ALLE DIECI DELLA SERA

 

Erano le dieci di sera quando la luce è andata via. Dopo un’ora mi sono stufato di aspettare al buio davanti al televisore. Sono andato a letto. Alle tre ero già sveglio, dalle finestre trapelava solo la luce dei lampioni. Alle quattro in casa fa sempre un po’ più freddo. Peggio alle cinque, quando in strada cominciano a correre i tram. Allora mi copro, metto la testa sotto le lenzuola. Mi giro e rigiro, non dormo, ma l’idea di vagare in vestaglia per la casa non mi attira. Credo, verso le sette, di essermi addormentato perché ho sognato. Al risveglio, col sole che già inondava la camera, lo ricordavo nitido nitido, lo avevo davanti, così che ho deciso di raccontarvelo.

I sogni non hanno un antefatto, almeno i miei. Spesso nemmeno un finale, se per finale intendiamo una conclusione. Mi trovavo in un edificio in attesa di una riunione, ma si faceva tardi. Sconosciuti mi passavano davanti, il solito brusio d’ufficio, brani lontani di conversazioni, scalpiccio di passi sul pavimento lucido, l’ostinato suono di un telefonino. Riconosco dietro la rampa di una scala qualcosa di familiare. Era il mio ufficio, l’ampia sala col tavolo al centro per le riunioni di staff, una stanza laterale per l’archivio. Alla mia scrivania una donna cinquantina, bionda ossigenata, che mi guarda. La donna va verso il divano, si sdraia svogliata, mi dice che è stufa. Mentre parla si ravviva i capelli, si appoggia su un gomito e mette in evidenza il seno. Solo allora mi accorgo che porta dei pantaloncini corti. Le gambe sono bianche, un poco molli; poi la donna cerca sotto la stoffa e tira fuori dalle gambe del pantaloncino il pizzo delle mutandine, che alliscia e regola quasi fosse il colletto di un camice.

“La riunione inizia- mi dice- ma abbiamo tempo, se vogliamo”. La sua voce risuona come amplificata. Intorno, le stanze, sembrano deserte.

Poi entra un tizio che dice che si inizia, la stanza è affollata, e non riconosco nessuno. “Una tavola rotonda..”, esclama uno, alzando le spalle scettico. Poi corre voce che si sarebbe tenuta altrove, dall’altra parte dell’isola. Una zona non attrezzata per i meeting, ma accogliente, dove stare in pace. Ci saremo portati noi il tavolo.

Il tavolo è lunghissimo e già in acqua, da quel lato ci sono solo io, non vedevo gli altri, ma già cominciavano a muoversi, prima dritti, poi virando a sinistra, sempre più stretti e veloci. Facevo fatica a starvi dietro, ma avevo capito l’approdo, anche se non l’avevo mai visto, né sapevo dargli un nome.

All’approdo sono solo, ma dovevo proseguire, con quel tavolo così ingombrante e pesante, ma meno di quanto avessi immaginato. La strada è in salita, ma ben segnata. Solo fra le case si insinua, quasi a perdersi. Nel cortile vedo un ragazzo, sporco di fuliggine, le mani unte di grasso. Vedendomi con tavolo mi indica la direzione, facendomi cenno di proseguire. Entro in un magazzino, una specie di garage, dove alcuni uomini lavorano attorno a delle auto. Uno, alzata la testa, mi indica una porta scalcinata, com’è a volte quella per i cessi. Ma dietro è luce e vento, il mare che ribolle in basso, le rocce a picco. Scendo lentamente fra rocce di basalto o granito, dure e venate. Qualcuno ha scolpiti nomi e date, le più antiche levigate e illeggibili. Arrivo sul fondo, una spiaggia incontaminata, ricoperta non di sabbia, ma di pomice bianchissima. Al largo, ferma all’orizzonte, fra i vapori del meriggio, vedo una misteriosa nave d’acciaio, senza bandiera, ma coi cannoni e al posto del nome, numeri illeggibili. Poi il cielo si incupisce, si alza un’aria gelida e mi accorgo, mentre rabbrividisco, che il tavolo è rimasto su, in alto, irraggiungibile col maltempo. Da lontano, sull’altra sponda, immobile sotto l’aria pesante del temporale, intravvedo l’edificio che avevo lasciato. E mi sveglio.

Ora, quale interpretazione dare? Ne tento due, la prima opposta alla seconda.

Quella “pessimistica”

La riunione è il richiamo al dovere che incombe, alla vita con le sue regole, alla snervante routine di ogni giorno.

La donna coi capelli tinti di biondo appartiene al passato, è un fotogramma di ricordi sbiaditi, uno sfondo neutro. Il richiamo al sesso ne risulta così un po’ involgarito, l’istinto ancestrale è in fondo marginale.

Il tavolo è il segno del gregarismo di gruppo, della perdita, meglio sarebbe dire impossibilità, della individualità. Trovarsi da una sola parte del tavolo può sembrare consolatorio, se nonché questa libertà è concessa solo per seguire la scia degli altri, altrove qualcuno decide per noi.

Il viaggio è il venire trasportato dagli eventi, il dirigersi senza meta, anche se verso un luogo che si dice “conosciuto”, ma che in fondo non si vorrebbe mai vedere: la morte?

La discesa solitaria verso la spiaggia simboleggia “l’essere soli nel mondo”, non come scelta, ma come destino.

L’abbandono del tavolo, come emblema del ripudio del vincolo sociale, non può che preludere al peggio (la nave minacciosa, il temporale, il ritorno alle origini, che pure si intravvedono, ma divenuto impossibile).

Quella “ottimistica” 

Sul significato della riunione e la presenza della donna bionda, può valere quanto detto prima.

Il tavolo è il mezzo per l’attraversamento del mare e l’allegoria di un viaggio di trasformazione, che per essere tale, non può essere fatto che da solo. Il fatto che il protagonista se lo trascini dietro simboleggia quanto sia difficile uscire dal gregge e definire la propria personalità irripetibile.

Il viaggio verso un approdo ”conosciuto”,  anche se mai visto, è scopertamente un percorso di completamento, un viaggio iniziatico verso una meta ambita alla quale ci si sente destinati (“dovevo proseguire”).

La perdita del tavolo, è il venir meno dell’ancoraggio alle abitudini e dei vincoli di gruppo, il primo affermarsi dell’individualità.

La discesa si apre sull’ignoto, su un mare ribollente, che suscita timori. Scendere verso il basso vuole dire un ritorno, con tutti i suoi presagi negativi: la nave, il maltempo che non permette il ritorno alla dimensione collettiva, l’edificio che è trasformato quasi in un miraggio irraggiungibile. Tutto ciò conferma quanto i cambiamenti radicali siano difficili e che spesso gli ostacoli appaiono insormontabili.

Il sogno si ferma senza la fine: il nostro protagonista si rassegnerà oppure, da quella spiaggia candida e primordiale saprà proseguire nel suo cammino? Cosa ne pensate?

Nel frattempo, io mi chiedo se, per fare questo sogno, doveva mancarmi la luce in casa. A meno che il buio improvviso non fosse anch’esso un fatto…..sul quale riflettere.

 

 

 

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