LE BATTAGLIE GIOIOSE DI CAPPATO

 

 

Il libro di Marco Cappato Credere (dis)obbedire combattere (Rizzoli, pag. 247 euro19,00), è articolato per capitoli che sono altrettanti topos della storia dei radicali italiani. Una nobile storia di diritti civili che, come Cappato stesso sottolinea con inevitabile rammarico, è stata “riconosciuta per il passato, meno per il presente”. Sorte inevitabile in una società refrattaria e impaurita com’è quella attuale. Fregio d’onore per le avanguardie- cui Cappato rivendica di appartenere- citando come esempi la nascita, nel lontano 1993, del partito transnazionale e transpartitico, sorta di antisignana “globalizzazione” politica; oppure della creazione nel 2000 di Agorà telematica, piattaforma che permise, con i mezzi di allora, di avviare le prime votazioni on-line per la scelta dei candidati radicali (ben prima dei 5 Stelle).

Molti gli argomenti trattati, fra loro non sempre omogenei, in cui il dato autobiografico si intreccia inevitabilmente con eventi che hanno caratterizzata la vita pubblica italiana dagli ultimi 20 anni del ‘900 ai nostri giorni. “Eutanasia, droghe, sesso, internet, genetica, scienza e diritti umani non sono temi a caso”- scrive Marco Cappato per spiegare la struttura del libro- “Se una strategia di rilancio della democrazia liberale può consistere nel fare meno per fare meglio (meno leggi, meno spese inutili, meno proibizionismi, meno burocrazia, più conoscenza, più equità, più laicità), è bene iniziare proprio di settori dove la presenza dello Stato spesso è non solo inutile, ma anche controproducente”.

La ripresa dell’antico slogan fascista, con l’aggiunta di un “dis” fondamentale non è soltanto una trovata dell’editore, in quanto è la disobbedienza a fornire la chiave di lettura più utile per capire il libro. Spiega Cappato: l’atto del disobbedire, non è solamente ciò che appare, cioè violare le regole (e quante volte Cappato l’ha fatto), bensì cambiare le regole. E il metodo non può essere che la nonviolenza, che come un filo rosso collega fra loro intimamente le diverse pagine del libro.

Cappato, che è al suo primo libro, non è autore che ricostruisce affreschi d’epoca o personaggi se non legandoli a fatti concreti, non ha la vocazione dello storico, ma del semplice cronista. A volte risulta un poco reticente, come quando affronta il suo lungo sodalizio con Pannella. Il lettore cercherà invano qualche aneddoto, magari piccante, qualche giudizio ruvido su un uomo eccezionale e perciò discutibile, su un compagno e una presenza “difficili”, elementi che avrebbero resa le lettura ancora più interessante. Ma forse è troppo vicina la scomparsa del vecchio mulo abruzzese, e sarebbe stato oltremodo difficile per Cappato riuscire a sottrarsi ad una ricostruzione inevitabilmente edificante o reticente sulla figura di Pannella. Magari nel prossimo libro. Nel frattempo eccovi alcuni spunti.

Liberi di sorridere, fino alla fine.

Molto intense le pagine dedicate all’autanasia. Fra le diverse testimonianze, quella toccante di Piergiorgio Welby, di cui Cappato pubblica la lettera che Piergiorgio scrisse al presidente Napolitano. “La morte non può essere <dignitosa>; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita”.. “Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine a una sopravvivenza crudelmente <biologica> io credo che questa sua volontà debba essere rispettata e accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico” Cappato ripercorre le tappe più significative dei radicali sul tema: la proposta di legge sull’autanasia presentata 33 anni fa dal deputato socialista Loris Fortuna; il caso Welby, a 11 anni dalla sua morte; la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’autanasia, da quattro anni ferma in Parlamento, sommersa da migliaia di emendamenti. Ma Cappato resta ottimista: “Grazie alle azioni di disobbedienza civile abbiamo portato il dibattito a un punto di non ritorno, non solo per quello che abbiamo fatto, ma per quello che faremo”.

Un maestro Manzi digitale

Interessante la posizione di Cappato sul tema dell’informazione pubblica e il suo ruolo. Già negli anni ottanta i radicali invitarono alla disobbedienza fiscale per protestare contro il carattere manipolatorio dell’informazione. Ancora oggi, nonostante il canone, la RAI continua a fornire servizi che in nulla si caratterizzano rispetto al mercato. La presenza di circa 800 canali solo sul digitale terreste, pone legittima la domanda: ma è ancora necessario un servizio pubblico? Cappato risponde sostanzialmente di sì, a patto che, come il maestro Alberto Manzi contribuì ad alfabetizzare gli italiani nel dopoguerra, oggi la RAI si dia il nuovo compito di alfabetizzare al digitale i cittadini, contro fake news e manipolazioni, fornendo loro “strumenti per verificare le informazioni che si trovano in rete e per attingere all’immenso patrimonio di dati pubblici che restano in gran parte inutilizzati..”.

Immagini tratte dal XIV Congresso Associazione Luca Coscioni

Il mulo abruzzese

Come accennavo, non poteva mancare un capitolo dedicato al rapporto di Cappato con il “vecchio mulo abruzzese”, Marco Pannella. “Non piango quasi mai, e so che è il mio limite”, scrive di sé Cappato, ma quando rievoca i suoi anni di apprendistato e poi di collaborazione piena con Pannella, l’emozione traspare, seppure contenuta all’interno dei ragionamenti rigorosi di impegno civile, di idee che “stanno attaccate alla carne e alla pelle, trasmettendo un’integrità che chiede di essere con-vissuta più che contemplata per se stessi”.

