CURIOSITA’ VENEZIANE

Gondolas on narrow canal in Venice, Italy

Da un vecchio libro, ancora in catalogo dopo svariate edizioni, propongo ai lettori alcune curiosità veneziane. Fra calli e rii, chiese e conventi, fondamenta e campielli, teatri e palazzi nobiliari, una rapida carrellata di costume, un salto a ritroso che riporta alla luce nomi, fatti, costumi, abitudini che hanno reso grande per secoli la Serenissima.

“Nasso da pare turco e da madre todesca, no posso essere che strambo” (nasco da padre turco e da madre tedesca, non posso che essere strambo). Così amava presentarsi un giovane scioperato che, trascurati gli studi di legge all’università Patavina, si godeva la rendita che il facoltoso padre gli assicurava. Si chiamava Giuseppe Tassini, era nato nel 1827, e alla morte del padre nel 1858 decise di mettere la testa a posto. Si laureava così a 33 anni e prendeva ad amministrare l’ingente patrimonio ereditato. Essendo nel frattempo maturata in lui la passione per la storia di Venezia, nel 1863 presso la premiata tipografia di Gio. Cecchini, in due volumi a ottavo piccolo, pubblicava Curiosità veneziane, uno stradario della città lagunare, arricchito da memorie archivistiche. Del libro sono state stampate parecchie edizioni; quella che mi sono trovato fra le mani è del 1990, per i tipi di Filippi editore in Venezia, dottamente prefata da Elio Zorzi, arricchita dalle note di Lino Moretti e da un prezioso dizionario dei vocaboli dialettali e delle abbreviature. Seguendo l’esortazione del fondatore, gli eredi della casa editrice Filippi ne continuano la tradizione in Calle del Paradiso, con immutato amore per Venezia. Per rendersene conto, basta scorrere il lungo catalogo che spazia dall’illustrazione iconografica della città, alla storia della Serenissima, alla cucina, al teatro, alla musica, alle tradizioni popolari dell’intero Veneto, per dire delle principali collane.   

In Curiosità veneziane non si tratta solo della conformazione topografica della città, già esposta nel ‘700 da Flaminio Correr, dall’abate Galliccioli, oppure, nel primo ‘800, da Antonio Cicogna, Giovan Battista Paganuzzi e poi da altri. Come giustamente nota Zorzi mai prima di Tassini Venezia era stata studiata e illustrata così a fondo. Tassini, rovistando inesausto-vero e proprio topo di biblioteca- ha avuto il merito di portare alla luce le copiose memorie manoscritte, custodite nelle chiese, in istituti di beneficenza, negli archivi delle corporazioni delle arti e dei mestieri, in ospizi, al catasto, al notariato, negli elenchi nobiliari e delle diverse magistrature, e non ultimo nell’immenso archivio della biblioteca Marciana.

Nota opportunamente Zorzi, sottolineando l’importanza dell’opera di Tassini: “L’indagine sull’origine dei nomi delle strade gli aveva offerto infatti l’opportunità di rifare, sia pure brevemente, la storia della chiese, dei palazzi, della famiglie, delle antiche istituzioni sociali e politiche dei veneziani, ma soprattutto… di pubblicare una messe vastissima di fatti di cronaca e di storia rimasti precedentemente inediti e ignorati, dal complesso dei quali veniva illuminata… la vita commista di eroismi e di turpitudini, di splendori e di miserie… cronaca pittoresca e complessa, nella quale s’alternano i fattacci di sangue e gli episodi di sublime pietà, le avventure salaci e i racconti di gesta gloriose” Tralasciando queste ultime, spesso enfatiche per i nostri gusti, voglio di seguito riportare fedelmente alcuni episodi che bene illustrano usi e costumi della Venezia fra ‘700 e ‘800. La spigolatura non segue rigorosamente l’ordine alfabetico del libro, ma è rispettato il rimando ai luoghi descritti. Il titolo e introduzione a commento sono miei.

