BASQUIAT

RIPENSIAMO ALL’OPERA DELL’ARTISTA NERO AMERICANO, MORTO A 28 ANNI, ORA IN MOSTRA A N.Y. – ACHILLE BONITO OLIVA NE TRACCIA LA BIOGRAFIA ARTISTICA E NE SUGGERISCE LE LABIRINTICHE ASCENDENZE

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Achille Bonito Oliva

Si intitola Defacement: The Untold Story la mostra di Jean- Michel Basquiat al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, a cura di Chaédria La-Bouvier ( fino al 6 novembre). Titolo di un’ opera dedicata allo street artist afroamericano Michael Stewart, morto dopo il suo arresto per i pestaggi della polizia. Basquiat ( 1960- 1988) è nato da padre haitiano e da madre portoricana ed è vissuto a Brooklyn fino a quattordici anni.

Dopo tre anni a Portorico ritorna a New York iniziando la sua vita intensa e sradicata, nutrita fino al 1980 di graffitismo. Il set su cui si esprimono SAMO ( pseudonimo di Basquiat) e gli altri graffitisti è New York. Qui l’ arte è welcome, se sospende il giudizio sulla società che la accoglie. Così sono bene accetti la vistosa messinscena della Pop Art e l’ apparente cinismo della pittura fredda e distaccata di Andy Warhol.

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samo basquiat 3

I graffitisti, frutto di una periferia urbana per lo più nera e portoricana, rispondono con una autentica necessità espressiva. Con quella che Norman Mailer chiama ” fede nei graffiti”, slogan politici, frasi erotiche, richiami ermetici, scrittura libera e anonima, cromaticamente aggressiva e tracciata con immediatezza. SAMO e i suoi amici si esprimono utilizzando le pareti della metropolitana, con strumenti veloci come lo spray, con colori industriali, mediante un linguaggio fatto di immagini e parole.

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Andy Warhol e Basquiat

Il risultato è una sintesi delle arti: parole, musica, danza, architettura, scenografia, movimento, che ricorda involontariamente quella definizione di arte totale che già Kandinskij e il futurismo con Marinetti avevano teorizzato. Un armamentario linguistico che con oggettiva allegria trova le sue origini anche nelle avanguardie storiche europee: la scomposizione della parola in lettere, l’ onomatopea e la parolibera futurista, l’ uso della danza dadaista e l’ aggressività del linguaggio pubblicitario. Ora egli porta sulla tela la qualità astratto- figurativa, il carattere dichiarativo e narrativo, la forza esplicita e didascalica, lo stato di confusione e aggregazione spontanea degli elementi visivi.

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Bruno Bischofberger con Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente (New York,1984)

Sul piano linguistico, i rimandi sono molteplici, corrono nella direzione di Willem de Kooning per il taglio figurativo delle immagini, nella direzione di Cy Twombly per quanto riguarda la grafia elementare e verso quella dell’ espressionismo astratto di Pollock, da cui il giovane artista americano recupera il furore del segno e la sua capacità di stabilire un avvolgimento dell’ immagine.

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senza titolo (sceriffo) jean michel basquiat

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Con una capacità di sintesi picassiana e una intelaiatura brut alla Dubuffet, Basquiat introduce nella sua epica visiva eroi neri da Malcom X a Charlie Parker, da Jesse Owens a Billie Holiday, che con la loro presenza elaborano il lutto storico di minoranze ghettizzate e magari utilizzate con falso orgoglio yankee. Le opere spesso sono divise in molti pannelli che separano superfici ricoperte di scritte, immagini e collage in rotta di collisione tra loro. Dell’ esperienza graffitista Basquiat conserva l’ immediatezza e la frontalità.

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Ma le elabora e le filtra attraverso un senso costruttivo dell’ immagine, un sistema d’ ordine formale capace di recintare dentro il perimetro dell’ opera le diverse forze che l’ attraversano. Il disegno diventa la cifra stilistica che tempera ogni aggressività dell’ immagine. Denuncia l’ aspetto lirico e contemplativo di un giovane artista imbevuto anche di virtualità telematica. Le superfici non sono mai rigide ma pronte a slittamenti e intercambiabilità.

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Se le prime opere riproducono lo stile afasico del rap, successivamente assumono anche il timbro compatto e squillante proveniente dalla memoria visiva di Ellsworth Kelly. La scrittura elementare di Basquiat riporta nel campo della rappresentazione l’ essenzialità scheletrica di Klee, l’ attitudine spirituale a spogliare l’ immagine da ogni orpello. Appaiono scheletri e teschi intrecciati a scritte ed elementi del vissuto quotidiano.

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Lo spazio della festa sembra presiedere a un’ opera che corre dalla pittura alla scrittura e a rispettarne la definizione antropologica che non riconosce gerarchie tra alto e basso, destra e sinistra, tra il mondo adulto e quello infantile. Il referente di supporto diventa il muro, quello infinito e slabbrato che accompagna i passi dell’ uomo portoricano o di quello del Bronx. I cicli pittorici portano spesso il sigillo di una corona, memoria del diritto d’ autore graffitista, segno ironico di un’ onnipotenza proveniente dall’ attività creativa, l’ unica capace di segnare alcuni intervalli nella deriva esistenziale dell’ artista.

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jean michel basquiat

Il 12 agosto 1988 Basquiat muore a New York, vittima della sua deriva, malgrado la costruzione di un’ opera che ha abbandonato ogni periferia e raggiunto il centro dell’ attenzione internazionale. Ha sostituito il ritmo abbreviato del rap con il respiro prolungato e disteso di un processo creativo che ci ha consegnato certamente non opere effimere ma forme espressive a futura memoria. Che è l’ arte, ombra perenne di una vita breve.

Achille Bonito Oliva per “Robinson – la Repubblica”