LA STREET-ART ABBATTE I MURI

LA STREET ART NON PUO’ CHE ESSERE EFFIMERA, COME TUTTO. LE OPERE NON HANNO VOCAZIONE DI ETERNITA’, FORSE L’ARTISTA. LA DISTINZIONE FRA MUSEO E STRADA E’ UN’INVENZIONE DEI GALLERISTI. SE L’OPERA DEPERISCE LA FOTOGRAFIA LA CONSERVA , ECCO UN’ALLEANZA UTILE PER FARE DI UN GRAFFITO SU UN MURO L’ICONA DI UN’EPOCA.

 

 

E’ il momento della street-art. Un susseguirsi di iniziative, non sempre disinteressate, rischiano di delimitare (stavo per dire circuire) un fenomeno spontaneo di creatività e di reattività all’esistente urbano, che non può essere eterodiretto, nè essere soffocato dai mercanti d’arte, ma per sua natura continuare a vivere alla luce del sole o all’addiaccio, esposto, come le sue opere, alle intemperie. Senza per questo sentirsi  figlia di un dio minore, solo perchè è un’arte per nulla o poco pagata, tenendo fede alla sua natura e alla sua vocazione di arte altenativa a quella ufficiale, museificata, canonica. Sull’effimero nell’arte si è troppo parlato e scritto perchè valga la pena di ritornarci qui. E’ sufficiente che l’opera d’arte assolva qui e ora al suo compito, che in fondo, al chiuso o all’aperto, resta quella di far riflettere sul mondo e dove lo stiamo portando. Le opere non hanno vocazione di eternità, quella l’hanno gli artisti e gli illusi. Resta il fenomeno street art, in progressiva espansione, anche corrosiva, man mano che le periferie urbane degradano e le città, fra le loro pieghe scintillanti, nascondono muri che hanno la lebbra e miserie umane e violenza, endemiche e contaggiose come mai prima.

 

Armanni Guernica
Luigi Armanni (foto Ninconcanco)

Il fenomeno degli artisti che ai mercanti d’arte preferiscono la strada, non per stato di necessità ma per scelta ideologica e canone estetico, nato  negli USA all’inizio degli anni ’80, va osservato e capito. A quei tempi non sospetti poche erano le gallerie tra Milano, Roma e il sud Italia che davano spazio e visibilità ad artisti come A-One (Galleria Salvatore Ala) o Rammellzee (Galleria Lidia Carrieri), tanto per citarne due.

 

Armanni antiviolenza
Luigi Armanni (foto Ninconanco)

In italia, due le esperienze più antiche e significative: i graffittari romani e i bolognesi: nel capoluogo felsineo la prima mostra Arte di Frontiera risale addirittura al 1984, coeva al periodo d’oro dell’arte graffita americana. Dal 2012 l’esperienza bolognese continua con il festival Frontier, durante il quale si realizzano su spazi comunali grandi murales che vedono all’opera artisti di tutto il mondo.

Per rimanere a Bologna, ho già ricordato la mostra di quest’anno Banksy & Co.(cfr.La rivincita della street-art) ospitata nelle sale del Museo della Storia. Street artisti trovano a  Milano ospitalità permanente nei locali di un capannone industriale di Cormano, a due passi dall’autostrada, grazie alla intrapprendenza di Zakaria Jemai, un simpatico algerino che ama l’arte con l’interesse del mecenate. Vi potete trovare lavori di Tenia, Tilf, Emajons, Cane Morto. Un po’ meno disinteressati (ma ci sta) e sempre a Milano, si sono mossi Discovery e Real Time, con la manifestazione Muri DiVersi. Anche la sonnacchiosa provincia italiana nè è contaggiata: iniziative si sono  tenute all’Aquila, a Lioni nell’avellinese, e altre sono annunciate. A Roma si è appena chiusa la mostra «Guerra, Capitalismo & Libertà», a Palazzo Cipolla con una contabilità da capogiro: quasi centomila presenze, in coda per vedere le opere di Banksy. Infine, voglio ricordare, anche se risale al 2014, “From Street to Art” : è stata la prima panoramica sulla Street Art italiana raccontata attraverso i lavori di 10 tra i migliori artisti contemporanei curata da Simone Pallotta e ospitata all’Istituto Italiano di Cultura di New York.

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Il fenomeno oggi è di costume, e se n’è accorto Google, che nelle sue pagine di Art projet ha aperto alla street art pagine informatissime e graficamente impeccabili.

Gli interrogativi che a questo punto si pongono sono tanti. Il primis: si tratta di un movimento unitario? Dire graffittari, steet-artist o land-artist è dire la stessa cosa? Kentridge che ha “ripulito” 500 metri di argini sul Tevere quest’estate, è un graffittaro? Uno storico per immagini? E Christo come inquadrarlo? Solo un abile business-men dell’arte consumistica?

