Bella, disperante, praticamente finita

Ai viaggiatori romantici era consentito, superate le Alpi, affacciarsi sull’Italia come su un balcone fiorito.

La luce del Mito, la dolcezza della natura, la molle prosa che scandiva le giornate di ozio, tutto richiamava alla terra promessa.

Esagerazioni romantiche, certo! ma alla cui base  stava una idea forte e convincente, quella di un Paese diverso e migliore, di una terra felice per uomini e posizione, per idee e abitudini.

Oggi l’Italia, travolta dai suoi vizi e da quelli di importazione, è di una bellezza irrimediabilmente sfregiata.

Una terra che non è cresciuta, ma solo invecchiata male, che non ha saputo seguire la sua vocazione estetica, e perciò morale, ma è diventata preda di ogni profittatore, di ogni marinaio di passaggio, di ogni incantatore da baraccone o venditore di elisir.

Un Paese senza identità, senza vocazioni, senza progetti, un Paese disperante. Dove ognuno non fa quello che dovrebbe o pretende di fare quello che non gli appartiene. Dove regna l’arbitrio, il pressapochismo, l’impunità, l’arroganza, il perbenismo, dove dilaga l’ignoranza ed è sconosciuto il dovere civico.

Priva di classe dirigente, forte di un disegno condiviso, con una classe politica di svergognati e impuniti, in cui proliferano fasce sociali e professionali sorde ad ogni richiamo comune, dedite all’arraffo, al saccheggio di quello che rimane.

Visione troppo pessimista, non credo; certo questa è anche una autodenuncia, perché, nei limiti delle mie responsabilità, non posso dire non c’ero e scaricar barile. Ho la mia parte di responsabilità. Magari ero in buona fede, non ho lucrato nemmeno un soldo, ma c’ero.

Se non altro ho peccato di ignavia, distratto, in quegli anni, dalla Milano da bere, mentre la nave imbarcava acqua e si perdeva  lontano l’Isola Felice.