Tolo Tolo, la recensione

Checco Zalone dichiara guerra all’intolleranza nella sua commedia più politica

Una commedia quanto mai attuale, quella firmata a quattro mani da Checco Zalone e Paolo Virzì, dal 1 gennaio in sala.

Quattro lunghissimi anni d’attesa per tornare al cinema, dopo gli epocali 65,7 milioni di euro incassati da Quo Vado? nel 2016. Quattro anni di ansie legate alle inevitabili aspettative, per Checco Zalone, per la prima volta non solo protagonista ma anche regista al posto di colui che fino ad oggi l’aveva sempre diretto e aiutato nella scrittura. Perso Gennaro Nunziante, Luca Medici, questo il nome all’anagrafe dell’ex comico di Zelig, ha attinto da un soggetto di Paolo Virzì per la sua quinta fatica cinematografica, avvolta dal mistero lungo tutta la lunghissima produzione.

Tolo Tolo è costato tanto, e si vede, ed è andato incontro a nove mesi di riprese, dal primo ciak in Kenya all’ultimo a Roma, con molte pause in mezzo, settimane nel deserto del Marocco, a Malta e in tante città italiane, con tantissime comparse. Una produzione ambiziosa, voluta e cavalcata da uno Zalone che al suo esordio dietro la macchina da presa ha visibilmente voluto cambiare passo, smarcarsi dal furbo bilanciamento comico del passato, segnato dall’irriverenza e dal cinismo bipartisan, in grado di suscitare ilarità sia tra chi ama la commedia popolare e chi apprezza maggiormente quella più d’autore. La presenza di Virzì in cabina di scrittura, da questo punto di vista, si sente ed è palese, anche se non soprattutto nel tema trattato e nel modo in cui Zalone affronta l’argomento più contemporaneo della cronaca politica italiana. Il ‘caso’ migranti.

Checco, in questo caso, indossa i panni di un incompreso in patria travolto dai debiti e dalle tasse non pagate che fugge dall’Italia, trovando accoglienza in Africa. Peccato che la guerra lo costringa a far ritorno nel Bel Paese, percorrendo la tortuosa rotta dei migranti, tra camion stracolmi di umanità, bombe, terroristi sequestratori e bagnarole pericolanti in mare.

Ero sempre smarrito, agitazione, ansia, stress, è difficilissimo girare, avere la responsabilità di tutta la macchina. Paolo Virzì mi ha chiamato, aveva questo soggetto. Abbiamo iniziato a scrivere, e mi son reso conto che glielo stavo rubando, che stava diventando mio. Quando abbiamo iniziato a girare ho capito l’immensa difficoltà di questo lavoro. Hai tutto in mano. Cast, produzione, lì ho bestemmiato. È stato faticosissimo, si è accanita anche la sfortuna. Ha piovuto nel deserto, non accadeva da 20 anni.” Dalla conferenza stampa di Checco Zalone

Meno divertente rispetto ai suoi precedenti film, Tolo Tolo ci regala uno Zalone più netto e inquadrato, che percula in modo diretto quel morbo tutto italiano che ciclicamente, nei momenti di maggiore stress, riaffiora: il fascismo, che a detta di Luca Medici tutti noi abbiamo, come la candida, pronto a tornare a galla e da combattere attraverso l’amore. Momenti di ‘mussolinite’ sulle note di Faccetta Nera, per Checco, che spazia come non mai tra scene oniriche, cantando come al suo solito brani volgarmente spiazzanti.

In uno di questi Checco ringrazia la ‘gnocca’, perché in grado di rendere più tolleranti gli italiani grazie alle sinuose forme delle bellezze di colore, mentre uno in dei sogni più rischiosi della pellicola Zalone, appena travolto da un’onda che capovolge la carretta del mare stipata di migranti, si inventa una danza acquatica in stile Esther Williams, cantando “da qualche parte nel Planisfero c’è sempre uno stronzo un po’ più nero”. Sbarcati finalmente in un porto dopo giorni d’attesa causa stallo politico, nasce una lotteria europea sui migranti segnata dalla musica di Ok il Prezzo è Giusto, con tanto di bussolotti a decidere le sorti dei poveri cristi fuggiti dalla guerra.

Ed è qui che Zalone prende posizione, evitando di rimanere nel paraculo limbo che oscilla tra cinismo e ruffianeria, mentre il finale di pellicola si fa talmente contemporaneo da far ipotizzare chissà quante riscritture, anche recentissime, pur di rimanere sull’attualità nazionale. Registicamente parlando Tolo Tolo appare poco uniforme, a tratti slegato, anche se visivamente più temerario rispetto ai precedenti lavori firmati Nunziante, mentre la sceneggiatura è sicuramente meno incalzante nel suo strapotere comico, con un inatteso cameo di Nichi Vendola, ex governatore della Puglia, da sottolineare per la piacevole autoironia.

In uno dei tanti momenti musicali del film, in cui si omaggia Mino Reitano, Zalone si immagina un’Italia ben oltre il multirazziale, con una nazionale composta da undici calciatori di colore e un Papa nero, accerchiato da vescovi che appaiono scioccati dall’elezione appena avvenuta. Tra animazione finale, fantasiose svolte e politicamente corretto in chiave virziniana, Tolo Tolo cavalca il quotidiano nazionale e i suoi tanto chiacchierati problemi, reali o fittizi che siano, che coinvolgono la burocrazia e le immancabili tasse, le scalate politiche di incapaci e ignoranti venuti dal nulla e per questo quasi legittimizzati a farsi portavoce di un Paese intero, la spettacolarizzazione giornalistica, l’universo influencer e l’ipocrisia di una classe dirigente che fa campagna elettorale sulla scura pelle di semplici essere umani, in fuga dalla guerra e nient’altro che in cerca di un futuro.

Meno cattivo rispetto ad un Sordi d’annata, sua dichiarata ispirazione, Tolo Tolo di Zalone finirà per dividere come mai accaduto prima, nella sua decennale carriera cinematografica. Comunque la si voglia vedere, e al di là dell’aspetto puramente tecnico del film, un cambio di passo netto, imperfetto, rischioso, voluto, che guarda all’accoglienza come possibile soluzione per un Paese migliore, banalmente più umano di quello che stiamo vivendo.

Recensione apparsa sul sito cineblog.it a cura di Federico_40