Per rispondere occorrerebbe rintracciare nel lavoro di questi artisti linee comuni, canoni condivisi, più che tecniche estemporanee (bombolette, stencil, interventi conformativi sul territorio o cos’altro). Gli impressionisti erano tali solo perchè dipingevano all’aperto? No!, evidentemente si definivano con un lessico familiare e condiviso, e non solo nella contrapposizione all’accademismo. Occorre anche, a mio avviso, sfatare il falso interrogativo che fa della allocazione inamovibile dell’opera un tratto distintivo ( dalla sua durata effimera già ho detto).  Perchè le opere nelle chiese o quelle fragili non sono inamovibili, o quasi?

Ragiona il gallerista o il sovrintendente: come passare dal graffito (deperibile per definizione) all’opera d’arte museale (da conservare), senza snaturare il linguaggio effimero e immediato della street-art, il suo valore certamente estetico, ma anche di documento della storia della città, degli stili di vita e della dinamiche sociali, della evoluzione culturale che ci stanno dietro?

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Domanda mal posta e fuorviante. Queste opere si distinguono, piaccia o non piaccia, perchè sono geolocalizzate. E’ questo un limite, almeno in astratto. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto alle opere museali: il loro linguaggio racconta non il piccolo mondo antico ma la globalizzazione e ciò le sottrae dal rischio della irrilevanza fuori dal loro contesto di origine. Richiamandosi alla vita di tutti i giorni, a ciò che avviene per strada, a volta con ironia graffiante a volte con leggero sberleffo, queste opere hanno il pregio di essere capite da tutti, non necessitano di mediazioni, né aggiunge qualcosa al loro valore il nome dell’autore, spesso ignoto. L’opera si offre anonima ma ricca di senso e aperta, come spesso succede, alla profanazione di altrettanti sconosciuti, che la completano o ne alterano il significato, facendole vivere la trasformazione che potenzialmente racchiude. In questo, credo, sta il tratto distintivo della street-art: più che nella sua genesi nel suo destino, che è destino di fruizione e di intreccio con la cronaca prima che con la storia. Quindi opere giustamente effimere per vocazione non per disavventura.

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Un lavoro di Banksy

Nonostante siano trascorsi parecchi decenni, nonostante la sempre più copiosa manualistica [puoi trovare riferimenti all’indirizzo http://legrandj.eu/article/i_graffiti_non_si_leggono_solo_sui_muri; oppure all’indirizzo http://www.swishertribe.com/art/i-10-libri-sulla-street-art-che-devi-assolutamente-conoscere/; da ultimo il libro di Ennio Ciotta per Dati editore: Street-art.La rivoluzione nelle strade] non esiste un’opera di sistematica valutazione critica della street-art. E’ una grave lacuna, in parte dovuta anche all’agire degli artisti di strada in maniera non coordinata, senza fare rete, alla luce di un nomadismo che non è solo nelle gambe, ma anche nell’idea di un irriducibile individualismo.

Accompagno l’articolo con alcuni contributi in cui street-art e fotografia si incontrano. Magari alcune delle opere qui riprodotte non sono più visibili o perché rovinate dal tempo o asportate. Ecco un’alleanza che andrebbe ricercata e promossa: la fotografia conserva e universalizza, tramanda e senza mummificare, anzi trasformando nei casi migliori l’immagine in icona, cioè nel massimo della astrazione e del significato universale.

Vi presento due serie. La prima a cura del fotografo Jean-Valentin Grigoras, con opere di Belin, Gnasher, Fintan Magee, Kobra, Baby Guerilla, Fintan-Magee.

La seconda di Ricardo Roquer, con opere di Inti Castro, Giudo Van Helten, Nils Westergad, Above.

 

Le foto che seguono sono di Jean-Valentin Grigoras

 

Edoardo Kobra e Ethnic Groups
Edoardo Kobra e Ethnic Groups

 

Eduardo Kobra
Eduardo Kobra

 

Gnasher
Gnasher

 

Belin
Belin

 

Fintan-Magee
Fintan-Magee

 

Baby Guerrilla
Baby Guerrilla

 

 

Le foto che seguono sono di Ricardo Roquer

Inti Castro, opera realizzata in coccasione del festival Urbanforms Polonia
Inti Castro, festival Urbanforms Polonia

 

Guido Van Helten
Guido Van Helten

 

Guido Van Helten
Guido Van Helten

 

Guido Van Helten
Guido Van Helten

 

Guido Van Helten
Guido Van Helten

 

Guido Van Helten
Guido Van Helten

 

Nils Westergard
Nils Westergard

 

Nils Westergard
Nils Westergard

 

Nils Westergard
Nils Westergard

 

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Above
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Above

 

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Above

 

Above prima
Above prima
above dopo
Above dopo

 

 

 

 

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