VENTURI FOTOGRAFO

 

PROFESSIONE REPORTER. DIFFICILE RACCONTARE IL MONDO SEMPRE PIU’ BOMBARDATO DI IMMAGINI- MENO ESOTISMO, MENO AVVENTURE, PIU’ MESTIERE: QUESTA LA RICETTA DI VENTURI

 

Forse a qualcuno il suo nome suonerà sconosciuto, ma di Riccardo Venturi, fotoreporter nato a Roma nel 1966, tutti senz’altro avranno ammirato almeno una delle tante fotografie apparse sulle più note testate giornalistiche (La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Panorama L’Espresso, Famiglia Cristiana, ecc.) vincitrici di vari premi internazionali, fra cui il World Press Photo 1997 e 2011. Noi l’abbiamo incontrato al rientro da uno dei suoi tanti viaggi in giro per il mondo, per farci raccontare la sua professione, nonché il ruolo della fotografia nella società dell’immagine.

Riccardo, com’è nata la tua passione per la fotografia?

“Bella domanda, perché da ragazzo non avrei mai immaginato di fare il fotografo. Oltretutto in famiglia il vero appassionato era mio fratello, che usava il bagno di casa come camera oscura, occupandolo per interi Pomeriggi. Quindi la fotografia quasi la odiavo. Poi a 15anni rischiai di perdere la vista per una grave infezione al nervo ottico che mi costrinse a lunghe cure. Per me fu uno choc e, riflettendoci ora, forse la mia attrazione verso la visione nacque lì. Ma fu un percorso del tutto inconscio, non certo una scelta ponderata”.

I primi lavori?

Iran, terremoto

“A Roma, nel mio quartiere, Monte Sacro, che all’epoca presentava problematiche sociali piuttosto forti. Da lì a Napoli e poi pian piano sulla scena di immani tragedie quali il terremoto in Iran e lo tsunami in Sri Lanka, nonché nelle guerre di mezzo mondo: Somalia, Striscia di Gaza, Liberia, Sierra Leone e tanto, tanto Afghanistan.

Com’è buffo il destino: avevo evitato il servizio militare per via del mio problema alla vista e poi mi ritrovavo in una guerra vera armato “soltanto” di una macchina fotografica.

Tu sei considerato uno dei più grandi conoscitori dell’Afghanistan. Guardandolo in TV sembra un paese del tutto insicuro e inospitale, è così?

Iran, dopo il terremoto

“Non posso negare che l’Afghanistan sia un posto insicuro, soprattutto per un occidentale, tuttavia debbo riconoscere che ho rischiato molto di più in altri contesti, come ad esempio in Libia durante la guerra civile del 2011”.

Come mai?

“Perché i miliziani libici erano del tutto impreparati sul piano tattico e militare. Seguendoli a bordo dei loro pick-up, più di una volta eravamo noi fotoreporter a intuire che stavano per cadere in un’imboscata mortale tesa dagli uomini di Gheddafi. Oltretutto dove non ci sono combattenti preparati quasi sempre subentrano mercenari provenienti da altri Paesi, che imbracciano un fucile solo per soldi. Non puoi affidare la tua vita a chi uccide per denaro; è molto più sicuro collaborare con soldati ceceni e afghani che la guerra la sanno combattere”.

Afghani, gran combattenti…

“Per forza, sono in guerra dal 1979e lì anche i bambini di sei anni imbracciano un kalashnikov. Ciò quello afghano è un popolo assai ospitale, curioso e aperto. Difatti sono stato quasi sempre ben accolto accolto  nei villaggi e nelle case dove sono stato a mangiare e a dormire, mentre mi sono sentito rifiutato dirado e comunque sotto l’influenza di certi eventi. Ricordo, ad esempio, che nel 2011 mentre mi trovavo nel mercato di Kandahar con dei colleghi stranieri, fummo costretti a fuggire sotto una fitta sassaiola di centinaia di persone che ci inseguivano inferocite. Non stento però a comprenderne i motivi, visto che fino a qualche ora prima gli americani avevano bombardato le loro case”.

Isole Phi Phi, Thailandia. Scene di maremoto (Paula Bronstein/Getty Images)

Che cosa ti affascina di più dell’Afghanistan?

