C’è uno spettro che si aggira per l’Occidente: quello di una nuova guerra civile. Un conflitto che finora era stato in gran parte confinato sul piano ideologico, ma che oggi, sospinto da una radicalizzazione crescente, rischia di deflagrare in uno scontro più violento e diffuso. Al netto di esagerazioni, catastrofismi e strumentalizzazioni, la crescente e palpabile tensione – non solo verbale – impone un’analisi attenta delle sue cause e della portata del fenomeno. L’assassinio di Charlie Kirk resta un atto estremo e divisivo, destinato a segnare a lungo l’opinione pubblica americana. Ma non è un episodio isolato. Altri segnali inquietanti – finora meno violenti, ma non meno significativi – arrivano dall’Europa: la crisi politica e gli scontri in Francia, l’ascesa inarrestabile dell’estrema destra in Germania, le tensioni diffuse ad ogni campagna elettorale. Fenomeni diversi per forma e contesto, ma che rivelano fratture profonde, ben oltre le consuete divisioni politiche a cui ci eravamo abituati negli ultimi trent’anni.

Per comprenderne le radici ci aiuta la teoria formulata da Paul Kennedy: un impero si avvia al declino quando il peso delle sue spese interne – dal debito pubblico alla gestione economica – supera la capacità di mantenerne l’egemonia. È un meccanismo ricorrente nella storia, che ha minato la forza dell’Impero romano, indebolito quello britannico e accelerato la caduta dell’Unione Sovietica. Oggi tocca agli Stati Uniti, gravati dai costi del rifinanziamento del debito e decisi a trasferire sugli alleati il peso delle spese militari e del deficit commerciale.
Non è però solo una questione di capacità economica e militare. Quando un sistema perde la sua forza, anche le certezze culturali che dipendevano da essa iniziano a sgretolarsi: gli alleati diventano riluttanti a seguirlo, non vedendolo più come un riferimento sicuro, e i cittadini, privati dei benefici che quella forza assicurava, perdono fiducia nella sua tenuta. Ed è proprio questo che distingue l’incertezza di oggi dalle tensioni che attraversarono Europa e Stati Uniti nella seconda metà del Novecento. Allora, di fronte alla violenza di forze radicali, lo Stato liberale sapeva contrapporre una proposta ritenuta tangibile e praticabile di progresso sociale e di rafforzamento della democrazia. Anche se i risultati concreti erano talvolta modesti, specie in tempi di crisi economica, ciò che contava era la visione: un orizzonte di crescita e inclusione che restava più concreto e convincente delle utopie che infiammavano le piazze.
“Se credi che la libertà di parola sia per te ma non per i tuoi avversari politici, sei illiberale. Se nessuna prova contraria può cambiare le tue convinzioni, sei un fondamentalista. Se credi che lo Stato debba punire coloro che hanno opinioni contrarie, sei totalitario. Se credi che gli oppositori politici debbano essere puniti con la violenza o con la morte, sei un terrorista”. J. K. Rowling
Oggi quelle certezze sono svanite. Parafrasando Kennedy, la democrazia collassa quando i costi per mantenerla superano le ragioni che la rendono desiderabile. Finché i cittadini percepiscono benefici concreti – sicurezza, benessere, diritti – continuano a confidare nelle istituzioni. Ma quando quei benefici si riducono o sembrano irraggiungibili, altre proposte diventano più attraenti. È ciò che accade oggi: i limiti sempre più evidenti del modello liberale hanno incrinato la sua capacità di contenere il conflitto, trasformandolo in uno scontro aperto tra visioni contrapposte.
Se questa crisi civile riguardasse solo l’America, potremmo anche far finta di niente. Anzi, potremmo persino rivendicare una presunta superiorità morale, ricordando che da noi un fucile non lo si compra al supermercato. Ma la radice del problema è l’erosione sistemica della credibilità della democrazia stessa. Oggi si manifesta con particolare evidenza negli Stati Uniti, ma inevitabilmente si riflette sull’intero Occidente, la cui forza e protezione dipendevano anche da quella credibilità. In questo senso, in Europa non vediamo crisi distinte, ma variazioni di uno stesso fenomeno: in Francia la battaglia sulle pensioni, in Germania lo spettro di una recessione inattesa, in Inghilterra le tensioni legate all’immigrazione. L’Italia, paradossalmente, appare meno esposta: ha da tempo abbandonato l’illusione di un’espansione infinita dello Stato sociale, e quel disincanto, ormai parte del suo Dna politico, sembra averle conferito una sorta di cinica immunità.
Per uscirne non basterà trincerarsi nella difesa cieca di istituzioni e valori che sono essi stessi all’origine del deficit di legittimità. La fiducia perduta non si ricostruisce in pochi giorni. Servirebbe tempo per capire le cause profonde del fallimento del sistema, per affrontarne le contraddizioni e per elaborare una strategia capace almeno di recuperarne le basi. Ma il tempo è proprio ciò che manca. In un sistema fatto di promesse immediate, calcoli e regole, non ne abbiamo mai avuto troppo. E oggi ne disponiamo ancora meno, perché ogni frammento residuo lo spendiamo, in modo speculare e simmetrico, ad accusare chi la pensa diversamente, additandolo come il vero responsabile del collasso. Così, il rischio è che la guerra civile – prima ideologica e poi forse reale – diventi in ogni caso una trappola senza uscita. Perché la vera vittoria non sarebbe annientare l’avversario, ma ritrovare, se non la fiducia nella democrazia, almeno il senso profondo che la anima.
Articolo di Gabriele Segre per La Stampa


