GRANDE ED ERMETICO

FRANCO BATTIATO, il cantautore di Milo, ha appena annunciato il suo ritiro dalle scene- Una lunga carriera dal pop alla musica di protesta, dalla canzone romantica a quelle colte e d’avanguardia, fino all’ ispirazione esoterica e di mistica quotidiana.- Ecco come un critico ne tratteggia il ritratto, fra divertito e beffardo.

IN FONDO ASCOLTATE TORNEREMO ANCORA, ULTIMO E INTENSO LAVORO DEL MAESTRO, QUASI UN TESTAMENTO SPIRITUALE

Un paio di giorni di fa, in un sabato di quarantena qualunque, la scrittrice Michela Murgia nel corso del programma in videochat Buon vicinato ha condiviso con la collega e conduttrice Chiara Valerio le seguenti considerazioni su Franco Battiato:

“Franco Battiato è considerato un autore intellettuale. E invece, tu ti vai a fare le analisi dei suoi testi e sono delle min… assolute, citazioni su citazioni e nessun significato reale. Togli due testi, forse, e il resto…. “

Parole che hanno scatenato il finimondo. I social networks sono stati invasi da inviti spesso non eleganti a farsi gli affari propri, a darsi ad altro rispetto alla musica, a tacere, a non intaccare la sacralità del maestro con chiacchiere e opinioni di bassa lega….. il giornalista Andrea Scanzi ha riassunto il tenore medio delle reazioni suscitate dalle battute di Murgia:

Gentile Murgia, dotata di qual grazia e infinita meraviglia, fammi il favore. Prima di parlare a caso (per non dir peggio) di Battiato, che sta peraltro combattendo una battaglia difficilissima ed è quindi oltremodo osceno attaccarlo adesso, raggiungi la bellezza assoluta di testi e musiche come Gli uccelli. Up patriots to arms. E ti vengo a cercare. Povera patria. Eccetera. O gli arrangiamenti monumentali di Polli di allevamento, che creò con Giusto Pio per Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Poi, quando avrai anche solo raggiunto un centesimo di tutto questo, e per ora tra le messe cantate a Radio Capital e le sbrosce mosce dei tuoi libretti neanche ti ci sei lontanamente avvicinata, parla. Se proprio devi…..

Nelle ultime ore, la scrittrice ci ha tenuto a precisare che era tutta una provocazione, che lei ha sofferto a dire quelle cose perché lei in realtà Battiato lo ama, e litigare per il gusto di litigare fa parte della trama del programma.

Il tema tuttavia è un altro. Con buona pace di Scanzi, le parole di Murgia al di là delle sue reali intenzioni ripropongono un’accusa che spesso è stata rivolta a Battiato: usare le proprie canzoni per uno sfoggio di cultura fastidioso, kitsch e senza senso. Canzoni che devono il loro successo al fatto che chi le ascolta può darsi un tono da intellettuale, risparmiandosi la fatica richiesta dal seguire la musica veramente intellettuale – la dodecafonia, il free jazz, la world music più sofisticata. In breve: Battiato sarebbe un autore di canzonette infarcite di citazioni inutili, che servono solo a far pensare a chi le ascolta che: “no, io le canzonette non le ascolto. Io ascolto Franco Battiato”. Non essendo un vero intellettuale, risulta essere un intellettualoide. Ma quanto c´è di vero in questa critica? Per rispondere a questa domanda, proviamo a partire da alcuni fatti che sembrano confermare un’ immagine negativa del Maestro.

A volte Battiato fa ridere

Il potenziale comico di alcune canzoni di Battiato è difficile da negare. Spesso il senso del comico nasce esattamente da un citazionismo a volte fuori controllo. Era davvero necessario incontrare Igor Stravinskij sulla prospettiva Nevskij? Ermeneutica non è forse un titolo un po´ pretenzioso? È un contributo estetico imperdibile raccontare che in un determinato punto nelle Strade dell´est fece campo tale Mustafa Mullah Barzani? Come ti salta in mente di pensare che due persone che si incontrano ad Alexanderplatz all´epoca del muro come prima cosa si chiedano “Ti piace Schubert?”? E soprattutto, per quale motivo buttare in mezzo a un delirio sul tramonto occidentale la seguente informazione: “Friedrich Nietzsche era veget-ariano, scrisse molte lettere a Wagner”? Davvero è possibile attribuire a queste citazioni una realistica pretesa intellettuale? Tutto ciò non fa semplicemente ridere?

Tramonto occidentale, uno dei momenti più deliranti della produzione del maestro. Synth aggressivi, quasi tamarri, sono il tappeto volante sul quale Battiato sale portandosi appresso i suoi deliri su vichinghi, famiglie in crisi, analisti, sigarette. Capisco che per qualcuno/a può essere davvero troppo.