La storia inizia a Monza nell’inverno del 1992, quando Pannella è lì per un comizio, ma l’investitura avviene nel 1995, quando Giacinto gli offre di seguire la pattuglia radicale al Parlamento europeo. Si incontrano a Linate, a due passi dallo stabilimento della Romagnoli, fabbrica di prosciutti e mortadelle, dove Cappato si occupava di sicurezza e igiene del lavoro. “Iniziò così la nostra storia, che mi portò per più di vent’anni tra Roma, Bruxelles, Strasburgo, New York: decine di migliaia di ore di riunioni e di fumo.. nella stanza comune di via della Panetteria a Roma e rue Hottat a Bruxelles…pastasciutte in quantità illegale, tante sambuche con le mosche e qualche digiuno, voce che spacca i timpani, mani che sanno accarezzare, mani che picchiano sul tavolo come badili, voce che sussurra.”

Cappato pubblica uno stralcio significativo della lettera che Pannella scrisse nel 1973 a Majid Valcarenghi, primo obiettore di coscienza e fondatore della rivista di controcultura Re Nudo, in voga negli anni ’70.

Egli la considera un manifesto dei principi del radicalismo: “Tu sei rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari….. i non violenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente col suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione…. Non credo al potere, e ripudio perfino le fantasia se minaccia di occuparlo… L’etica del sacrificio, della lotta eroica, dalla catarsi violenta mi ha semplicemente rotto le balle, come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una sola cosa prima di ogni altra: di vivere e di essere felice”.

Per completare l’esposizione del pensiero politico di Pannella, Cappato riporta il commento del leader radicale su un verso di Arthur Rimbaud: ”le raisonnable dérèglement di tuos les sens”, dove l’accento veniva posto sul “ragionevole” modo di procedere, cioè sul metodo riformista. Deregolamentazione ragionevole dello Stato, che si deve liberare delle regole inutili, per ricostruirsi, sempre credendo nella forza della legge e del diritto.

La nonviolenza è pubblica o non è.

In diverse parti del libro Cappato ribadisce e approfondisce il concetto di nonviolenza, “per i radicali scritto tutto attaccato: non un semplice atteggiamento passivo di assenza di violenza, ma una costante opera attiva per convertire la violenza nel suo opposto”. Precisa ancora:” la disubbidienza civile si distingue dal ribellismo distruttivo nello stesso modo in cui la forza si distingue dalla violenza: in ragione degli scopi e dell’attenzione alle regole…” Il pacifismo ideologico, che si traduce in strategia dell’inerzia che accetta e subisce regole ingiuste, non va confusa con la nonviolenza che è sempre disobbedienza etica, responsabile, basata su principi, ”con lo scopo di produrre vantaggi per la società”.  Interessante quanto Cappato scrive sul fatto che la nonviolenza non può che essere atto pubblico. Con ciò risponde a chi lamenta una fastidiosa attitudine “esibizionistica” e “querula” appiccicata ai radicali. Così argomenta efficacemente Cappato: “La disobbedienza civile è conoscenza. Nel senso che non funziona se non è pubblica, conosciuta. Nel senso che serve essa stessa a produrre consapevolezza. Infine, nel senso che mette in discussione idee acquisite, con un processo simile a quello della ricerca scientifica… la pubblicità è l’anima della nonviolenza” Sono parole che Carl Popper avrebbe sottoscritto. Sarà per questo che ricerca scientifica e verità fattuale sono oggi così malmesse? La scienza screditata ha la peggio sul passa parola e sulla disinformazione asinina; le panzane, le bufale e la post- verità delle fake-news sbaragliano sulle verità di fatto.

UN ETERNO RAGAZZO CONTROCORRENTE

Le ultime righe del libro, riassumono efficacemente la posizione di Cappato, venate da un idealismo che gli fa onore e un ottimismo che sembrerebbe fuori luogo, se non provenissero da un politico oramai esperto e rimasto fedele a se stesso per tanti anni. La realtà politica e sociale internazionale, e quella italiana tanto degradata, purtroppo smentiscono, con i loro quotidiani squallori, tanto ottimismo. Anche in questo Cappato continua ad essere controcorrente, un eterno irregolare, un visionario concreto che crede ancora nell’uomo, nella ragione, nel dialogo, nella politica e, da ultimo, nella possibilità di essere felici.

“Tra un sapere imposto da vecchie autorità screditate e un sapere autoreferenziale e rabbioso, va costruita con pazienza e determinazione l’alternativa: una conoscenza umile, dialogica, ancorata ai fatti. Per riuscire nell’impresa, è utile portare il metodo scientifico al cuore della politica e investire nella formazione di spirito critico. Ed è indispensabile <gente ordinaria> che, di fronte a ordini ingiusto, provi a disobbedire ed essere felice.”

Dunque: credere sempre, combattere sempre, dissobbedire sempre per cambiare il mondo.

Per approfondimenti:

sito ufficiale: www.marcocappato.it  

Associazione Luca Coscioni: www.associazionelucacoscioni.it

E su questo blog, sulla figura di Pannella:ninconanco.it/pannella-la-politica-che-divora/   e ninconanco.it/i-toscanelli-di-pannella/

 

 

 

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