STATO LIBERO DI PAPEETE

Da Zelig a Popeye, fra un selfie e l’altro, un mojito e un pedalò, il Nostro in versione beach entusiasma le folle. Finalmente uno di noi, anzi il peggio di noi!

matteo salvini balla al papeete
Matteo Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima

Al termine di una settimana lunga (nove giorni, in effetti) che ha cambiato per sempre usi e costumi da bagno della politica italiana, e al netto delle polemiche e delle indignazioni, degli sfottò e dei pedalò, resta l’ impressione che l’ annuale spiaggiamento del «dittatore dello stato libero di Papeete» (copyright di Gianmaria Tammaro) racconti molto più gli italiani che Matteo Salvini.

Il ministro dell’ Interno continua a impersonare il personaggio che si è forgiato, un incrocio fra Cetto La Qualunque e lo Sceriffo dei western, con una spruzzata di Mussolini a mollo a Riccione fra una bonifica e un treno in orario. Nulla di nuovo. Colpisce, invece, la reazione del pubblico che, osservato sul posto e non dalle pagine dei giornali, non appare affatto scandalizzato.

matteo salvini fa llinguacce al papeete

Anzi: sempre divertito e talvolta entusiasta. Insomma, nell’ eterna diatriba se i governanti debbano essere o almeno apparire migliori dei governati, Salvini non ha dubbi nel rappresentare al meglio il nostro peggio. Ma anche gli italiani sembrano apprezzare «uno famoso, ministro di qualche cosa, di che partito? Boh» (testuale, un ragazzotto tatuato e palestrato al bar del Papeete) che si comporta come loro, senza farsi tanti problemi, anzi «tante pare» (nel senso di paranoie, sempre il figuro di cui sopra).

Bella zio. Salvini, bisogna ammetterlo, è bravissimo. Si adatta a ogni pubblico, con il risultato di piacere a tutti. Prendete l’ ultimo dì di svaccanza, sabato. Di mattina, Matteo è il papà affettuoso. Si appalesa in spiaggia svestito come al solito, ciabatte, torso nudo, panza fuori e la «tau» francescana a ricordare la recente svolta confessionale con rosari, crocifissi, reliquie e requiem (per la laicità).

Porta sulle spalle, da buon padre di famiglia, anzi di famiglie, la figlia piccola. Ed è subito grande successo presso i bagnanti intergenerazionali di Milano Marittima: nonne intenerite, padri solidali, mamme che lo additano ad esempio a compagni riluttanti. Davanti all’ ombrellone si forma un muro tale di richiedenti selfie che il ministro deve riparare nella piscina dell’ hotel. Del resto, anche il famigerato giro in moto d’ acqua del pargolo più grande era già stato derubricato e perdonato come «errore mio», cuore di papà, altro che familismo amorale.

Nel pomeriggio il ministro Zelig passa in modalità «divertimento gggiovane». E qui bisogna spiegare che l’ amato Papeete Beach verso sera si trasforma da pacioso stabilimento balneare in una specie di discoteca a cielo aperto per un pubblico di under 30 accomunati dalla passione per i tatuaggi. Spiccano delle spettacolari cubiste sia autoctone sia d’ importazione, specie, a giudicare dal lato B, brasiliana: non molto sovranista, ma pazienza. Come pure non tanto patriottico è che, installatosi Salvini alla consolle con un mojito in mano, il baccanale si apra con una versione dance dell’ Inno di Mameli. Surreale.

matteo salvini deejay al papeete 1

Grazie a Wikipedia, si cerca di immaginare in analoga situazione qualche predecessore al Ministero dell’ Interno: che so, il barone Ricasoli o Antonino Starabba marchese di Rudinì o, in tempi più recenti e democristiani, Mariano Rumor. No, decisamente l’ immaginazione rifugge. E comunque anche in questo caso, nessuna riprovazione da parte del pubblico, solo selfie e risate. In serata, torna il politico, in piazza a Cervia alla Festa della Lega Romagna, che è poi la versione uguale e contraria della Festa dell’ Unità: stesse piade, stessi banchetti per il tesseramento, stesse «esse», perfino stesse polche e mazurche danzate da «due vicecampioni del mondo» di ballo liscio presentati dal sottosegretario alla Giustizia, Jacopo Morrone, in perfetto stile pippobaudesco, chiamando perfino «un bell’ applauso!». Bisogna dare il tempo al ministro di arrivare da Milano Marittima in bicicletta.

Poi inizia l’«intervista» con il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano. E, anche in questo caso, l’ attenzione non è per Salvini, che ripete con minime variazioni gli slogan consolidati, ma per una piazza colma che se li beve come sangiovese doc. L’ anziana e simpatica rezdora con una mano fasciata (un incidente di cucina, racconterà poi) che si chiama Ines, applaude a ogni frase e più forte quando arriva un grido ostile, uno solo, e il contestatore viene prima bollato come «povero comunistello» dal signor ministro e poi espulso a fischi dalla piazza.

Macché profondità, complessità, «ragionamenti» di cara demitiana memoria. Salvini vende alla sua piazza un mondo semplicissimo, dove i criminali marciscono in galera, le navi delle Ong vanno ad attraccare ad Amburgo e i soldi si trovano, senza farsi tanti problemi per i «numerini» di quei cattivoni di Bruxelles. «Bravo Matteo, brèv!», strilla la Ines. Immaginatevi il tripudio al “Romagna mia” finale. E stavolta viene in mente il Bardo: «Non nelle stelle, caro Bruto, ma in noi stessi, è la colpa se siamo schiavi».

Articolo di Alberto Mattioli per “la Stampa”

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