NAPULE MIA

Milioni di visualizzazioni su YouTube, ammiratori da tutto il mondo. Non serve esserci nati per scegliere la città partenopea. Basta mettere al centro la musica e vestirsi della sua lingua. Così disincanto ed enfasi hanno reso eterne certe canzoni.

Caro Jovanotti, lascia perdere Caruso e Lucio Dalla. Sì, perché le due riscritture del celeberrimo brano, presentate dal cantautore romano quest’estate, sono solo un’eco smorzata dell’originale, che fu la più compiuta parafrasi di una canzone napoletana. Riuscì per caso magico a Lucio Dalla ed è storia nota. Costretto a fermarsi una notte a Sorrento, al Grand Hotel Excelsior Vittoria ebbe la suite dove Enrico Caruso aveva trascorso gli ultimi giorni di vita nel 1921.

Sorrento, grand hotel Vittoria

Fantasticando, fumando e riflettendo nelle sparute ore insonni, Dalla abbozzò le parole e la modesta cellula melodica. Da un testo che ricombina (e scombina) Dicitencello vuje e Te voglio bene assaje, con romantica imprecisione, alle vicende biografiche del grande tenore, sortì la straordinaria operazione alchemica di una canzone che avrebbe scavalcato gli oceani.

Lucio Dalla

A oggi, 40 milioni di visualizzazioni su YouTube attestano un successo che dal 1986 ha sbriciolato ogni critica e se n’è beffato, mentre lo interpretavano anche Pavarotti, Murolo, Bocelli, Al Bano. I commenti degli internauti americani, francesi, brasiliani, romeni, spagnoli attestano Caruso fra i brani d’amore più belli presumendolo nel repertorio storico napoletano. Alle creazioni destinate a diventare un classico succede così, che, appena pubblicate la loro nascita, si smarrisce in una nuvola priva di tempo in cui la data non risulta necessaria. Al di là del pregio artistico e al di qua della filologia.

Per la riuscita, Dalla adoperò tre ingredienti tutti legati alla peculiarità di Napoli: la lingua, il protagonista della storia e lo scenario – Sorrento – dove persino il cuore di cinesi e giapponesi sa che bisogna tornare (anche se i fratelli De Curtis composero il rinomatissimo Torna a Surriento con l’intento pragmatico di salutare il presidente del Consiglio, Giuseppe Zanardelli, che terminava una vacanza nel 1902, per perorare l’apertura del sospirato ufficio postale nella cittadina). E’ al panorama delle “notti là in America” immaginate oltre il Golfo che Caruso s’era rivolto, ottenendo contratto stabile e duratura fama al Metropolitan di New York; ma è il Golfo il panorama di cui ha beneficiato la canzone di Dalla e che ha accompagnato il successo globale di incanti e disincanti della fiction negli anni più recenti, come L’amica geniale di Elena Ferrante. Anche laddove il mare si vede poco o niente perché, parafrasando un titolo abusato di Anna Maria Ortese, non bagna certi lembi della città.

C’è sempre desiderio di Napoli nel mondo, sicché vestirsi della sua lingua anche se non è la propria, a patto di amarla, ha funzionato da lasciapassare artistico per Dalla come per l’ornamentale napoletanismo di Renzo Arbore con la sua Orchestra Italiana. Filologi e puristi storcono il naso ma infine se ne fanno una ragione. E’ il destino di un’ex capitale: la bigiotteria finisce in vetrina assieme alle gemme e all’oro a diciotto carati. Non potrebbe essere altrimenti per la città che ha coltivato, anche dopo il dissolvimento del Regno, il concetto immateriale di “nazione napoletana”, come la definì Antonio Ghirelli. Napoletano pertanto s’è fatto Arbore il foggiano come napoletano si fece l’altro pugliese Domenico Modugno, cantando Resta cu’ mme o Tu sì ‘na cosa grande (reinterpretata successivamente da Renato Zero) oppure, con le parole del “partenopeo in esilio” doc, Riccardo Pazzaglia, intonando Io, màmmeta e tu, Lazzarella e ’O ccafè del 1958.

