto americano, spostò a sinistra i giudici, di fronte al banco degli imputati, e mise al centro della sala lo schermo cinematografico, in asse con il pubblico. Si spensero le luci e apparve l’ orrore dello sterminio.

Che la morte sedesse indifferente tra gli accusati, lo si vide con evidenza fotografica quando nel 1985 Richard Helmer, patologo e fotografo tedesco, sovrappose al volto di Josef Mengele la radiografia di un cranio, rinvenuto insieme al corpo in un sobborgo di San Paolo, e lasciando emergere il teschio dalla carne, stesa nel disgusto di un sorriso, e misurandone la corrispondenza millimetrica, confermò che i resti appartenevano al “macellaio di Auschwitz”.

Sovrapposizione forense del cranio e dell’immagine di Mengele

Pochi anni dopo, nel 1992, le ossa e la loro “memoria fotografica” sono tornate in tribunale grazie al lavoro dei Physicians for Human Rights e Middle East Watch che, insieme a un’ equipe di esperti forensi diretta dall’ antropologo forense Clyde C. Snow, hanno riportato alla luce le fosse comuni di Koreme, nel Kurdistan settentrionale.

Kurdi che ricordano i familiari uccisi
Tombe a Koreme, Iraq del nord, giugno 1992

Susan Meiselas, fotografa Magnum, ha ripreso le delicate e drammatiche operazioni di scavo e riconoscimento delle ventisette vittime, “infliggendosi”, lei appassionata fotoreporter, uno sguardo neutro e silenzioso. Durante l’ Operazione Anfal, la campagna contro i Kurdi nel 1988, si stima vennero uccise 180.000 persone.

Le immagini di Koreme sono entrate in un dossier di accusa di genocidio a carico del regime di Saddam. Nell’ archivio dell’ odio e della sopraffazione rientra anche Il libro delle distruzioni di Gaza, riproduzione monotona e martellante dei 150.000 edifici distrutti o danneggiati durante gli attacchi israeliani tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009.

Gaza

Accanto a questo immenso catasto fotografico si foglia un altro catalogo, quello delle vittime del Grande Terrore, che tra l’ agosto 1937 e il novembre 1938 portò alla morte circa 750.000 cittadini sovietici. Pochi giorni prima della fucilazione, se non a volte lo stesso giorno, i condannati delle prigioni moscovite di Butyrka e Taganskaya venivano ritratti come in studio.


Elizaveta Alekseïevna Voïnova, Russia, nato nel 1905 nel villaggio di Zakharovo, distretto Klinski, regione di Mosca. Studi secondari, senza partito, madre di famiglia. Residente a Mosca, via Manejnaïa 5, app. 9. Arrestato il 23 settembre 1937. Condannata a morte il 29 ottobre 1937. Giustiziato il 13 novembre 1937. Riabilitata nel 1989 © Archivi Centrali FSB e Archivi Nazionali della Federazione Russa GARF, Mosca, copie pubblicate dagli archivi dell’Associazione Internazionale Memorial, Mosca.

Per non commettere errori o scambi di persona, la foto accompagnava la scheda segnaletica, che a sua volta seguiva il prigioniero fino alla camera della morte. Nessuno ancora oggi, se non le famiglie delle vittime, può consultare i dossier originali di questo archivio.

E nessuno, se non la famiglia della vittima, poteva portare in tribunale le fotografie di Stefano Cucchi, picchiato a morte in prigione. Fotografie esatte, terribili. Probabilmente Alphonse Bertillon avrebbe stretto la mano di Ilaria Cucchi.

Articolo di Laura Leonelli per “Il Sole 24 Ore” 16 marzo

Il copertina una foto di Helmut Newton