BENZON, ovvero la vita mondana a Venezia

Venezia è sempre stata crocevia del bel mondo, artisti e musicisti, intellettuali. Sentite cosa ricorda Tassini a proposito di Giorgio Benzone, principe di Crema, che, persi i propri domini, nel 1426 divenne condottiero per la Repubblica, aggregandosi al Veneto patriziato. “A parlare dei tempi moderni [questa famiglia] produsse quel Vittore, gentile poeta, il quale premorì alla madre Marina, celebre per galanteria, e per aver dato soggetto alla graziosa canzone: La biondina in gondoleta. Marina Benzon nel suo palazzo a S. Benedetto.. era solita tenere fiorite adunanze, ove intervenivano i più distinti forestieri dell’epoca, quali Byron, Moore, Canova, Pindemonte, Arici,ecc.”

Celestia, ovvero lasciviam et sacrilegia.

“Dalle raspe (registro delle sentenze ndr) siamo accertati che nei secoli XIV e XV parecchie [monache] non solo accoglievano gli amanti nel proprio chiostro, ma si ritrovavano con loro nella villa di S.Elena in quel di Trevigi, oppure in qualche luogo del Padovano, ove explebant lasciviam et sacrilegia. Forse avveniva perché le monache a quei tempi, come insegnano i Diari del Priuli, sotto qualche pretesto, ottenevano dalla Santa Sede di riunirsi per uno o due mesi in famiglia, e si davano al bel tempo in modo che il Senato supplicò la Corte Romana di non concedere tali pericolose licenze….Esse nel principio del XVI secolo furono poste eziandio sotto il governo dei veneti patriarchi. Ma non si tosto cessarono gli scandali, poiché narrano i Diari del Sanudo che nell’anno 1509 la monache della Celestia ballarono tutta la notte con alcuni giovani patrizi al suono di pifferi e trombe….”

Calle e ponte della Donna onesta

Versione prima

“Secondo alcuni era qui domiciliata una leggiadra popolana, moglie d’un maestro spadaio. S’invaghì della medesima un giovane patrizio e, per aver modo d’introdursi in sua casa, commise allo spadaio una di quella piccole daghe, dette a quei tempi misericordie. Venuto dopo alquanti dì, sotto il pretesto di vedere se l’opera era compiuta, e trovata sola la donna, usolle violenza. Non volendo essa sopravvivere alla perdita del proprio onore, afferrò la stessa daga che il marito aveva approntato pel patrizio, e disperatamente si uccise”

Versione seconda (nota sotto la voce Amor degli Amici)

“Secondo quanto ha scritto G. Malgarotto nel Gazzettino dell’11 gennaio 1925,…. “la bella Santina, moglie dello spadaio Battista, non avrebbe fatto la fine di Lucrezia, ma il suo onore sarebbe stato salvato da un fedele amico del marito, Zuane bareter, che era stato insospettito dall’assiduità con la quale Marchetto Rizzo si recava a casa di Battista, proprio quando costui era assente, a prender notizie di un certo fuseto damascato che gli aveva ordinato. Sorpreso il Rizzo che stava per sopraffare la donna, Zuane lo colpì con quel fuseto e fu perciò bandito per mesi sei il 14 ottobre 1490..”

Giacomo, l’avventuriero per eccellenza

Non potevano mancare nell’opera i riferimenti al “famigerato” Giacomo Casanova, fuggito dai Piombi, in cui era stato rinchiuso il 25 luglio 1755.

Il luogo di nascita dell’avventuriero è San Samuele, noto ai tempi che furono come postribolo. E. Zorzi ricorda questo detto popolare sulla contrada: San Samuel/contrada picola/grand bordel/senza ponti/cative campane/omeni bechi/e done puttane.  

Nella Storia della mia vita, Casanova ricorda la “spaventosa prigione”, in cui venne richiuso, al buio, in mezzo a pulci e topi, senza che nessuno lo interrogasse e gli facesse precise accuse. Uscirà evadendo solo alla fine nell’ottobre del 1756.