Fabrizio de André

Fu un ricalco musicale di quest’ultima l’ironica Don Raffaè di Fabrizio De André, al quale nel 1990 riuscì l’operazione alchemica sulla base dei tre ingredienti ben sposati alla peculiarità di Napoli, di cui due già usati da Dalla: la lingua e il personaggio, in questo caso non il tenore incantatore ma il disincantatore boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo; per terza cosa, invece dello scenario iconico (Sorrento), l’artista genovese sfruttò il topos della napoletanità: il caffè, secondo solo alla pizza o terzo considerando il mandolino. La differenza, notò lo scrittore Francesco Durante, è che nel brano di Modugno la musica resta in modo minore, mentre in De André “dopo il minore dell’introduzione, il ritornello si scioglie in un rassicurante maggiore”. Non sono dettagli: il marchio del neapolitan sounding ha poggiato oltre che sulla lingua su riconoscibili stilemi armonici, di cui l’accordo di sesta napoletana resta principe per chiunque voglia imprimere a una composizione coloritura vesuviana. Questa fu arte, o mestiere, dei maggiori musicisti della canzone classica, primo fra tutti Mario Pasquale Costa, tarantino di madre e di nascita come Giovanni Paisiello, ma per l’altra metà e per formazione napoletano (come il maestro Riccardo Muti, nativo di Molfetta però napoletano di madre). Costa campeggia nel repertorio fra Otto e Novecento, epoca d’oro della canzone, fosse solo per avere messo in musica Era de maggio di Salvatore Di Giacomo e Scétate (diluvio di seste napoletane e spagnolismi) dell’altro straordinario poeta Ferdinando Russo. Quando non era ancora New York ma Parigi la capitale artistica del mondo, e la metropoli che più influiva sulla cultura e i gusti napoletani, Costa seppe fare importexport di suggestioni artistiche tra i café chantant del Vesuvio e quelli della Ville Lumière, intercettando con una canzone di cui scrisse anche il testo il fenomeno imponente delle sciantose: ’A Frangesa, la francese, sapida parodia di una di queste Sirene minori e incantatrici, improbabili ma seducenti, zoccole e dive, fini e ignoranti, che scipparono cuori e portafogli della meglio gioventù (ma anche della peggior vecchiaia) napoletana fra il Salone Margherita e il Cirque des Variétés.

Napoli: salone Margherita

Incanto e disincanto che la colonia dei “napoletani a Parigi” (pittori, letterati, giornalisti) assaporava nel pendolarismo fra le due città, a dispetto del lungo viaggio in treno passando per Torino e Modane, scendendo all’alba nella capitale francese e prendendo alloggio – se le finanze permettevano – al modernissimo Hotel Terminus (oggi Hilton Paris Opera) dotato di tutti i comfort elettrici, persino il controllo centralizzato delle luci nella stanza, dove facevano il pieno di stranianti avventure che avrebbero descritto (esagerando o sminuendo) una volta tornati al Caffè Gambrinus o di cui avrebbero scritto sulle pagine del Mattino.

Caffé Gambrinus, Napoli

Quelle avventure diventavano qualche volta canzoni e le canzoni si riversavano nella vita confondendo biografia e musica, amore e disamore: nella parodia del maestro Costa sulla sciantosa o nella tragedia del maestro Carlo Mirelli, il quale riarrangiando il pezzo La regina del contado per la divetta Yvonne De Fleuriel se ne invaghì troppo e – respinto – si uccise gettandosi dal balcone. Profetici erano i versi sciapi della canzone: “La mia bocca non si bacia, no! La mia mano non si tocca, no!”. Ma Mirelli seguiva più la melodia che il testo e notava più i brillanti che lei s’era fatta incastonare nei denti che le parole pronunciate da quella bocca inespugnabile. In realtà Yvonne, proprio come la Frangesa di Costa e molte altre colleghe, di parigino aveva solo il nome d’arte. Si chiamava veramente Adelina Croce e veniva da Teano, ma francesi o italiane che fossero queste Sirene in paillettes nel loro strascico di incanti tramutati in disincanti sarebbero inciampate per prime. Come Gabrielle Bressard, infatuata del giornalista Edoardo Scarfoglio e suicida davanti alla soglia di casa sua. Come Maria De Browne, uccisa per gelosia dallo scultore Filippo Cifariello, che l’aveva sposata, dopo una lite esacerbata all’alba dallo champagne in una pensioncina di Posillipo.

Per fare scudo al cuore bisognava ricorrere a un minimo sindacale di cinismo ma meglio se era di più, come quello di cui era dotato per indole e mestiere il re dei cronisti mondani, Ugo Ricci: “Tina Perla, mal fatta e mal vestita, / gesticola, sgonnella, si dimena… / Io distolgo lo sguardo dalla scena / e m’occupo a sorbir mezza granita”. O bisognava avere l’ironia di Costa e di un altro musicista baciato dai trionfi, Francesco Paolo Tosti, il quale si struggeva di nostalgia per Napoli ma s’era splendidamente sistemato a Londra…… E non sorprende che il padre del romanziere, Antonio, anch’egli giornalista, avesse vinto nel 1958 un Festival di Napoli come paroliere di Vurria, musica di Furio Rendine, dedicata alla nostalgica rievocazione della città (e di una donna) da cui si è andati via: “Vurria turnà addo te, / pe’ n’ora sola, / Napule mia, / pe’ te sentì ‘e cantà / cu mille manduline”. Il sentimento della lontananza fu epica e retorica di un mondo migrante che neppure sognava la futura globalizzazione. Ci avrebbe ricamato ancora Paolo Conte nel suo sconclusionato pseudonapoletano di Naufragio a Milano del ’75. Ma a Conte e Dalla quasi tutto si può perdonare, come suggeriva Francesco Durante, anche se le parole di Caruso “non hanno alcun significato. Come può una catena (una catena, non una passione), ‘sciogliere il sangue dentro le vene’?” si domandava. Eppure per quei milioni di appassionati che la cercano su YouTube sembra un meraviglioso omaggio d’amore……

Estratti dall’articolo di Francesco Palmieri per Il Foglio Quotidiano

In copertina un quadro di Giuseppe Zollo