LE STELLE SONO 5, MOLTI SARANNO I VOTI, MA…

 

 

LE REGOLE FASULLE DEL MOVIMENTO- GRILLO MISTER TENTENNA SEMBRA INCAPACE DI DARE UNO SBOCCO AI CINQUE STELLE- DI MAIO PREMIER?, VAI AVANTI TU CHE A ME VIENE DA RIDERE- VOTARLO PER CADERE DALLA PADELLA ALLA BRACE? COSI’ LA PENSA GEPPETTO.

 

Le vicende della politica in Italia sono un pessimo osservatorio per farsi un’idea di come gira il mondo. Siamo ininfluenti e non generalizzabili perché troppo eccentrici e troppo sintomatici.

Eppure bisogna osservare, a meno che non si voglia ingrossare le fila degli assenteisti poco o male informati, salvo poi mettersi, con intonsa coscienza, alla metaforica finestra, in attesa magari che qualcuno prima o poi si affacci in orbace al mitico balcone, illuminato dal sol dell’avvenire.

Prodi e Veltroni ai tempi dell’Ulivo

Nel mazzo dei contendenti, assai poco interessano le convulsioni della Sinistra, ammesso che abbia ancora senso usare questa sbiadita etichetta. Sembra arrivato, da quelle parti, l’ultimo atto di una storia mai veramente gloriosa, che non finirà in tragedia solo perché la statura lillipuziana degli epigoni antagonisti, non sembra in grado di sfiorare nemmeno la farsa. Una volta si incolpava, del triste destino delle “masse”, con annesse guerre, dispotismi e povertà, il complotto imperialista, immancabilmente americano; il liberalismo sfrenato; i burocrati ladri e corrotti, insomma i padroni in genere.  Oggi in Italia c’è chi addossa ancora la colpa del declino dei movimenti socialisti e dei partiti di massa in generale  a Tangentopoli, al Muro di Berlino, non si capisce se perché crollato troppo in fretta oppure, inopinatamente, perché una Cortina ci stava bene, meglio se di ferro. Chi ha l’indole storica, da parte sua, addita il male nelle continue scissioni, e dell’inane destino dei “compagni” riformisti all’emorragia inarrestabile da esse prodotte. La storia è più semplice: il mondo è andato avanti, la Sinistra è rimasta indietro. Stop. I pochi che hanno tentato di uscire dall’immobilismo non ci sono riusciti perché non hanno saputo leggere il nuovo e hanno dato ricette sbagliate. L’estremo tentativo di voltare pagina è stato l’Ulivo di Prodi e Veltroni. Sappiamo com’è andata. Oggi, la Sinistra italiana, o quel marasma che rimane, Renzi o non Renzi, è una forza conservatrice, antiriformista, che difende i ceti parassitari e i privilegi. Il sindacato non è da meno. Da lì arrivano i voti, non dai giovani, da coloro (e sono milioni) che la crisi ha messo in parcheggio, emarginati per sempre. Stop.

Quanto alla destra e al suo redivivo Lazzaro, che dire? Sconta un vizio d’origine: l’idea che recuperando le macerie della Prima repubblica si potesse edificare il nuovo. L’abbiamo vista alla prova, già allora una salsa insipiente cucinata con ingredienti scaduti da un padre-padrone, in patente conflitto di interessi. A volte il vintage conserva un suo fascino e l’elisir dei Dulcamara ora lo vende anche Amazon. Quindi, il Centro-destra reggerà ancora, potrà avere qualche sprazzo e più di qualche scranno parlamentare, ma qual è la visione di fondo che propone? Tornerà il motivetto del trio Lescano (Berlusca, Melloni, Salvini): meno tasse per tutti? Con le greppie che succhiano voraci e un debito pubblico al 132,6% del PIL? (solo negli ultimi 20 anni ha divorato di soli interessi 1.700 miliardi di euro) Meglio distrarre le “masse” e prendersela con la Germania per fantomatici golpe o tornare alle “mille lire al mese”.

Non resta che il nuovo “d’annata” (data di fondazione 2009), quel movimento voluto da un comico e da un guru prematuramente scomparso, i Cinque Stelle.

Che un merito l’hanno avuto finora: hanno incanalato malessere e proteste prima che, montando la rabbia, potessero sfociare in violenza. Entrando nel Palazzo, hanno pagato lo scotto della vertiginosa e inaspettata crescita di consenso, fatto errori e preso topiche imbarazzanti, sostenuto candidati sbagliati, come succede agli analfabeti politici. Tutto normale, tutte cose che si superano con l’esperienza. I Cinque Stelle hanno mantenuto un sapore genuino di fondo ed una freschezza grazie al carisma dei fondatori. Ma adesso?

