TRE IMMAGINI

Tre sono le immagini destinate ad entrare nella storia della pandemia Covid-19: il Papa che gira per Roma in solitaria per andare a pregare; la lunga fila dei camion militari che nella notte di Bergamo trasportano le bare verso i crematoi; il video drammatico di Roberta Zanironi che lamenta la morte del padre avvenuta senza conforto alcuno, nel completo isolamento di una terapia intensiva. Tre momenti emblematici che possono essere inscritti in altrettante dimensioni della tragica storia di questi giorni: la fede, la morte, il dolore.

La fede del Papa, che è insieme accettazione e speranza. Che esige atti fuori da ogni protocollo, che muove i nostri passi da sola, quasi ci spinge, strattonati come siamo da un’esigenza interiore in cui smania e timore si confondono, come un’insonnia dell’anima che scruta il lontano orizzonte affinché schiarisca. San Francesco guarda il lebbroso, si avvicina e lo abbraccia. Laddove altri hanno schifo e ribrezzo, lui prova amore, un amore inaudito, come tutte le cose che ci denudano, eppure pretendono da noi non atti di eroismo, ma semplicemente essere quello che siamo: deboli, incerti, malati fra malati. Uomini.

La fede del Papa, speranza che è sì attesa fiduciosa, ma soprattutto un impulso istintivo, lo stesso che spinge il neonato verso il seno, quasi un archetipo che dal profondo dell’animo dirige i nostri passi, che ci rende dispensatori sereni di profezie che al solo pensarle si sono già attuate. La vita riprende sempre, sempre è intorno a noi, anche se mascherata da morte.

La lunga fila di camion, la tecnologia è sempre sguaiata, insensibile e maldestra. Non ha animo, né estetica, né fini se non essere efficiente. Anche quando si defila, quasi a passare inosservata. Entra nelle statistiche, ha la volgarità del numero e della anonimia, sballotta da un luogo all’altro esseri tutti senza nome, o pacchi che siano. Ma i morti non ammettono numeri, perché anche uno è troppo; oltre la singolarità sono solo statistica priva di significato.

L’ultimo sguardo esitante, quasi il palpito di un lapillo sotto la cenere, il tremolio, ultimo, dell’anima prima del grande volo, quello deve essere colto. Roberta non l’ha potuto fare. Ha avuto la meglio ciò che non vediamo, ciò che non conosciamo. Rimane oltre il vetro un’ombra, un alito che sembra non volere sperdersi col suo sottile e insolito profumo, perché è più una apparizione che un addio, un esserci che un perdersi. Ma sappi, Roberta, che la coscienza allora si dilata, una estrema ricapitolazione la inonda di emozioni, una luce che è un raggio che guida, quasi fosse la nostra orma che ci precede. Non si soffre allora, il congedo è dolce e leggero, siamo noi che ci scopriamo vuoti, impietriti da un dolore che non consola, smarriti, sordi a ogni voce.

L’immagine della copertina è tratta dal Libro Rosso di C. Gustav Jung