Questo potenziale comico non è sfuggito a Stefano Bollani. Pianista jazz di livello mondiale, iper-virtuoso dello strumento, nonché efficace cabarettista, Bollani ha dedicato a Battiato Hai mai letto Kundera?, imitazione di un brano ipotetico del maestro. La musica piano-minimal alla Michael Nyman accompagna un testo che riunisce vari topoi di Battiato, come meccaniche celesti, dinastie dei Ming, parole inglesi a caso, oltre a libere re-interpretazioni sul tema, tipo: “pavoni di grandezza inusitata si scagliano sul cielo di Bangkok”. Il tutto cesellato da un drammatico monito: “non sottovalutate Kundera”.

Per qualcuno, l´imitazione di Bollani svolge un ruolo di smascheramento. Attraverso la parodia, si mostra che in realtà le citazioni di Battiato fanno ridere, e quindi non c´è niente di intelligente nell´ascoltare le sue canzoni. Sono appunto solo canzoni, e se fanno ridere, è perché Battiato le investe di pretese intellettuali fallite, il cui fallimento genera appunto un effetto comico. Sono canzoni intellettualoidi.

Questa argomentazione tuttavia è bacchettona e anche poco stringente dal punto di vista logico. Si basa infatti sull’assunto che una canzone che in alcuni passaggi suscita un sorriso sia ridicola o stupida. Ma in quale tavola delle leggi è scritta questa presunta legge della musica? Non è possibile che alcune canzoni di Battiato possano essere apprezzate proprio perché la densità spropositata e delirante di citazioni contribuisca a renderle paradossalmente lievi? Non è possibile che tramite questo delirio citazionista Battiato in realtà si prenda meno sul serio di un cantante indie che ci tiene tanto a farci sapere quanto ha sofferto in età post-universitaria? A volte non è meglio non sapere il senso di una canzone, o la presunta volontà o intenzione dell’autore che l’ha scritta? Certe canzoni non fanno schifo proprio perché purtroppo capiamo fin troppo bene il loro senso e la banale intenzione di chi le ha scritte?

La mia personale risposta a tutte queste domande è: sì. A conferma della mia ipotesi, porto Clamori, una canzone estremamente “intellettualoide” di Battiato, addirittura scritta assieme al mistico francese Henri Thomasson. Una canzone piena di parole difficili, isotopi, “nuclei pulsari, neutroni e quasari”. Eppure, una canzone leggerissima, soprattutto quando il maestro ammette di avere bisogno di “tonnellate di idrogeno”.

A volte Battiato scrive delle canzoni terribili

I critici di Battiato, magari presi in una serata in cui sono disposti/e a riscoprire il fascino di synth hardcore e di parole orientaleggianti, possono concedere questo punto. Ok, a volte le citazioni spropositate di Battiato fanno ridere, addirittura a volte contribuiscono alla levità e alla riuscita della canzone. Ma questo non accade sempre. Ci sono altri contesti sonori in cui il citazionismo contribuisce drammaticamente al disastro sonoro. “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”, scriveva il poeta.

Il problema è che a volte i frammenti non fanno da puntello, ma da struttura di episodi musicali a dir poco infelici. Questa lunga intro è il preludio a uno dei brani più sfortunati del maestro: Casta diva del 1998. Un brano fastidioso sin dal suo incipit – “Greca nascesti a New York” – in cui le invettive di Battiato contro il vile che rubò serenità e talento a Maria Callas vengono inframmezzate da acuti campionati della soprano. Ogni volta che la ascolto, una coltre di imbarazzo si impadronisce di me, e non mi abbandona per minuti, a volte persino per ore. Casta diva mi ruba la serenità, soprattutto quando Battiato ci ricorda che Maria Callas era “una ragazzina assai robusta”.

Dunque Battiato, come ogni cantautore/trice del resto, ha avuto le sue cadute. Talvolta queste cadute avvengono anche all’interno di canzoni che definire riuscite sarebbe un eufemismo. Lo so, anche voi state pensando a quel momento in cui nel bel mezzo di una delle canzoni di amore e affetto più struggenti degli ultimi decenni il maestro si ritrova in un campo del Tennessee, senza sapere come vi era arrivato. Ogni volta che ascolto La cura, l’intermezzo mi colpisce come un cazzotto in un occhio con una ferocia che non accenna a diminuire. Non mi colpisce nel senso che mi invita a riflettere, ma semplicemente perché lo trovo singolarmente brutto, fuori luogo e gratuito, soprattutto nel quadro della maestosità della canzone.

“La cura” del 1996 fa parte de L´imboscata, un disco dai suoni eccezionali con musicisti di livello internazionale. Segnaliamo tra gli altri Gavin Harrison, in seguito batterista dei King Crimson. Il passaggio nel Tennessee fa ancora più male in questo contesto.