Vediamo i punti che andrebbero sciolti per transitare, com’è inevitabile, dalla fase movimentista a quella di forza affidabile di governo del Paese.

Forma partito: il blog di Beppe Grillo, governato da una società privata che agisce con opacità, va superato a favore di una struttura democratica e partecipativa, così come è previsto dalla Costituzione. Anche un committee all’americana ha regole e strutture chiare e trasparenti. Poco importa, anzi!, se l’art. 49 Cost. è inattuato per volontà dei partiti tradizionali. Le decisioni non si prendono in piazza o nel blog, ma nelle sedi e con le regole previste.

Uno vale uno: se vista come regola di espressione paritaria di voto mi parrebbe scontata; se intesa come una livella che parifica responsabilità e ruoli è velleitaria, irrealistica e dannosa. Forse anche ipocrita.

Di Maio, Raggi, Di Battista. Lombardo

Regola di autoesclusione: come insegna la sociologia dei partiti, la capacità di trovare alleati è un elemento fondante delle stessa logica politica. Vuole dire mediazione dialettica e sintesi degli interessi, che è ciò che i partiti devono fare. Oltre, naturalmente, alla selezione della futura classe dirigente. E’ da Tangentopoli, tramontati i partiti, che in Italia tale funzione è venuta meno, e si sente! Non basta dire, come dice Di Maio, che “ci misuriamo sui programmi”. I programmi vengono sempre dopo poiché sono conseguenti ad una medesima strategia e a obiettivi condivisi di medio-lungo termine, come si dice ad una “visione”. E per condividere bisogna parlarsi, per gestire sporcarsi le mani. Tale regola, figlia della più pura etica politica, non verrebbe meno anche in caso di maggioranza autosufficiente dei seggi.

Classe dirigente: qualunque sia il sistema elettorale, i candidati devono essere non solo onesti ma preparati. Un disonesto capace forse farebbe meno danno di un onesto incompetente. Dal 2009 ad oggi il movimento non ha selezionato, per le regole che si è dato, nessuna personalità di rilievo, professionalmente autorevole e apprezzata. La candidatura a primo ministro di Di Maio è un’ammissione di impotenza. Messi di fronte a questi donne e uomini, i Diba, i Fico, la Raggi, la Lombardi, veri quisque de populo, parecchi elettori si chiederanno se votando Cinque Stelle non si cadrebbe dalla padella alla brace. La presentazione di una lista autorevole di ministri e un capo del governo come comanda sarebbe una carta sicuramente vincente nei confronti di quei milioni di italiani che guardano sfiduciati la politica e rinunciano a votare.

Posizione sull’Europa: da lì bisogna partire, il resto del programma ne discende. Non c’è altra strada che andare avanti, con ancora più determinazione, proprio per i tanti errori fatti e che si continuano a fare (politica fiscale e monetaria, migranti, riforma U.E., politica estera, ecc.). Cose ne pensa il Movimento, se ancora non ha scelto nemmeno in quale gruppo stare nel Parlamento europeo?

Beppe Grillo con Antonio Di Pietro

Rapporti con i magistrati: la regola dell’avviso di garanzia come calcio in culo per il destinatario, a prescindere direbbe Totò, è stata superata con qualche mal di pancia interno dei puri che saranno epurati. Ma la pianta giustizialista, come anticamera della verità, è come l’erba gramigna. Serafico Luigino, aspirante premier, a domanda risponde: la prescrizione? Va abolita. Peccato che la “ragionevole” durata dei processi sia in Costituzione (che Di Maio se la ripassi). Ma vi immaginate voi un Henry John Woodcock perpetuo come il moto degli astri? 

Cinque punti cinque, come le stelle del Movimento, destinate ad appannarsi parecchio se essi non fossero affrontati risolutamente.

Tanto più che, con la nuova legge lettorale che si profila, il Rosatellum, a detta di Roberto D’Alimonte, esperto dei sistemi elettorali, si deduce con “matematica chiarezza” che i seggi assegnabili col proporzionale e col maggioritario difficilmente produrranno una maggioranza . Scrive Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore di domenica 15 ottobre: ” ..il prossimo governo dovrà nascere necessariamente dalla scomposizione delle coalizioni che si presenteranno davanti agli elettori in campagna elettorale e dalla loro ricomposizione in una maggioranza di governo che non corrisponderà alle solenni promesse fatte agli elettori al momento del voto. E tutto ciò sperando che sia possibile assemblare una qualunque maggioranza di governo, viste le preclusioni, i veti e le idrosincrasie dei nostri partiti. Sarà un brutto spettacolo. Con buona pace di tutti coloro che votando no al referendum del 4 dicembre 2016 e applaudendo alla sentenza della Consulta sull’Italicum del febbraio 2017 credevano di fare il bene dell’Italia.”

 

 

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