“Il suo essere un Giano bifronte: un paese armato fino ai denti, non scevro di gravi pericoli da un lato, e un luogo che spinge fortemente verso il misticismo dall’altro. Nemmeno nella foresta amazzonica ho avvertito così forte la sensazione di sentirmi fuori dal mondo, di vedere tracce di una cultura antichissima che pensavo ormai dimenticata. Ciò grazie anche alla sua conformazione, trattandosi di un paese enorme, in gran parte disabitato e ricoperto da montagne meravigliose, quasi una sorta di tetto del mondo dove ti senti fuori dalla globalizzazione. Un giorno arrivai in un villaggio incantevole, attraversato da canali per l’acqua in legno e punteggiato da mulini, dove, nonostante al potere vi fossero ancora i talebani, la vita della comunità scorreva molto serena. Lì fui ospite di un signore che aveva lavorato per molti anni in Occidente. “Vedi – mi disse – il conflitto che può nascere da questa linea antica con la vostra modernità ci schiaccerebbe e a te impedirebbe di vivere questo momento. Il nostro è un mondo fragile e lo dobbiamo difendere con delle regole che a voi occidentali potrebbero sembrare assurde, ma se le sai rispettare poi ne apprezzi anche i vantaggi”.

Nias, Indonesia. Scena di scampati al maremoto (Getty Images)

Con lo scrittore Eduardo del Campo hai realizzato il libro “Da Istanbul a Il Cairo”. Sembra cronaca di oggi e invece risale al 2009…

“Intuire in anticipo il mondo che cambia è una delle doti che un buon fotoreporter deve possedere. Allora – molto prima delle cosiddette “Primavere arabe” che oggi sono purtroppo diventate un’altra cosa –capimmo che il Medio Oriente stava per trasformarsi. Quindi partimmo per un lungo reportage da Istanbul fino a Il Cairo, attraversando Siria, Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza ed Egitto, con l’intento di capire e documentare l’identità mediorientale prima che si sbriciolasse. Oggi, ad esempio, le foto che feci in Siria rappresentano un paese che non c’è e che forse non ci sarà più”.

Hai vinto i premi “Marco Lucchetta” e “UCSI” con un reportage sulla tubercolosi nel mondo, realizzato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità. Ce ne parli?

Due edifici semidistrutti davanti a una moschea a Beit Lahia. Striscia Gaza (MARCO LONGARI/AFP/Getty Images)

“Tutto è nato da una richiesta di collaborazione da parte di una mia carissima amica, Anna Cataldi, che lavora per l’ONU e che è testimonial contro la tubercolosi nel mondo. Inizialmente andammo in Afghanistan, poi in altre zone del pianeta con una collaborazione più strutturata”.

Com’è il quadro?

Sierra Leone

“Sconfortante, perché nei primi anni ‘90 con l’esplosione dell’Aids, malattia molto più “mediatica” nelle società occidentali, sono stati fatti enormi investimenti su questo fronte – con effettivi benefici grazie ai moderni farmaci retrovirali– trascurando la tubercolosi i cui farmaci sono fermi agli anni ‘70. Un altro aspetto preoccupante è che si stanno diffondendo due nuovi ceppi molto più aggressivi e resistenti ai farmaci”.

Ti sei occupato anche degli incidenti sul lavoro. Perché?

“Perché ogni anno in Italia sul posto di lavoro muoiono circa mille persone e quasi non se ne parla.

Sierra Leone
Sierra Leone

Quindi, con una giornalista, ho deciso di fare un lungo reportage che mi ha fatto scoprire l’Italia più modesta, quella che tira la cinghia e che paga un doppio prezzo alla crisi economica: non dimentichiamoci, infatti, che molte aziende pur di far quadrare i conti tagliano con maggior facilità sulla sicurezza dei cantieri e degli operai anziché ottimizzare la produzione. Le immagini che ho scattato sono diventate un libro e una mostra che ha già all’attivo oltre 50 tappe, con il sostegno anche dell’Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi sul lavoro. Il progetto, inoltre, è stato proiettato anche nel salone del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ricevendo molti apprezzamenti”.

