UNA VITA SPERICOLATA

23 Ott 2023 | 0 commenti

L’uomo è predisposto ad antropomorfizzare, ovvero ad attribuire qualità umane ai non umani. Succede anche con l’IA

Devo confessare che l’articolo di Corbellini e Mingardi sull’intelligenza artificiale, apparso sul Foglio il  giugno 2023, pur stimolante, mi appare muoversi in un’ottica sbagliata.

Scrivono gli autori; “Il vero problema, in altre parole, è la facilità con cui le persone antropomorfizzano o proiettano caratteristiche umane sulle nostre tecnologie, piuttosto che l’effettiva personalità (il corsivo è mio) delle macchine.”  

L’antropomorfizzare le macchine, al punto di attribuire loro una personalità, non è altro che una proiezione antropologica-culturale e psicologica presente in ogni epoca e latitudine. Non è dunque questo il problema. Semmai è vero il contrario: il pericolo è di robotizzare l’uomo. In altre parole il problema è riuscire a valutare l’effetto che la macchina può avere sull’uomo, in un’epoca che vede il predominio della tecnica e delle sue applicazioni.  Giustamente quindi gli autori si interrogano “ sulla possibilità che queste macchine diventino coscienti, autocoscienti, senzienti, minacciose per la sopravvivenza della specie”. Per me possibilità zero dal momento che le macchine non hanno ne potranno avere emozioni o sentimenti.

Ma proviamo a rovesciare lo schema, mettiamoci nella “testa” della Ameca (un umanoide robotico creato da Engineered  di turno): interrogata risponde attingendo ad uno scibile insondabile quanto il destino. L’informazione e la soluzione proposta dell’I.A. determinano il nostro conseguente agire nel mondo, forti di quello che appare un verdetto incontrovertibile, indiscutibile, elevato a verità assiomatica. Con la macchina possiamo stare sicuri perché l’errore è escluso, l’efficacia e assicurata, l’economicità pure: tutto funziona. La macchina pensa per noi, e con molta più efficienza e rapidità. Non ci resterà che aspettare ogni volta il vaticinio della Pizia e metterlo in pratica ubbidienti. Nessuna necessità di sapere, di interrogarsi, di farsi scrupoli o tormentarsi nell’incertezza.

Col tempo l’uomo che conosciamo sarà una specie destinata a estinguersi, per un naturale evolversi della specie: al suo posto un umanoide che aspira all’immortalità, indissolubilmente legato alla macchina da lui stesso creata. Le parole morale, etica, coscienza, anima non esisteranno più. La filosofia, il pensiero stesso, saranno arnesi inservibili, tutte riassunte in un’unica grande certezza: la felicità.  

A propositi del rapporto uomo-macchina, mi scrive il prof. Massimo Stevanella: “ Il pensiero e tutte le funzioni cognitive che rendono l’essere umano propriamente “umano” sono irriducibili al movimento degli impulsi elettrochimici del nostro cervello. La mente (anima?) non può mai essere equiparata a una “macchina” e va dunque collocata in una dimensione “altra” (metafisica?….) Le macchine, dunque, non potranno mai pensare, ma solo reagire a degli stimoli, senza possibilità di attribuire all’esperienza un “significato”, che rimane quindi una capacità del tutto umana. “ Ecco, così le cose vanno molto meglio. “Una vita spregiudicata”, cantava Vasco Rossi, fatta di sentimenti ed emozioni. Solo questa voglio vivere.    

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