USCIRE DALLA GABBIA

 

E’ successo che una banale giornata si è trasformata, per insospettate coincidenze, nel preannuncio della serenità. Camminavo sotto il portico, qualche svogliato fiocco di neve scendeva del cielo grigio, quando alcuni bambini mi sono venuti incontro, gli occhi spalancati di curiosità, il viso aperto e sorridente. E’ seguito un breve dialogo, fatto più di sguardi che di parole. Non serve il buon giorno, che pure qualcuno di loro mormora, non serve quando l’incontro diventa subito confidente attesa. I ragazzi e io siamo a nostro agio, come se ci conoscessimo da sempre. Sono una scolaresca in gita nella città, 6 o 8 anni d’età.  “Dov’è il museo…?”, mi chiede una bambina, il visetto incorniciato da un berretto di lana. Ma non sembra nemmeno una domanda, meglio, ho il sospetto che sia solo un pretesto per parlare, per stare lì in compagnia, serenamente, curiosi gli uni dell’altro. Anche la maestra che si soffia il naso vicino a noi ha nello sguardo una pacata soddisfazione, mentre guarda i suoi alunni. “Complimenti”, le dico. Non aggiungo per che cosa, non serve, mostra di avere capito che parlo dell’atteggiamento di apertura dei piccoli, frutto evidentemente di un lavoro paziente, in cui l’educazione, più che al lessico che disciplina al gruppo o all’abitudine gregaria, ha puntato a suscitare nei piccoli quella attitudine, insolita e preziosa, quella abilità che consiste nel sapere guardare il mondo con uno sguardo semplice, diretto, privo di preconcetti o paure, e perciò nuovo, almeno per noi adulti. Sguardo che sempre noi definiamo puerile, inconsapevole e inesperto, quando è l’esatto contrario.

I bimbi proseguono, mi lasciano, e solo ora mi rendo conto che, per qualche secondo, ho avuto a fianco, in quelle figure diventate una sola immagine, animate insieme di vita e di fervore, l’apparizione di cosa potremmo diventare se solo riuscissimo a liberare la nostra mente dalla gabbia in cui la richiudiamo, dato che siamo ciò che pensiamo.

Quel breve dialogo era stata poesia, emersa del caos indeterminato che è la nostra vita, per illuminare di bellezza il mondo e ordinare il tutto. Mi torna in mente Platone, il suo ammonimento che la bellezza non è un fatto estetico, ma spirituale. E che dove c’è bellezza lì c’è la Verità.

Ma per capirlo veramente, per ritrovare pungente il desiderio di emancipazione, ho dovuto incontrare quei bambini, inconsapevoli di potere risvegliare un bagliore di libertà anche in un’anima impigrita com’è la mia.

Le immagini sono opere di Friedensreich Hundertwasser, pittore austriaco (1928-2000)

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