Tassini ricorda una sua prodezza seduttiva: “Una sera di carnevale del 1745 un gentiluomo di casa Barbi e Giacomo Casanova, adocchiarono una bella popolana  che stava bevendo col marito e due amici…. Idearono tosto di averla ai loro voleri e, sotto colore di essere pubblici funzionari, imposero al marito e agli amici di seguirli, in nome del Consiglio dei X, fino all’isola di San Giorgio. Piantati colà quei poveri gonzi, ritornarono a Venezia, e ritrovarono a Rialto la donna che avevano lasciato a guardia d’alcuni loro compagni. Allora la condussero all’osteria delle Spade ove cenarono, e si diedero buon tempo per tutta la notte, dopo che la rimandarono a casa”

I felzi, ovvero i coperti delle gondole

“Delle gondole abbiamo ricordo fin dal 1094 in un diploma di Vitale Falier agli abitatori di Loreo (comune bassopolesano). Il nome gondola provenne da cymbula o da conca, o conchula, o della greche voci contos elas (breve barca). Da principio queste barchette erano semplici e modeste, ma nel secolo XVI, in cui giunsero a Venezia in numero di 10 mila, s’incominciarono ad adornare da poppa e da prora di due ferri ricurvi, guarniti di piccole punte, e si addobbarono di stoffe e broccati ricchi oltremisura. Allora il Magistrato alle Pompe, stimandosi tale lusso eccessivo, comandò che esse dovessero coprirsi di quel panno di lana ordinaria, chiamato rascia, e volle che il colore di detto panno fosse uniformemente nero. Alla fine del XVIII secolo, tolto il ferro da poppa, riformato quello da prora, e fattevi dell’aggiunte non più di lusso, ma di comodo, vennero portate le gondole a quella condizione in cui trovansi tuttora”.

Frezzaria

Nella Serenissima non c’era la leva obbligatoria, di vota in volta scendevano in battaglia i mercenari, marinai professionisti, condottieri di professione. Nonostante ciò, nobili e popolino, fin dal XIV secolo erano obbligati ad esercitarsi nel tiro.

“ ..i capi contrada dovevano iscrivere tutti gli uomini del loro circondario dai 16 ai 35 anni, dividerli in schiere, e mandarli, una volta alla settimana, i plebei di festa, ed i nobili in altra giornata, a frecciare al bersaglio. Tali adunate si facevano al suono di apposita campana, essendo stabilito che il principale luogo dell’esercizio fosse la spiaggia del Lido…Pel trasporto stavano pronte verso mezzodì alla Piazzetta certe barche, ganzaroli appellate…. In seguito… incominciossi a trarre con schiopeti et archibugi, finchè, mutata affatto la maniera di guerreggiare, rimasero soltanto in vigore gli esercizi a fuoco, che specialmente dai bombardieri si facevano così al Lido, come in appositi punti della città”.

Venezia violenta

Il Consiglio dei X spesso doveva occuparsi di aggressioni e assassinamenti “che frequentemente succedevano allora in Venezia” ci dice il Tassini, per il quale le raspe erano una fonte inesauribile di notizie.

“..avendo un Antonio Filacanevo, d’accordo con Orsa Cantarella, condotto una figlia di costei, d’anni 8 circa, alla casa di un certo Fiore da Bologna in Pontem Fusoriorum (attuale Fuseri  n.d.r), colà le tolse il fiore verginale, non tamen explete (certamente espletato), e perciò con sentenza del 4 novembre 1440, venne condannato ad essere frustato da S. Marco a Rialto, a stare sei mesi in prigione, ed a pagare 100 lire di multa a favore della danneggiata”.

“Nel sagrà di Santa Marta venne colta il 15 giugno 1510 quella Adriana Misani, moglie d’Andrea Massario banditore, che era stata complice dell’uccisione del proprio marito, operata da Francesco figlio di Magro barbitonsore di S. Ternita, col quale manteneva amorosa corrispondenza. Essa venne condannata al supplizio della chela, per sentenza 11 luglio dell’anno medesimo, ma nell’undici ottobre successivo fuggì, né altro si seppe dei fatti suoi”.

