STORIE DI CINQUE DONNE INDISCRETE

All’inizio degli anni Venti del secolo scorso pornografia e fotografia erano considerate sorelle gemelle. L’occhio impudico della nuova arte realizzata con la fotocamera si soffermava sui corpi senza veli anche allo scopo di creare scandalo. Il celebre fotografo Edward Weston metteva in atto con i suoi audaci ritratti un oltraggio al comune senso del pudore: incontrando la «deliziosa italiana» Tina Modotti, delle minute forme dell’amante in déshabillé fece il soggetto prediletto.

Tina Modotti

Poverissima, Tina era emigrata in California ed era diventata una star del cinema – accompagnata dalla fama di prostituta d’alto bordo come chiosavano i rapporti di polizia. Edward e Tina si trasferirono a Città del Messico e sulla terrazza dell’appartamento, l’azotea, nacquero i «Nudi dell’azotea».

Weston apprese in seguito che la nuova amica coltivava l’aspirazione di passare dall’altra parte della macchina fotografica: la Modotti divenne una delle più grandi fotografe al mondo. La vicenda di Tina rappresentò un’inedita sfida: Elisabetta Rasy ne “Le indiscrete” costruisce con suggestivo stile letterario la «Storia di cinque donne che hanno cambiato l’immagine del mondo».

Si tratta delle grandi pioniere della fotocamera che, partite da condizioni svantaggiate, hanno saputo scalare le vette della notorietà raccontando con sensibilità femminile le altrui sofferenze.

Dorothea Lange fotografata da Paul S. Taylor nel 1936 

La Modotti in Messico diventerà la «fotografa ufficiale» dei pittori muralisti, Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, cogliendo con i suoi scatti la rivolta degli umili. Si concentrava sulle mani degli artigiani, dei lavoratori, delle lavandaie, e la sua fotografia più famosa divenne quella di un burattinaio con i fili dei pupazzi che si confondono con le vene che arrivano alle ossute dita.

Tina realizzerà «la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico» e poi partirà per la guerra di Spagna. Prima di morire all’improvviso lasciò una riflessione sul suo lavoro. «Cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni».

Anche Dorothea Lange aveva un analogo obiettivo e faticò moltissimo. A soli 7 anni era stata colpita dalla poliomielite ma non si arrese. Cominciò a coprirsi con ampie gonne e con pantaloni maschili e partì per una spedizione dedicata a riprendere immigrati, braccianti e operai. La sua fotografia più nota divenne «Migrant mother», con il volto sofferente della madre di sette figli immortalata in California.

Lee Miller

Il ritratto più famoso di Lee Miller fu quello che la raffigurò nuda, mentre si faceva il bagno nella vasca dell’appartamento di Adolf Hitler a Monaco di Baviera, dopo la caduta della città nel 1945. Era una delle quattro donne accreditate come fotografe ufficiali al seguito dell’esercito americano, documentò la battaglia di Normandia, la liberazione di Parigi ed entrò nei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau.

Anche lei aveva dovuto combattere con i suoi fantasmi: a sette anni, ospite a Brooklyn di amici di famiglia, era stata violentata. Oltre al trauma aveva anche riportato una terribile infezione. Il padre non ne leniva il dolore: si compiaceva di ritrarla, per esempio, nuda in una foto in pantofole nel giardino coperto di neve. Così bella e talentuosa, sosteneva: «Sembravo un angelo fuori… Ero un demonio, invece, dentro».

Diane Arbus

Pure Diane Arbus percepiva un fuoco interiore quando fotografava i freaks, dalla donna che si vestiva da uomo a Moondog, un gigante cieco con una grande barba e corna da Vichingo. Il successo ottenuto con i suoi singolari personaggi non attenuò la tempesta psichica che fin da ragazzina l’attanagliava: il 26 luglio 1971 si suicidò tagliandosi i polsi nella vasca da bagno.

Francesca Woodman in un suo autoscatto

Francesca Woodmann sviluppò le sue prime foto a soli 13 anni. Aveva una grande passione per le opere di Man Ray e per il surrealismo e, approdata a Roma, scoprì la Transavanguardia italiana. Capovolgendo i parametri, Francesca utilizzò se stessa e il suo corpo nudo come soggetto delle sue foto. Nel gennaio del 1981 pubblicò la prima e ultima collezione di fotografie, «Alcune disordinate geometrie interiori» e poi, dopo pochi giorni, a 22 anni si gettò dalla finestra a New York.

È l’ultima testimone del sofferto viaggio delle pioniere della fotografia nel secolo passato. Il loro impegno e i loro sacrifici hanno aperto grandi spazi per le protagoniste dell’arte più giovane.

Mirella Serri per “Tuttolibri – la Stampa”

In copertina: Dorothea Lange Migrant Mother,1936