Le canzoni di Battiato si reggono su un equilibrio fragile, in mezzo a vari azzardi musicali e testuali. Nelle canzoni menzionate l´equilibrio si rompe: la canzone si appesantisce, diventa fastidiosa, a volte quasi imbarazzante. Ma questo non avviene perché in quelle canzoni Battiato smette di fare il canzonettiere e prova a fare l´intellettuale, come vorrebbero i suoi detrattori. Alcune sue canzoni sono piene di riferimenti bizzarri e allo stesso divertentissime, in altre invece la miscela non funziona. È una questione di miscela, non di intenzioni, volontà, aspirazioni intellettuali. La compiacenza con cui qualcuno spera di vedere cadere il maestro nel suo volo oltre le sue reali possibilità è fuori luogo, manca il bersaglio, oltre a essere una forma inutile di moralismo pettegolo applicata alla musica.

Il Battiato incontestabile

Oltre queste polemiche, Battiato è un artista che sembra aver prodotto delle canzoni incontestabili. Difficile trovare anche tra i suoi detrattori qualcuno/a che non sia disposto ad ammettere che anche lui ha fatto delle cose buone. E ti vengo a cercare è uno dei suoi brani meno divisivi, insieme a La cura, forse Povera patria L´animale. Tra i nerds e le nerds della musica sperimentale, il disco pre-svolta pop Sulle corde di Aries del 1973 è una pietra miliare difficilmente contestabile. Personalmente, ammetto di avere un debole per Sequenze e frequenze.

Ma anche qui, al di là delle elucubrazioni mentali sulle presunte intenzioni artistiche, il gusto soggettivo e forse anche la biografia giocano un ruolo insuperabile. Ad esempio per me il Battiato incontestabile è quello di Fleurs (1999). Una raccolta di brani classici degli anni ´60 e dintorni trattati con incredibile rispetto e originalità, proprio dove non ci si aspetterebbe originalità – un album di cover. Una serie di scommesse vinte, tra cui ci si può limitare a segnalare la migliore cover di De André mai registrata (“Amore che vieni amore che vai”), la semplicità di “Te lo leggo negli occhi”, e forse su tutte “Aria di neve” di Sergio Endrigo. Battiato sembra cantarla come se fosse una canzone scritta da sempre, che tutti conoscono ma non hanno mai sentito. E forse proprio un album di cover paradossalmente è il luogo migliore per poter apprezzare Battiato al di là della noia, delle chiacchiere inutili, delle lotte di bassa lega che si addensando attorno a quella parola lì: “intellettuale”.

Battiato come pretesto

Battiato, in breve, è un cantautore che tende a polarizzare. A molte persone non piace, altre lo adorano. Molte altre – ad esempio chi scrive – ama molto alcune sue cose, un po´ meno altre, e trova alcune sue cose davvero infelici. Ogni posizione è ovviamente legittima in sé stessa. Quello che non convince, è attribuire le fortune o le sfortune artistiche di Battiato al suo essere intellettuale, o per i suoi detrattori, “intellettualoide”. Da un punto di vista del giudizio estetico, chi critica le sue canzoni per via della loro presunta intenzione intellettuale, è allo stesso livello di chi le ascolta per sentirsi una persona più elevata culturalmente rispetto a chi si limita ad ascoltare che so, Lucio Battisti. In entrambi i casi, i giudizi sulle diverse persone – su sé stessi, su Battiato, su chi lo ascolta, su chi lo capisce – prendono il posto del giudizio sulla musica.

Colpisce sempre l’accanimento con cui ci si azzuffa per stabilire se Battiato abbia raggiunto lo status di intellettuale, oppure se abbia fallito, rientrando così nella triste categoria di intellettualoide. Ma colpisce ancora di più quanto spesso su questi giudizi si costruisca un’opinione estetica verso la sua musica: Battiato è un grande perché è riuscito nel suo presunto intento di essere un vero intellettuale; Battiato fa schifo perché le sue canzoni non rispettano le sue pretese intellettuali, e quindi risultano intellettualoidi. In questo modo, la musica viene appesantita da considerazioni pseudo-sociologiche e un po’ pulciare – se “ce l´ha fatta”, allora merita il nostro rispetto, altrimenti no, va ridicolizzato, come tutti quelli che vorrebbero innalzarsi al di sopra del loro status e falliscono, e ben gli sta. In entrambi i casi, sembra prodursi un tipico meccanismo di proiezione: probabilmente non è Battiato, ma sono alcuni dei suoi fan e alcuni dei suoi detrattori che lottano per definire e per raggiungere lo status di intellettuale. Usando la musica di Battiato come pretesto.

Estratti dell’articolo di Matteo Santarelli per leparoleelecose.it