“Era della chiesa di S.Fosca quel prete Agostino, che, solendo bestemmiare giocando, fu il 7 agosto 1542, secondo la cronaca del Balbo, posto in berlina fra due colonne di San Marco da terza a nona, chiuso il giorno seguente nella chela fino al termine di settembre, poscia condannato a compier l’anno nella Prigion Forte e finalmente bandito in perpetuo.” (chela o gabbia, quadrata, sporgente da una finestrella a metà del campanile di San Marco, ndr) 

“Leggasi che nel 1391 il pievano di S. Maurizio Giacomo Tanto, essendosi posto d’accordo con Tommaso Corner d’uccidere un prete.. lo condusse in quartas vini malvatici pro dicendis totidem missis, e colà, ajutato dal compagno, lo trucidò…. Tommaso Correr, assente, venne condannato a perpetuo bando, ed il pievano ad finiendam vitam suam incavea suspensa ad campanile S. Marci in pane e acqua. Avvenne che la matrigna di quest’ultimo, d’accordo coll’uffiziale di custodia, mandasse al condannato fugacias fabricatas, et pensatas cum nucibus, mandulis et zacari pulvere, ac fritellas, et alias confetiones, quibus produxit vitam in longum contra sententiam. L’uffiziale perciò perdette l’impiego, e buscossi un anno di ritenzione nei Pozzi.”

“Mantenendo Vincenzo Redosin, margariter (malgaro ndr), libidinosa tresca con Elisabetta Poli, d’anni 29, vedova, domiciliata i Calle del Zudìo, ed avendola colta la notte del 21 aprile 1761 fra gli amplessi d’un giovanotto, da lui molto ben conosciuto, la uccise, quantunque fosse gravida, a colpi di coltello, per cui chiamato a discolparsi e non comparso, ebbe sentenza di bando il 22 maggio dell’anno medesimo.”

Di come si amministrava la giustizia

Dai fatti delittuosi alla sentenza non passa mai molto tempo, essendo quella veneziana una giustizia rapida, seguita da esecuzione a volte stoltamente crudele al punto da sollevare indignazione e, come in questo brano, tumulto di popolo. Una giustizia che non guarda se si è patrizi o bottegai, o minori di età (distinzione quest’ultima presente oggi nel nostro codice penale, ma non prima dell’Illuminismo).

“Al ponte dei Miracoli avea bottega nel 1713 un caregheta (facitore di sedie, o careghe) che tenea per garzone Antonio Codoni, d’anni 16, nato a Caloneghe di Belluno. Quest’ultimo essendo stato una mattina svegliato dalla serva del proprio padrone forse prima del solito, le disse un mare di ingiurie, in pena delle quali, dopo una buona bastonatura, venne licenziato dal servigio. Desideroso perciò di vendicarsi con la serva, e contro il padrone, aspettò che la poveretta rimanesse sola in casa, se le scagliò addosso, e l’uccise, appropriandosi di oggetti di argenteria. Sopraggiunti al rumore i vicini e i birri, fu preso il feroce ragazzo, a condannato al capestro. Qui occorse uno strano incidente. Apprestavansi il 3 luglio 1713 in piazzetta S.Marco, fra le due colonne, gli strumenti dell’estremo supplizio, quando i barcajoli del prossimo traghetto fecero osservare al carnefice che il laccio era troppo lungo, al che questi rispondeva: <Allorchè dovrò farlo per voi, farollo a modo vostro>. Giungeva frattanto il reo, ed il carnefice ponevasi all’opera, ma il laccio veramente eccedeva in lunghezza, laonde il paziente, prima di morire, ebbe prolungati per lunga pezza i proprii tormenti. A tal vista i barcajoli incominciarono a tumultuare, e percossero il carnefice, nascendo un tafferuglio che, come attesa il Cod. 1596 Classe VII della Marciana, molta gente andò in acqua, fu persa molta roba, e stroppiate molte persone nel cader a terra una sopra l’altra, e molti ne morì affogati, che fu veramente una gran strage di popolo”.