Viviamo nel mondo delle immagini, ma le sappiamo leggere?

“Vero, da un lato c’è un tale bombardamento d’immagini che si corre il rischio di non vederle nemmeno più. D’altra parte, però, il pubblico sta diventando sempre più scaltro e competente. Quindi se uno riesce a trovare una formula visiva enarrativa valida, questo muro, che in effetti esiste, si può rompere entrando in comunicazione con tutti”.

Agfhanista, gruppo che osserva raid aerei

Come vedi la produzione fotografica di questi ultimi anni?

“Come tante altre forme d’arte, anche la fotografia è diventata un po’troppo autoreferenziale, autocelebrativa e troppo orientata verso l’estetica fine a se stessa. Penso che oggi, anche per i tempi che viviamo, la fotografia dovrebbe essere un’arte con una valenza sociale molto più fore, com’era negli anni ‘60”.

La fotografia dovrebbe essere insegnata a scuola?

Truppe occidentali all’opera in un villaggio agfhano

“Molti la considerano ancora un hobby, ma la fotografia è una disciplina artistica che andrebbe insegnata anche a scuola. Oltretutto, ha il vantaggio di essere una forma culturale molto democratica. Ben pochi in vita loro avranno realizzato un dipinto o una scultura, ma chi può dire di non aver mai scattato una fotografia? Ciò nonostante c’è scarsa consapevolezza circa il fatto che la fotografia rappresenti uno strumento per l’analisi della società e talvolta addirittura di autoanalisi”.

Oggi tutti fotografano. La quantità pregiudica la qualità?

Gul Ahmad, un bambino che soffre di malnutrizione acuta, coperto dallo scialle di sua madre in un reparto dell’ospedale di Lashkar Gah, nella provincia di Helmand dell’Afghanistan meridionale, gestito dal Medici Senza Frontiere. Foto Andrew Quilty

“La fotografia professionale esisterà sempre, solo che ne è cambiato profondamente il ruolo. Un tempo la  fotografia, gestita da un’élite, era lo strumento attraverso il quale l’uomo comune conosceva paesi e popoli lontani. Oggi invece svolge perlopiù un ruolo informativo, anche se il fotoreporter professionista non è più quello che arriva per primo e mostra un aspetto inedito, ma quello che ha capacità di analisi, di mettere insieme vari elementi eterogenei creando un racconto strutturato e organico che offra una visione dell’evento più profonda e articolata rispetto al cosiddetto citizenjournalism, quello prodotto dai primi testimoni, comuni passanti o, addirittura, dagli stessi protagonisti. Ad esempio un video girato in Siria e postato in rete da un anonimo non sappiamo assolutamente quanto possa essere vero e attendibile. Solo un fotografo professionista, di provata esperienza sul campo, può offrirci la garanzia sul piano dell’attendibilità e veridicità di ciò che è ritratto. Ecco perché la fotografia professionale non morirà mai”.

Consigli a un aspirante fotoreporter?

Afghanistan

“Innanzi tutto di non lanciarsi in prima linea. Purtroppo però, vista anche la crisi che ha colpito l’editoria, è proprio ciò che sta avvenendo da una decina d’anni, spesso con rischi fisici e psicologici enormi per l’aspirante fotoreporter, perché avventurarsi in zone di guerra senza un’adeguata preparazione “tattica” può davvero costare la vita e anche trovarsi a documentare certe tragedie richiede, oltre auna grande umanità, una profonda conoscenza di se stessi, altrimenti c’è il pericolo di rimanere scioccati. Pertanto gli consiglio di svolgere due o tre anni di sperimentazione su un terreno conosciuto, cercando di scoprire storie interessanti da raccontare non troppo lontano da casa e dal proprio contesto socioculturale, calandosi nella realtà che lo circonda con interesse vivo. Gli raccomanderei, infine, di chiarirsi subito le idee sul tipo di fotografo che vuole diventare: se intende seguire le news, piuttosto che diventare uno storyteller”.

Intervista a cura di Johnny Gadler, Internazionale.

La foto di copertina: Coburn Dukehart fotografie di Paula Bronstein/Pulitzer Center for Crisis Reporting

 

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