The Danish Girl, very good!

 

Il regista inglese Tom Hooper
Il regista inglese Tom Hooper

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Affrettatevi! The Danish Girl,  in italiano La ragazza danese, sarà in programmazione nei cinema ancora per un po’. Non perdetevelo perché si tratta di un bel film. Ben scritto, recitato e ambientato. La trama è presa dal romanzo La danese di David Ebershoff. Il passaggio dalla carta alla celluloide è stato lungo e faticoso: il primo regista lascia perdere subito, due attrici importanti quali Charlize Theron e Gwyneth Poltrow rinunciano. Poi finalmente nel 2015 il primo ciack. Dietro la cinepresa c’è Tom Hooper, premio Oscar per Il Discorso del Re.

Nel ruolo principale Eddie Redmayne (nel doppio ruolo, prima di Einar Wegener pittore di paesaggi molto richiesti, poi Lili Elbe, la prima transgender della storia. Acconto a lui/lei Alicia Wikander, pittrice pure lei e moglie, complice devota, anche nello sconcerto per una esistenza di coppia messa a soqquadro dall’imprevedibile.

La svolta, attorno alla quale il film si costruisce con sapiente leggerezza, si presenta di soppiatto: la sottoveste di lei indossata da lui per scherzo, durante un gioco erotico. E’ un crescendo, prima nell’intimità dell’alcova, poi nello studio di Alice, fra pennelli, tele e qualche pomiciata, complice l’assenza di una modella. Intanto i fragili silenzi di lui/lei si fanno sempre più frequenti, il suo sguardo tormentato, nel cuore i tonfi che svegliano. I quadri di Alice, in cui Einar è ritratto nelle vesti di Lili Elbe, hanno un inaspettato favore di pubblico. L’euforia e il gusto del travestimento sembrano travolgere i due che, per festeggiare il successo, danno una festa, complici ora agli occhi del mondo, anche se non è ancora un coming-out. E’ il 1926, la bella Copenaghen con i suoi colori, col suo porto animato, gli amici eleganti, i pettegolezzi sembrano abbracciare la storia in una soffusa luce dalle tinte senza tempo. Ma non è così.

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Quella che per Alice è una parentesi per Einar è l’irresistibile richiamo verso un tormentato percorso di cambiamento. L’ambivalenza sessuale, da ingrediente erotico, da variante stimolante, è ora un ostacolo e non permette più di rientrare nella ruotine inoffensiva del travestimento. Einar cede progressivamente il posto a Lili, non solo nelle belle strade della città, nei mercatini, o nei ritrovi dove appartata Lili incontra un pittore omosessuale, ma nella solitudine della casa, fin nella stanza da letto. La strada dei due sembra dividersi, allor quando il trasferimento della coppia a Parigi sembra poter riaprire i giochi e ridare serenità ai due.

Ancora una volta non è così. Lili soffre in quel corpo che non è più il suo e confessa di sentirsi come chiusa in una armatura di cui deve liberarsi. E’ il momento più intenso del film. Considerato pervertito o schizofrenico dai medici che lo visitano -vere e proprie maschere grottesche di pericolosa incompetenza e vuota prosopopea-, alla fine Lili trova un medico disposto a operarla. Una breve parentesi, una convalescenza post-operatoria fra incertezze e timori, poi la forte determinazione di Lili che accelera gli eventi: ecco una seconda, prematura operazione prima mai tentata di vaginoplatica, nella bella clinica del dottor Warnekros.

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Davanti a un paesaggio montano il pallore di Lili è quello estremo. Le cadenze sono ora quelle di una elegia, il dolore trattenuto sembra premere sullo spettatore, quasi si fosse anche noi lì, accanto alla sedia a sdraio dove Lili è sospinta da Alice a prendere un po’ di sole.  Lili è svuotata, ma i suoi lineamenti sono distesi, il suo animo è appagato, le sue ultime parole serene.

 

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La sciarpa che, sciogliendosi dal collo di Alice, leggera vola nel cielo, finalmente libera, sul ciglio del fiordo tante volte dipinto da Einar, è l’immagine finale e sintesi di tutto il film. The Danisch Girl  è un imperdibile film che commuove e coinvolge, come solo succede quando la fatica di vivere, diventa l’esperienza umana che a tutti appartiene e a tutti parla.