“Essendo i patrizi Giovanni Bragadin, Daniel Venier e Francesco Bon andati di conserva il sabato santo del 1590 alla casa d’Adriana Formento, meretrice a S. Zuan Degolà al traghetto per mazo s. Marcuola, ed avendola trovata a desinare, la condussero in una camera, ed ivi, spogliatala per forza, la vollero, l’uno dopo l’altro, etiam con modi stravaganti, usare contro natura, ad onta della continua renitentia di detta donna così di pianto come di resistentia. Citati perciò, e non comparsi, furono banditi dal Consiglio dei X con sentenza del 1590.”

L’industria delle tinte e credulità popolare

“I tintori si divideva in tre classi: di sete, fustagni, e tele, facendo grandissimo traffico coll’Olanda, Fiume, Levante, Turchia. Lo scarlatto ed il chermesino di Venezia godevano una rinomanza universale. I secreti delle tinture erano cos’ meravigliosamente mantenuti da originare una singolarissima usanza. Le leggi ordinavano le stagioni nella quali si dovevano comporre le misture per lo scarlatto. Siccome si doveva distrarre il pubblico dal por mente alla fabbricazione di tale tintura, solevasi spacciare qualche favola che mettesse paura al popolo. Ora aggiravasi in que’ contorni un fantasima bianco, ora un omaccione con un cappellone, ora un gigante con il lanternino in mano. Ecco come si introduce la parola scarlatto, per indicare un timore senza fondamento. In questa guisa la credulità umana veniva messa a contributo dall’industria”

I pizzicagnoli veneziani

I fast food dell’epoca, nei dedali della trafficata e popolosa città lagunare, trovarono l’ambiente ideale per propagarsi.

Si legge nella enciclopedia Treccani: “La febbrile attività di mercanti, mediatori, piccoli negozianti, gente comune affaccendati a Rialto o in piazza S. Marco colpiva fortemente l’immaginazione degli stranieri che giungevano in città. Un centro popolato presupponeva scambi di merci e di ricchezza, nonché una vasta area di consumi, tra i più svariati, da quelli primari – gli alimenti e i tessuti meno pregiati – a quelli considerati di lusso – sete e preziosi, opere d’arte e spezie orientali; tra questi estremi vi era un’ampia gamma di domanda di beni e servizi, stimolata dalla presenza di uomini e capitali in un medesimo, circoscritto, luogo. A Venezia – osserva verso il 1685 il francese G. Burnet – “c’è una ricchezza incredibile e una grande abbondanza di ogni cosa”.

In quanto alla qualità, fatevi voi un’idea, leggendo quanto riporta Tassini: “ Chiamavasi, e chiamansi tuttora furatole alcune bottegucce simili a quelle dei pizzicagnoli, ove vendesi pesce fritto ed altri camangiari, ad uso della poveraglia. Deriva del vocabolo furatola o da foro, essendo tali bottegucce altrettanti piccoli fori, o stanzini, a pian terreno; o dal barbarico furabola, che secondo il Ducange, equivale a tenebrae, essendo le medesime oscure e annerite dal fumo; o finalmente a furari (rubare) per le frodi e le ruberie, che vi si commettevano, punite in antico con multa, e perdita di esercizio…. I Furatoleri non potevano vendere alcun genere riservato al Luganegheri (da luganega, cioè salciccia, e più in generale carne insaccata, ndr), né condire i cibi con cacio, onto sotil, ed altro grasso. Chiunque dei medesimi avesse osato di vendere vino, anche al minuto,…non solo perdeva il vino, e pagava 40 ducati di multa, ma bandivasi eziando da Venezia, e dal Dogado per un anno. Se gli impiegati tenevano furatola, perdevano il posto; i preti poi, se la tenevano in casa, divenivano incapaci d’ogni beneficio ecclesiastico; e se fuori casa, incorrevano in pena pecuniaria, non pagando la quale, potevano essere incarcerati”.