TOTO E LA SERENISSIMA

«Vivo in una casa con tutta la gloria della Serenissima» Bergamo Rossi e il Palazzo Gradenigo: arredi, affreschi e gli stemmi lignei a poppa delle navi

Abitare Venezia non è come abitare altrove nel mondo. Le sue pietre, cariche di mille anni di storia e di gloria, sono vanitose, orgogliose, egocentriche. E se ci vivi dentro ti impongono, inevitabile, di fare un passo indietro. Perché le protagoniste sono loro. Toto Bergamo Rossi lo sa e si è adattato.

Restauratore, cultore di bellezza, direttore dal 2010 di Venetian Heritage, organizzazione internazionale non profit per la tutela del patrimonio artistico della Serenissima e di quei territori che un tempo ne facevano parte, occupa un’ala del primo piano nobile di Palazzo Gradenigo. Imponente dimora del XVII secolo, di Baldassarre Longhena, autore di quell’immensa gioia del barocco lagunare che è la Basilica della Salute sul Canal Grande.

«Quando sono arrivato qui, nel 1999, ho restituito a questa casa memoria e dignità, liberandola nel giro di due anni di tutti quegli interventi che ne avevano mortificato lo spirito. Sotto intonaci scrostati e soffitti abbassati sono emersi gli stucchi originari (nell’ingresso ricordano i rilievi dei cuoi di Cordova, di gran moda nella Venezia del XVII secolo) e chilometri di affreschi. Dopo, non c’è stato più posto per altro».

Nei trecento metri quadrati affacciati sul breve Rio Marin, scavato a mano nel corso dell’XI secolo, Toto ha lasciato la scena al prodigio degli arredi fissi: le porte in noce del XVIII secolo, le pareti a marmorino, i pavimenti in terrazzo alla veneziana, la grande specchiera incassata sopra il camino neoclassico, i rilievi ornamentali con colori a fresco tipici del gusto d’inizio Settecento, i soffitti dalle decorazioni pittoriche di scuola di Giambattista Tiepolo. In questa fuga di stanze dove vive «senza televisione», ha messo in valore quanto ha trovato — compresi i grandi stemmi lignei con le insegne delle famiglie aristocratiche, un tempo posizionati a poppa delle galere, aggiungendo, in fondo, ben poco. Una manciata di arredi stile Luigi XVI, qualche gesso canoviano, incisioni di Giovanni Battista Piranesi, antiche lanterne e poi migliaia di libri, sua magnifica ossessione. Ha poi calato tutto in una luminosità soffusa («la luce ha valore simbolicoemozionale, non solo funzionale»), per riconsegnare agli ambienti il magico chiarore del passato, creato da migliaia di candele.

È qui che Toto Bergamo Rossi ama ricevere gli ospiti di Venetian Heritage, soprattutto gli stranieri, per immergerli nell’atmosfera di una residenza storica e mostrare che «Venezia non è un albergo diffuso, un parco giochi male organizzato e gestito ancora peggio».

Panoramica Uno degli ampi saloni con affreschi d’inizio 800 che caratterizzano il piano nobile di Palazzo Gradenigo, dimora di Toto Bergamo Rossi

Ho ridato a questa dimora barocca memoria e dignità, liberandola dagli interventi che ne avevano mortificato lo spirito

Nel libro d’oro della maison, tra le tante, le firme di Claudio Abbado, Mick Jagger, Bono, Barbra Streisand, Tilda Swinton, Jeff Bezos, Anish Kapoor, James Ivory. Proprio qui, il regista statunitense, 92 anni, autore di Camera con vista e Quel che resta del giorno, ha confessato all’amico l’ultimo sogno: un film dal celebre racconto di Henry James Il carteggio Aspern.

«È rimasto senza parole quando gli ho detto che fu scritto qui accanto, a Palazzo Soranzo Cappello, poco tempo prima che Gabriele d’Annunzio ambientasse parti del suo romanzo Il fuoco proprio nel giardino Gradenigo, fino al 1922 il più vasto della città, dove per il Carnevale del 1768 vennero addirittura organizzate delle cacce ai tori».

Palazzo Gradenigo, ingresso con vera da pozzo

Quello che resta oggi è meno di un quarto della sua estensione originaria. Toto Bergamo Rossi ha restaurato, con appassionata diligenza, anche questo scampolo di verde; vi ha messo a dimora pergole di glicine bianco, viti e rose rampicanti, una Sophora japonica degli anni Venti e quelle piante aromatiche, tipiche del giardino lagunare, che crescevano anche negli orti dei dogi.

Articolo di Beba Marsano, Corriere della sera